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Almanacco

Gli Stranieri del Bologna (3a parte)

I FLOP DELLA FINE DEGLI ANNI 80.

 

Il dibattito sugli stranieri è sempre molto acceso e ricco di colpi di scena: dal 1982/83 il limite di giocatori schierabili dalle squadre di serie A sale a 2 (valido anche in B riguardo alla conferma in rosa di entrambi i calciatori esteri delle compagini retrocesse) e nel 1983, in pieno calcio mercato, la FIGC – col malinteso intento di salvaguardare gli interessi della Nazionale in vista dei Mondiali messicani del 1986 - stabilisce il blocco delle importazioni per la stagione 1983/84, con deroga per le 3 neopromosse in A e tenendo validi i tesseramenti ratificati entro il 13 giugno. Gli acquisti dei brasiliani Cerezo (Roma) e Zico (Udinese) non vengono pertanto ritenuti validi dal presidente federale Sordillo e ciò scatena aspre polemiche, nelle quali interviene nelle vesti di mediatore anche il Presidente della Repubblica Pertini, il quale afferma che da appassionato di calcio gli piacerebbe vedere all'opera in Italia i due fuoriclasse verdeoro. Ad Udine i tifosi sono giustamente sul piede di guerra e al grido di "o Zico o Austria" minacciano persino la secessione pur di far valere le proprie ragioni. La vicenda si chiude il 23 luglio, quando sulla base del parere emesso da un comitato di tre saggi nominato per l'occasione, il CONI dà la definitiva autorizzazione a Roma e Udinese d’ingaggiare il "tappetaro" e il "galinho".
Le frontiere calcistiche vengono riaperte solamente nell’ottobre 1986 e quindi in pratica dalla stagione 1987/88; nel 1988/89 la Federazione (recependo un diktat della CEE) dà il via libera al terzo straniero, non estendendolo alle squadre che scendono in B.
A causa dell'inopinata retrocessione della stagione 1981/82, che decreta per il Bologna 6 anni di esilio dalla massima serie, bisogna aspettare fino all'estate del 1988 per rivedere uno straniero in rossoblù. Il primo rinforzo per la Maifredi band riapprodata trionfalmente in serie A è un difensore centrale belga 22enne, Stéphane Demol, pilastro dell'Anderlecht (vincendo 3 campionati e una coppa del Belgio) e della selezione dei "diavoli rossi". Nonostante la giovane età ha già una solida fama internazionale, dovuta principalmente all'eccellente Mondiale giocato in Messico nel 1986, quando appena ventenne è uno dei migliori del Belgio che conquista un sorprendente quarto posto controbilanciando le disattenzioni della munitissima - ma tutt'altro che insuperabile - difesa con la prolificità in attacco. Nella rassegna mondiale messicana Demol segna anche un gol, nella rocambolesca vittoria (4-3) ai supplementari contro l'U.R.S.S. negli ottavi di finale. L'aitante (190 cm d'altezza) difensore arriva a Bologna reduce da una grave lesione muscolare alla gamba sinistra che l'ha tenuto lontano dai campi per quasi tutta la stagione, ma i problemi che incontra in Italia non sono dovuti a difficoltà di carattere fisico, ma essenzialmente tecnico e tattico. In Nazionale Demol è abituato a giocare centrale di destra in una linea difensiva a 5, dove la copertura dell'ottimo libero Grün (suo compagno di club nell'Anderlecht) ne maschera la lentezza di movimenti; purtroppo il Bologna si schiera con una difesa a zona composta da 4 elementi, esponendolo spesso a brucianti figuracce, perché nonostante sia molto abile nel gioco aereo è terribilmente legnoso nei movimenti e i suoi lineamenti da modello, pur facendo innamorare le giovani tifose, non servono a fermare gli attaccanti che militano nelle squadre di serie A, all'epoca ancora in grado di attirare le stelle più luminose del panorama calcistico mondiale (tanto per citarne alcune: Maradona, Careca, Gullit, Van Basten e Vialli). Nella fase estiva della Coppa Italia Demol è titolare in tutte le partite, segna anche un gol nel 5-1 al Barletta (compagine di basso livello di serie B), ma il Bologna viene clamorosamente eliminato nel girone preliminare, giungendo quarto su sei squadre, ed evidenziando preoccupanti scricchiolii difensivi che si aggravano nelle prime giornate di campionato. In tal senso è emblematico il 3-4 casalingo contro la Juventus, partita nella quale Demol segna un goffo autogol nel tentativo di rinviare un pallone respinto dal palo. Il belga perde ben presto la maglia da titolare in favore dei meno reputati, ma sicuramente più efficaci, De Marchi e Villa, ma scende comunque spesso in campo sfruttando l'assenza di un compagno di reparto, l'infoltimento della difesa per fronteggiare una squadra particolarmente forte o venendo schierato in mediana, come gli succedeva nelle nazionali giovanili, per sfruttare la sua discreta tecnica di base. Di solito le sue prove non vanno oltre una risicatissima sufficienza; mette anche a segno un paio di gol, ma del tutto inutili ai fini del risultato (un rigore nella sconfitta a Napoli per 3-1 e una rete in mischia nel 3-1 con cui il Pescara supera il Bologna allo stadio Adriatico). L'ultima apparizione con la maglia rossoblù la fa nella disfatta interna contro l'Inter che si appresta a conquistare lo Scudetto dei record (0-6 alla 29esima giornata), poi nelle ultime 5 decisive partite per la lotta salvezza viene sistematicamente relegato in panchina dall'allenatore Maifredi. Lo score finale di Demol registra solamente 21 presenze (e 2 gol) in campionato, con l'inevitabile epilogo della cessione a fine stagione. Ma la sua fama è ancora solida, sebbene un po' impolverata, e gli permette di accasarsi al Porto, squadra di punta del campionato portoghese, dove contribuisce con ben 11 gol (la maggiorparte su rigore) all'immediata conquista del titolo di campione lusitano. Nel 1990 gioca 4 partite da titolare ai Mondiali italiani col Belgio, eliminato agli ottavi di finale in un tiratissimo match giocato al Dall'Ara e deciso da una spettacolare girata dell'inglese Platt al 120° minuto. Sebbene sia ancora molto giovane la sua carriera in Nazionale termina nel 1991, dopo aver collezionato 36 presenze (e 1 gol), e a livello di club si trasforma in un vero e proprio giro del mondo: Toulouse FC in Francia, Standard Liège e Cercle Bruges in Belgio, Sporting Braga in Portogallo, Panionios Atene in Grecia, AC Lugano in Svizzera, SC Toulon in seconda divisione francese e infine FC Denderleeuw in seconda divisione belga, dove chiude nel 2000, a 34 anni.

Il rapporto sfortunato e assai poco proficuo tra i giocatori stranieri e il Bologna negli anni '80 può essere ben rappresentato dalla vicenda che porta in rossoblù - nel 1988 - 3 nazionali cileni, anche se solo uno di questi vestirà la maglia felsinea in partite ufficiali. Se per il 26enne centrocampista Luis Patricio Mardones, prelevato dall'Universidad Catòlica e subito girato in prestito agli svizzeri del Sankt Gallen (poi presto ceduto a titolo definitivo) i rimpianti sono ben pochi, non altrettanto si può dire per Ivàn Luis Zamorano, 21enne centravanti dalla strepitosa media gol (oltre uno a partita) acquistato per soli 500 milioni di lire dal Cobresal e anch'egli girato in prestito alla squadra svizzera. L'unico dei tre ad essere effettivamente ingaggiato e utilizzato dal Bologna è Hugo Eduardo Rubio Montecinos, 28enne ala molto reputata in patria, nonostante una fallimentare esperienza europea tra le fila del CD Málaga (1985/86), nella seconda divisione spagnola. L'allenatore Maifredi aveva visionato la Nazionale cilena nel maggio 1988, col Bologna ormai sicuro della promozione e quindi a caccia di stranieri, al torneo amichevole "Sir Stanley Matthews Cup" ed era rimasto incantato dai tocchi di fino, da autentico giocoliere, di Rubio, mentre Zamorano, sebbene coraggioso e con buon senso del gol, aveva tocco ruvido ed a causa della sua giovane età venne considerato ancora troppo inesperto per la serie A italiana. Periodicamente, durante la stagione 1988/89, il centravanti cileno si aggrega al Bologna per sostenere alcuni allenamenti e, nel gennaio 1989, segna anche un gol "alla Pascutti" ai dilettanti del Casalecchio, in un'amichevole infrasettimanale. Sia nelle partite di campionato svizzero (dove il primo anno segna 17 gol in 22 incontri) che nelle gare internazionali a cui partecipa col Cile Zamorano va in gol con una certa regolarità, ma a Maifredi evidentemente il giocatore non piace e così viene lasciato in prestito al club biancoverde anche nella stagione 1989/90.
Rubio inizia la carriera nel Rangers di Talca, conquistando la promozione in prima divisione nel 1981, poi passa al Cobreloa dove vince 2 campionati cileni e perde la finale della Coppa Libertadores 1982 contro il Peñarol, infine vince un altro campionato e una coppa cilena con il Colo Colo, il club più popolare del Cile, nel quale milita dopo la parentesi spagnola rimanendovi fino all'estate 1988, quando lo acquista il Bologna per 2 miliardi di Lire, cifra record per il calcio cileno che consente alla società andina di completare la costruzione del suo campo da gioco, l'Estadio Monumental David Arellano. Il "pajero" (passero, così soprannominato per la leggerezza con cui vola sulla fascia grazie alla velocità e all'abilità nel dribbling) è nel giro della Nazionale "roja", con la quale ha debuttato nel 1984, ed ha raggiunto un ottimo secondo posto alle spalle dell'Uruguay nella Coppa America 1987, anche se il suo contributo è limitato agli ultimi 20 minuti della finale. Le prime uscite stagionali in rossoblù di Rubio sono incoraggianti: in Coppa Italia è sempre schierato titolare in un attacco che prevede due ali (l'altra è il talentuoso Poli) al servizio della torre Lorenzo, segna una doppietta al Barletta e mette in serie difficoltà la difesa del fortissimo Napoli, finchè al 57esimo minuto un'entrata killer del libero partenopeo Renica non gli procura un gravissimo infortunio al ginocchio. Torna in campo 3 mesi dopo, il 27 novembre, disputando anonimamente gli ultimi 15 minuti della partita di campionato contro la Lazio, ma il ricordo del terribile incidente lo condiziona psicologicamente, rendendolo molto timido e per nulla intraprendente sul terreno di gioco, tanto che al termine della partita di Cesena del 4 dicembre viene rispedito momentaneamente in Cile per consentirgli di completare al meglio il recupero psicofisico. Un mese dopo gioca a Milano contro l'Inter i minuti finali della partita e alla 18esima giornata, in un Bologna–Pisa del 19 febbraio 1989 è finalmente titolare per la prima volta. In campionato veste la maglia rossoblù in 14 occasioni, senza mai brillare, e si congeda dal pubblico bolognese fallendo clamorosamente una facile occasione da gol: spedisce di testa la palla contro la traversa, a pochi passi dalla porta lasciata spalancata da una sciagurata uscita del portiere milanista Pinato. Per fortuna la partita è ormai solo una passerella per festeggiare il raggiungimento della salvezza e il "pajero" può fare in tutta tranquillità le valige per raggiungere gli altri due cileni al Sankt Gallen senza dover temere l'ira dei tifosi felsinei. Il trio cileno nel 1989/90 fa sfracelli: Zamorano sfrutta gli assist dei due connazionali per segnare 23 reti con le quali si laurea capocannoniere del campionato svizzero e Rubio mette 7 palloni alle spalle dei portieri avversari.
Però anche il neo allenatore rossoblù, il professor Scoglio, snobba la prolifica punta cilena, principalmente per motivi tattici: il trainer di Lipari vuole un attacco mobile e rapido, senza un classico centravanti, e quindi dà il via libera alla cessione definitiva di Zamorano al Sankt Gallen. Il grossolano errore di valutazione è chiaro a tutti pochi mesi dopo, quando un debolissimo Bologna stenta a trovare la via del gol e Scoglio viene esonerato; il presidente Corioni cerca in tutti i modi di riprendersi l'attaccante, ma il club svizzero è in trattativa col Sevilla, al quale viene effettivamente venduto nel gennaio 1991 per 3 miliardi di Lire. In Spagna Zamorano esplode fragorosamente, diventando l'implacabile "elicoptero", torrenziale goleador abilissimo in acrobazia e con il Real Madrid conquista Liga e titolo di "pichichi" (capocannoniere) nel 1994/95. Le carriere di Rubio e Zamorano s'incrociano per l'ultima volta in Nazionale, nella coppa America 1991 giocata in Cile, ove la "roja" si classifica al terzo posto grazie ai gol del "pajero" (2) e di Ivàn "el terrible" (5, vicecannoniere alle spalle dell'argentino Batistuta). La parabola agonistica dei due prende direzioni opposte, anche per ragioni anagrafiche: alla fine del 1991 Rubio lascia la Nazionale (36 presenze e 12 gol) e torna al Colo Colo, non partecipando alla vittoriosa campagna in Coppa Libertadores, ma giocando la successiva finale della coppa Intercontinentale persa contro gli slavi della Crvena Zvezda Beograd e vincendo una Recopa Sudamericana, una Copa Interamericana, 2 campionati e 2 coppe del Cile. Dopo il ritiro dal calcio agonistico, avvenuto nel 1996, Rubio diventa un abile procuratore di giocatori, gestendo tra gli altri anche il figlio Eduardo, ovviamente soprannominato "pajerito" (passerotto), che dopo gli inizi nel Colo Colo nel 2008 passa al FC Basel, squadra svizzera impegnata (con scarsi risultati) in Champions League. Zamorano continua a segnare fino al 2003, terrorizzando i portieri avversari con le maglie di Inter (vince una coppa UEFA), Amèrica di Città del Messico, Colo Colo e soprattutto Nazionale cilena, con la quale partecipa ai Mondiali 1998, conquista un bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000 (cannoniere principe con 6 gol) e colleziona ben 34 gol in 69 partite.
La scelta sbagliata tra i due cileni operata da Maifredi è ancora oggi motivo di ironia ed è spesso ricordata come termine di paragone per indicare un clamoroso errore di valutazione tecnica. La leggenda narra che "l'omone di Lograto", nell'estate 1988, non si limitò a stroncare Zamorano, ma addirittura stoppò sul nascere una trattativa per portare in rossoblù il forte attaccante tedesco Jürgen Klinsmann, rivolgendosi al presidente Corioni con una frase assai poco lungimirante: «meglio tenersi Pradella!».

Per occupare la casella del terzo straniero per la stagione 1988/89 viene ingaggiato, in prestito dall'Inter, il 23enne centrocampista finlandese Mika Aaltonen.
Lo sconosciuto Mika era stato acquistato dai nerazzurri milanesi subito dopo aver segnato un eurogol (potente e precisa legnata da oltre 25 metri) allo stadio Meazza, nel secondo turno della coppa UEFA 1987/88, che sancisce un'incredibile vittoria della formazione dei dilettanti del Turun Pallo Seura di Turku – città natale di Aaltonen - e dona un'effimera etichetta di promessa al giovane centrocampista. Aaltonen arriva a Bologna dopo aver disputato già 6 campionati nel TPS (86 presenze e 14 gol, ma dall'84 all'86 è stato tormentato da svariati problemi fisici) e una mezza stagione al Bellinzona (campionato svizzero) dove ha giocato 14 partite e segnato 3 gol; nel febbraio 1988 esordisce in Nazionale, dopo essere stato una colonna della Juniores e dell'Under 21, ma entrare a far parte del giro della selezione "Suomi", sempre nelle ultime posizioni dei gironi eliminatori continentali valevoli per le qualificazioni ai Mondiali ed agli Europei, non gli conferisce certo lo status di calciatore di caratura internazionale. Bastano pochi allenamenti a capitan Pecci per tracciarne un efficace ritratto tecnico, dichiarando con la schiettezza che lo contraddistingue: «questo è un tristo della Madonna!». In serie A il finnico disputa solamente 3 spezzoni di partita, subentrando nei minuti finali senza minimamente incidere sull'andamento dei match, ma è sempre titolare nelle 4 partite di Mitropa Cup, torneo internazionale ormai svalutatissimo al quale il Bologna partecipa in qualità di vincente del campionato di serie B della stagione precedente; Aaltonen segna anche un gol, nel 5-2 col quale viene demolito il Ferencvàros nell'andata delle semifinali, giocata davanti a pochi intimi allo stadio Braglia di Modena, raccogliendo la palla respinta dal portiere avversario su un tiro dello scatenato Marronaro e depositandola in rete con facilità. L'ultima apparizione del finnico in maglia rossoblù avviene nella finale di ritorno contro i cecoslovacchi del Banik Ostrava, che si aggiudica la Mitropa Cup sbancando il Dall'Ara per 2-1: Aaltonen indossa la maglia numero 10 e nell'intervallo rimane negli spogliatoi per fare posto a Rubio.
Nei mesi trascorsi a Bologna frequenta la facoltà di economia all'Università, investendo nello studio il molto tempo libero di cui dispone, ed aggiuge l'italiano alle quattro lingue già ottimamente parlate (inglese, russo, svedese e finlandese) al suo arrivo in Italia. Calcisticamente, dopo un'esperienza nella seconda divisione tedesca con l'Herta Berlino, ritorna nelle file del TPS, dove rimane fino al 1993, vincendo una coppa di Finlandia nel 1991 e riconquistando, anche se ad intermittenza, la maglia della Nazionale, con la quale chiude nel maggio 1994 (19 presenze e 1 gol in totale) indossando la maglia numero 10 in un match amichevole contro l'Italia, la quale sta preparandosi per i Mondiali americani. A livello di club milita con l'Hapoel Be'er Sheva, nel campionato israeliano, per la stagione 1993-1994, concludendo la carriera col titolo di campione di Finlandia conquistato nel 1994 con il Tampereen Pallo Veikot. Una volta appese le scarpe al chiodo mette a frutto i suoi studi e la sua notevole intelligenza diventando uno stimatissimo professore all'università di Turku ed al dipartimento di Scienze Tecnologiche di Helsinki.

Ormai deciso a liberarsi di tutti e 3 gli stranieri in rosa, poco prima della fine del campionato 1988/89 il Bologna avvia le trattative per assicurarsi i servigi dell’astro nascente del calcio brasiliano, ovvero il 25enne regista del Vasco da Gama Geovani Silva, che deve il suo nome al fatto che al padre piacesse particolarmente il marchio del tornio "San Giovanni" che utilizzava al lavoro, poi storpiato in Geovani dall'addetto comunale al momento della registrazione all'anagrafe.
La salvezza è ormai ad un passo e l'entusiasmo dei tifosi per l'imminente arrivo dell'asso carioca è palpabile, come dimostra l'azzeccato striscione che compare alla quart'ultima giornata, sugli spalti del Bentegodi, durante un Verona–Bologna che si conclude con un noioso quanto balsamico 0-0: «testimoni di Geovani». Il "pequeño principe" (piccolo principe, nomignolo datogli dai tifosi del Vasco) a 16 anni era già titolare nella Desportiva Capixaba, la principale squadra di Vitòria (sua città natale), con la quale vince il titolo statale dell'Espírito Santo nel 1980 e nel 1981. Nel 1982 passa al prestigioso Vasco da Gama, dove illumina la manovra con giocate di gran classe, si dimostra un infallibile rigorista, in possesso di un tiro forte e preciso, salta gli avversari con dribbling stretti, aiutato anche dal baricentro basso (168 cm per 68 kg) e vince subito il campionato carioca. Nel 1983 si rivela agli osservatori internazionali trascinando la Seleçao alla conquista del Mondiale Under 20, dove vince la scarpa d'oro come miglior cannoniere del torneo (6 gol in 6 partite) ed anche il trofeo riservato al miglior giocatore. Purtroppo si fa notare anche per il suo carattere spigoloso e rissoso: oltre alle innumerevoli polemiche con gli allenatori, nel 1985, dopo una partita di Coppa Libertadores contro l'Argentinos Juniors, si prende a pugni con un compagno di squadra e nel settembre 1987, durante una gara tra Vasco e Flamengo, Geovani frattura la mandibola a Edinho a suon di cazzotti. Forse questi suoi eccessi d'ira spiegano perché un fuoriclasse del suo calibro abbia avuto così poche opportunità nella Nazionale maggiore, indossando con una certa continuità una maglia da titolare solo a partire dal luglio del 1988 (fino ad allora aveva raggranellato solo 3 presenze nel maggio '85), quando pare definitivamente maturato dopo aver trascinato – insieme agli altri due gioielli Hernani e Bismarck - i "cruzmaltinos" a 2 allori consecutivi nel campionato carioca ('87 e '88). Nel settembre 1988 Geovani è una delle stelle più luminose della Nazionale olimpica, che guida da capitano alla medaglia d'argento ai giochi di Seul. Il torneo calcistico è di notevole spessore tecnico: il Brasile del cannoniere Romario (7 gol) e degli assi Taffarel e Bebeto supera nei quarti l'Argentina di Nèstor Fabbri ed Alfaro Moreno grazie ad un gol di Geovani, in semifinale elimina la Germania Ovest di Hässler e Klinsmann e si arrende in finale all'URSS di Dobrovolski e Mikhailichenko, che approfitta dell'assenza per squalifica, tra le fila verdeoro, del "pequeño principe". A dicembre Geovani viene eletto giocatore brasiliano dell'anno ed è quinto nel referendum organizzato tradizionalmente dal quotidiano uruguaiano "El Pais" che assegna il corrispettivo sudamericano del Pallone d'Oro, quindi la cifra record per le casse del Bologna (6 miliardi di Lire) pare giustificata dal pedigrèe di prima classe che può sfoggiare il centrocampista;  il Vasco da Gama reinvestirà parte del guadagno per assicurarsi il poderoso libero ecuadoriano Quiñonez e il goleador Bebeto, vincendo subito il campionato brasiliano 1989.
I tifosi italiani possono ammirare in anteprima il nuovo gioiello rossoblù, poiché è impegnato in luglio in una tournèe europea con la Seleçao trasmessa in tv - in preparazione dell'imminente coppa America - che si rivelerà un disastro sul piano dei risultati e delle indicazioni tecniche: Brasile sconfitto nettamente da Svezia, Danimarca e Svizzera, e che strappa uno 0-0 col Milan di Sacchi in una partita non ufficiale organizzata dalla potente CBF per pubblicizzare i suoi giocatori ed incassare le ricche percentuali che le spettano per ogni trasferimento all'estero. Il Brasile si aggiudica comunque la coppa America, giocata sui campi di casa, anche grazie ad un gol del neo rossoblù nella prima gara col Venezuela; Geovani sarà però costretto a saltare la fase decisiva della manifestazione a causa di un infortunio alla caviglia che ne rallenterà anche l'inserimento nel campionato italiano. Oltre al ritardo nella preparazione fisica vi sono anche problemi tattici ad ostacolare l'utilizzo in pianta stabile nel Bologna di Geovani, il quale una volta raggiunto un accettabile livello di forma, viene schierato come interno nel 4-4-2 di Maifredi, posizione che richiede anche doti atletiche, oltre che tecniche, e che il brasiliano mostra di soffrire, penalizzato dalla sua congenita lentezza che non gli permette di esprimere al meglio tutto il suo notevole potenziale.
A metà ottobre è in programma, allo stadio Dall'Ara, una lussuosa amichevole tra Italia e Brasile, col pubblico bolognese ansioso di vedere in azione Geovani, utilizzato in campionato solo per alcuni spezzoni di partita, ma il CT verdeoro lo manda in campo solo all'87esimo, esattamente 10 minuti dopo la punizione vincente di Andrè Cruz; l'Italia è sconfitta ed i tifosi, delusi dal risultato e dallo scarso impiego del loro beniamino, sommergono di fischi gli azzurri, indispettendo a tal punto i vertici federali che per rivedere la Nazionale a Bologna bisognerà attendere 10 anni esatti.
Il piccolo brasiliano pare finalmente inserito nei meccanismi della squadra rossoblù quando Maifredi, derogando dal suo credo tattico, lo schiera trequartista alle spalle delle punte, ruolo perfetto per un regista dal piede vellutato abituato alle cadenze del calcio bailado. A novembre, al culmine di una serie di buone prove, decide il "derby dell'Appennino" segnando il gol vincente con un missile da una trentina di metri e tortura il portiere viola Landucci con numerosi calci piazzati insidiosissimi, cogliendo anche la traversa con un tagliatissimo calcio d'angolo, sfiorando quindi un clamoroso "gol olimpico" (la segnatura diretta dal corner è valida per regolamento dal 1927 ed è chiamata così a seguito di un'amichevole Argentina–Uruguay del 1928, allorchè la "celeste" fresca campione olimpica fu battuta da un gol della mezzala Seoane che infilò il pallone in rete direttamente dal calcio d'angolo, e con ironica cattiveria nei confronti degli acerrimi rivali dell'altra sponda del Rio de la Plata gli argentini battezzarono quel tipo di gol, fino ad allora inedito, "gol olimpico").
Geovani, dopo un periodo di appannamento tra dicembre e gennaio, torna titolare fornendo alcune discrete prestazioni, ma nel finale di stagione il suo rendimento altalenante costringe l'allenatore Maifredi a relegarlo in panchina, nonostante mostri chiaramente in alcune giocate che la classe cristallina di cui è in possesso non è svanita a seguito del viaggio transoceanico, ma il suo incedere alla moviola lo trasforma spesso in un lusso insostenibile per una squadra di seconda fascia come il Bologna, che deve sopperire con l'agonismo e la corsa al gap tecnico che lo separa dalle squadre più forti. Tifosi e dirigenti rossoblù si aspettavano ben altro dal campione brasiliano, per cui la delusione generale ne rende inevitabile la cessione: finisce al Karlsruher SC, squadra di medio livello della Bundesliga, dove inizia alla grande, segnando anche un paio di reti, ma poi naufraga definitivamente travolto dal frenetico agonismo del calcio europeo, assolutamente incompatibile col ritmo di gioco del "pequeño principe". Nel 1991 chiude definitivamente il rapporto con la Seleçao (22 presenze e 5 reti) e nel 1992 torna al Vasco da Gama, portando con i suoi assist i "cruzmaltinos" al titolo carioca nel 1993, poi  passa al Tigres de Monterrey in Messico, ritorna al Vasco e dal 1997 gira i più importanti club dello stato dell'Espírito Santo, vincendo ben 3 titoli statali consecutivi dal 1998 al 2000, rispettivamente con Linhares, Serra e Desportiva Capixaba. Nel 2001 conclude la carriera di calciatore ed intraprende quella di politico, ottenendo nel 2006 l'elezione a deputato statale dell'Espírito Santo. Purtroppo la sua vita è funestata da una rara malattia degenerativa del sistema nervoso, la polineuropatia, e quando nel 2008 è invitato a porre l'impronta dei suoi piedi nella "Calçada da Fama" del Maracanã, l'hall of fame del calcio brasiliano, le foto lo ritraggono con a fianco il bastone che usa per camminare. 

Al posto del deludente Demol, per la stagione 1989/90 il Bologna ingaggia il 25enne difensore centrale bulgaro Nikolaij Stefanov Iliev, che in parte ne ricalca le caratteristiche: rispetto al belga è ugualmente prestante fisicamente, forte di testa e terribilmente lento, più duro e grintoso, ma meno dotato tecnicamente. Iliev proviene dal Vitosha Sofia (denominazione del Levski Spartak dal 1985), dove ha disputato oltre 180 partite (con 21 reti) in massima divisione, vincendo 2 campionati e 2 coppe nazionali, oltre a 3 coppe dell'Armata Sovietica; ha già disputato oltre 30 partite nella Bulgaria ed è stato eletto nel 1988 giocatore bulgaro dell'anno. Viene dipinto come un libero un po' rigido nei movimenti e in difficoltà nell'anticipo, ma dall'ottimo senso della posizione e pericolosissimo in area avversaria, dove fa valere la sua notevole statura: a Bologna metterà in evidenza soprattutto i suoi difetti. In settembre, impegnato in amichevole contro l'Italia, si presenta segnando un autogol nel 4-0 con cui gli azzurri seppelliscono i bulgari, facendo subito presagire il peggio ai tifosi felsinei che lo guardano in tv.
Nel Bologna Niki è chiuso dagli inamovibili Villa e De Marchi, e quando alla nona giornata (a Roma contro la Lazio) gli viene data finalmente una maglia da titolare si fa espellere per un fallaccio, causando la prima sconfitta stagionale dei rossoblù. L'allenatore Maifredi considera Iliev solo una discreta riserva, e quando viene chiamato in causa in sostituzione di un compagno di reparto o per blindare maggiormente la difesa con l'ausilio di un terzo centrale gioca piuttosto male. A fine stagione collezionerà 23 partite in campionato (di cui solo 16 dall'inizio) e 1 gol nell'accademica sconfitta per 2-4 al Dall'Ara, alla penultima giornata, che spiana la strada verso il secondo Scudetto al Napoli di Maradona. Nonostante il rendimento deficitario Iliev viene confermato per la stagione 1990/91: il bulgaro gioca le prime 5 partite di campionato, segnando il gol della vittoria rossoblù alla quarta giornata contro il Torino (con un perentorio colpo di testa) e quello della bandiera (su rigore) nel 3-1 di Roma contro la Lazio, poi viene tagliato per far posto all'attaccante svizzero Türkyilmaz. Ancora sotto contratto col Bologna ma inutilizzabile, prova presso alcuni club inglesi ma fatica ad ottenere il permesso di soggiorno, poi accasatosi al Wolverhampton vivacchia qualche mese nella formazione riserve, finchè non passa all'Herta Berlino (seconda divisione tedesca) nel gennaio 1992. Pur rimanendo quasi 2 anni senza squadra di club Iliev mantiene il posto in Nazionale, segno che in patria è ancora molto reputato, e nel 1992/93 ritorna al Levski Sofia (ennesima nuova denominazione del Vitosha), vincendo da protagonista il campionato (14 partite e 7 reti), nonostante finisca la stagione fuori rosa, da separato in casa. Dapprima il suo impiego è limitato da un infortunio al ginocchio, poi viene definitivamente accantonato a seguito delle clamorose polemiche seguite alla sua autolesionistica denuncia contro gli arbitri che favorirebbero sfacciatamente il Levski, evidentemente non gradita ai vertici della società di Sofia. Si trasferisce al Rennes, militante in seconda divisione francese, ma gioca solo 1 partita a causa di un grave infortunio, che non gli impedisce però di far parte della spedizione mondiale della sorprendente Bulgaria (quarta), pur senza mai scendere in campo, concludendo l'avventura in Nazionale al termine del torneo iridato con uno score totale di 54 partite e 5 gol. Gioca la sua ultima stagione da calciatore ancora nel Rennes, neopromosso in Ligue 1, appendendo le scarpe al chiodo ad appena 31 anni, nel 1995. Torna a Bologna nel 2004, sfruttando le molte amicizie che il suo carattere allegro e aperto gli aveva regalato in città, proponendosi come osservatore per l'Est europeo, ma finora le sue segnalazioni non hanno portato a nessuna trattativa conclusa.

Il terzo straniero della stagione 1989/90 arriva ad ottobre, quando durante il mercato di riparazione il Bologna preleva dal Bayer Leverkusen il centravanti di manovra Herbert Waas per rimpiazzare il disastroso "Pino" Lorenzo. Waas ha 26 anni ed ha fatto parte della selezione della Germania Ovest campione europea Juniores nel 1981, è stato una speranza dell'under 21 tedesca (11 presenze e 2 gol) e dal 1983 al 1988 ha giocato nella Nazionale maggiore (11 presenze e 1 gol).
A livello di club a 18 anni segna 11 gol nella Zweite Liga (la serie cadetta tedesca) col TSV 1860 München e si guadagna l'ingaggio da parte del Bayer Leverkusen, dove in 7 campionati diventa il miglior realizzatore della storia del club dei "farmacisti" in Bundesliga (72 reti, superato nel 1996 dall'implacabile Ulf Kirsten). Però sommando i gol degli ultimi due campionati (1987/88 e 1988/89) arriva appena a 6 reti, dando l'impressione di essere avviato verso un precoce declino, anche se non mancano i lampi di classe, come quando nel 1988 vince da protagonista la coppa UEFA: entra nel secondo tempo della finale di ritorno e imperversa sulla fascia scodellando cross a ripetizione, poi segna uno dei rigori post partita che permettono al Bayer Leverkusen di completare la rimonta sull'Español, che si era imposto per 3-0 all'andata. Waas comincia la stagione 1989/90 dalla panchina, una collocazione che deteriora irrimediabilmente l'ormai logoro rapporto con allenatore e compagni di squadra e consiglia la dirigenza di disfarsi del suo ricco ingaggio. Il Bologna intavola la trattativa e se lo aggiudica in prestito con diritto di riscatto, puntando sulla voglia di rivincita dell'ancora giovane bomber teutonico. L'attaccante tedesco appena arriva sotto le Due Torri è vittima di un infortunio muscolare che ne ritarda di un paio di mesi il debutto in rossoblù, che avviene il 12 dicembre nella partita interna col Lecce, quando al 38esimo minuto sostituisce Geovani, mostrando di essere un giocatore rapido, molto mobile e dalla buona tecnica. Da quella partita in poi Waas sarà sempre schierato titolare, andando in rete per la prima volta contro la Fiorentina in coppa Italia e ripetendosi 4 giorni dopo contro la Juventus in campionato, con un rapinoso tocco di pancia che fa sognare per alcuni minuti una clamorosa vittoria sui bianconeri (la gara terminerà 1-1). Il fiuto del gol non è più quello degli anni d'oro, però fornisce spesso delle buone prestazioni, e con 4 reti in 20 partite può a buon diritto mettere anche la sua firma in calce all'ottavo posto in campionato, che consente eccezionalmente al Bologna di qualificarsi per la coppa UEFA in virtù del favoloso en plein delle formazioni italiane nelle coppe europee della stagione 1989/90. Il Bologna sborsa 2 miliardi di Lire per riscattare l'intero cartellino di Waas, che viene così confermato anche nella stagione 1990/91. L'attaccante si presenta al via della nuova stagione privo dei suoi caratteristici baffi, e con essi paiono svanite anche le sue doti calcistiche: pur disputando 32 partite in campionato non dà che un modestissimo contributo in termini di gioco e di gol (solo 2), del tutto insufficiente ad evitare al Bologna l'ultimo posto in classifica. Il suo unico sussulto coincide con la più emozionante partita di quella disgraziatissima stagione, il ritorno degli ottavi di finale di coppa UEFA contro i viennesi dell'Admira Wacker.
All'andata i rossoblù sono stati sconfitti in trasferta per 3-0 ed il retour match del Dall'Ara viene aperto dopo 6 minuti da un fantastico gol di Waas: il tedesco è posizionato spalle alla porta nei pressi del primo palo e ricevendo il pallone dal calcio d'angolo lo accarezza al volo con l'esterno destro, beffando il portiere austriaco. Il Bologna segna altre 2 reti e per decretare la squadra che passerà ai quarti di finale bisogna ricorrere ai rigori, dove Herbert fa il suo dovere trasformando il quarto penalty della sequenza conclusa dalla botta nel sette di "Pino" Lorenzo che sancisce una vittoria storica (prima squadra italiana a passare il turno in una coppa europea dopo aver perso con 3 gol di scarto all'andata).
In serie B non è possibile avere in rosa più di 2 stranieri, per cui stante la conferma di Detari e Türkyilmaz si rende necessaria la cessione di Waas, che torna nel campionato tedesco con l'Hamburger SV e si conferma ormai al tramonto segnando solo 2 gol in 33 partite. Il finale di carriera lo gioca con le maglie di FC Zürich (squadra di media classifica del modesto campionato svizzero) con la quale segna 19 gol in 69 partite dal giugno 1992 al gennaio 1995, finendo la stagione 1994/95 con solo 5 presenze nella Dynamo Dresden che si classifica all'ultimo posto della Bundesliga. Non segue però i gialloneri nella serie cadetta perché si ritira dall'attività agonistica, a 32 anni non ancora compiuti.

Luca Mastri

Gli Stranieri del Bologna (2a parte)


LA RIAPERTURA DELLE FRONTIERE DEL 1980.

 

Sul finire degli anni '70 le pressioni esercitate sulla FIGC dalla Comunità Economica Europea, dagli organi di stampa (il prestigioso settimanale Guerin Sportivo su tutti) e dai club di serie A rendono improcrastinabile la riapertura delle frontiere calcistiche. Così nel luglio del 1979 la Federazione abolisce il blocco delle importazioni di giocatori stranieri provenienti dall'estero a decorrere dalla stagione 1980/81. Da parte loro, nel marzo 1980, le società calcistiche s'impegnano a limitare ad 1 il numero degli stranieri da inserire in rosa e nel maggio 1980 il Consiglio Federale, recependo l'autolimitazione della Lega, ufficializza la riapertura delle frontiere (valida solo per la serie A) fissando il tetto di un giocatore straniero per squadra; le compagini retrocesse in serie B potranno mantenere il giocatore in organico. Il campionato italiano sta vivendo forse il momento più difficile della sua storia, squassato dallo scandalo del calcio scommesse che, oltre ad appiedare per mesi o addirittura anni alcuni tra i migliori giocatori, fa allontanare una grossa parte di pubblico dagli stadi, ormai disgustato da un calcio povero di spettacolo ed oltretutto rivelatosi marcio. L'arrivo di esotici e celebrati pedatori da fuorivia è una ventata di aria nuova che contribuisce a ricreare l'interesse degli spettatori e fa sognare i
tifosi. Purtroppo la decisione definitiva della FIGC arriva solamente nel maggio del 1980, per cui c'è pochissimo tempo per seguire e valutare i giocatori impegnati negli altri campionati, ed è inevitabile che la corsa allo straniero (alla quale a dire il vero non tutte le squadre di serie A partecipano) sia irta di ostacoli e le bufale e i bidoni siano tutt'altro che rari. Così accanto a fuoriclasse del calibro di Daniel Bertoni (Fiorentina), Falcão (Roma), Lyam Brady (Juventus), Herbert Prohaska (Inter) e Ruud Krol (Napoli) arrivano illustri sconosciuti che falliranno miseramente come Luis Silvio (Pistoiese) e Fortunato (Perugia).
Il Bologna, vistosi privato per squalifica a seguito del calcio scommesse del bomber Savoldi, decide di pescare il sostituto in Brasile, la patria degli attaccanti per eccellenza. L'allenatore Radice, dopo un breve blitz in Sud America, torna con un allampanato giocoliere paulista 26enne - Eneas De Camargo - accreditato di un buon bottino di gol (179 in 376 partite) e stella della mediocre Portuguesa, con la quale ha vinto una Taça São Paulo nel 1973; inoltre, appena 17enne, vanta 4 presenze, condite da un gol, nel torneo preolimpico 1971 con la Nazionale Olimpica e dopo l'esordio nel 1974 nella Seleçao vera e propria colleziona altre 2 presenze impreziosite da un gol in un torneo amichevole vinto dal Brasile (la Taça do Atlântico del 1976). Peccato che il numero di reti messe a segno in carriera da Eneas tragga in inganno lo staff tecnico rossoblù, che non tiene conto della relativa libertà di manovra che le difese brasiliane lasciano agli attaccanti avversari, facilitandone spesso le giocate con clamorosi errori di disimpegno e di marcatura. E' così che, convinto di essersi assicurato un prolifico centravanti, Radice si trova tra le sue fila un raffinato trequartista assolutamente inadatto a sostituire il classico centravanti Savoldi. Oltre ai problemi tattici l'inserimento di Eneas nel campionato italiano è ostacolato anche da problemi burocratici e da un infortunio muscolare che ne ritardano l'impiego, ma dopo alcune partite di rodaggio mostra di essere una punta mobile dal tocco felpato, dalle geniali rifiniture, dalla bella falcata in progressione, ancorchè di scarsa vigoria atletica specialmente nei contrasti. Però per un brasiliano il gol non può essere l'arida stilettata finale, la fredda esecuzione di uno schema, ma deve essere lo svolazzo prezioso, il punto esclamativo a uno slancio di fantasia; così si espone a clamorosi errori sottoporta, costellando la sua strada di gol perduti, spesso per la ricerca del tocco in più oltre che per mancanza di freddezza quando si trova a tu per tu col portiere.
Alla quarta giornata il Bologna è di scena al Comunale di Torino contro la Juventus ed Eneas è autore di una prova straordinaria: fa ammattire il suo marcatore Osti costringendolo a causare il rigore che Paris trasforma, consentendo ai rossoblù di battere i bianconeri a domicilio. Due giornate dopo, ancora in trasferta contro una squadra dalla maglia bianconera (l'Udinese) il colored brasiliano segna la sua prima rete italiana: lancio verticale di Dossena, Eneas controlla il pallone e dribbla due avversari presentandosi così davanti al portiere Della Corna, che viene battuto da un bel diagonale dopo che questi aveva respinto il primo tiro.
La sfortuna è però in agguato e in pratica non abbandonerà più l'attaccante paulista: in novembre si procura un serio infortunio muscolare (nell'eseguire un colpo di tacco) ed esce di scena proprio nel momento in cui stava toccando il massimo rendimento. Uno degli inverni più freddi degli ultimi anni non facilita il recupero del brasiliano, abituato a ben altri climi (celeberrimo lo scherzo che gli fece Sali allorchè lo convinse ad assaggiare la neve, assicurandogli che era un cibo prelibato), e nonostante l'immenso affetto dei compagni di squadra e della tifoseria s'insinua nell'animo di Eneas la temutissima saudade (nostalgia) che immalinconisce anche una persona di animo solitamente allegro e spensierato come lui (in Brasile era soprannominato “Seneca”, che sta ad indicare una persona con la testa fra le nuvole). Il brasiliano torna in campo a gennaio (ovviamente indossando guanti e calzamaglia per difendersi dal freddo) e nello scialbo 0-0 interno contro il Catanzaro si procura il rigore poi sprecato da Paris, ma col passare delle giornate le sue prestazioni sono sempre più opache e viene spesso sostituito (sia a partita in corso che nell'11 titolare) dall'imprevedibile e razzente punta Fiorini, molto più adatto di Eneas al gioco praticato da Radice, tutto ritmo e verticalità, che sta dando ottimi risultati sia dal punto di vista spettacolare che della classifica (i 5 punti di penalizzazione comminati a causa degli illeciti commessi la stagione precedente nell'ambito del calcio scommesse non impediscono al Bologna di agguantare un buonissimo settimo posto finale). Ma lo splendido feeling del “nigrazz” (il negraccio, come viene soprannominato assolutamente senza connotazioni razziste) con il pubblico rossoblù non risente affatto del rendimento insufficiente fornito ormai in troppe partite, come dimostrano i festeggiamenti al primo gol segnato a Bologna: il boato dei tifosi mentre Eneas rimane a lungo aggrappato alla cancellata della curva Andrea Costa è del tutto sproporzionato per un inutile gol (ancorchè di pregevole fattura: colpo di testa in tuffo) del 4-0 al derelitto Perugia, ma è la lampante conferma che Eneas è definitivamente entrato nel cuore dei tifosi. Anche perché se così non fosse, in una tiratissima semifinale di andata di Coppa Italia contro il Torino, lo stadio intero non reagirebbe con un'affettuosa risata allorchè Eneas, togliendo il pallone dai piedi di Marco Marocchi che si sta apprestando a tirarlo in porta, si inciampa e lo fa carambolare oltre la linea di fondo. Per farsi perdonare l'attaccante brasiliano aprirà le marcature nella partita di ritorno, finita 3-2 per i granata dopo i tempi supplementari, ma lo staff tecnico ha ormai deciso che l'avventura in rossoblù del colored è giunta al termine dopo 23 presenze e 4 gol stagionali.
L'anno seguente, in Brasile, giocò senza lampi nel Palmeiras, poi scese rapidamente le scale del futebol fino alla terza divisione indossando le maglie di XV de Piracicaba, Juventude, Desportiva Espirito Santo, Ponta Grossa e Central Brasileira de Cotia. Quando aveva ormai lasciato il calcio professionistico, il 27 dicembre 1988 (a 34 anni) perse la vita a seguito dei postumi del gravissimo incidente stradale occorsogli in agosto. Il 31 dicembre, prima del calcio d'inizio di Bologna - Ascoli, venne osservato un minuto di raccoglimento alla sua memoria e tutti (sia chi l'aveva visto giocare sia chi lo conosceva solo attraverso i racconti delle sue gesta) parteciparono in rispettoso silenzio e con sincera emozione.
In luogo del deludente trequartista brasiliano per la stagione 1981/82 il Bologna ingaggia la 27enne mezzala tedesca Herbert Neumann, reduce da un buon campionato nell'Udinese ed apparentemente l'uomo giusto per sostituire in mezzo al campo il nazionale Dossena, tornato alla base granata dopo anni di proficuo pellegrinaggio in giro per l'Italia a farsi le ossa. Il biondo tedesco era nel mirino rossoblù già da tempo, in quanto fu segnalato dall'indimenticato ex Helmut Haller in previsione dell'imminente riapertura delle frontiere, poi -come visto- la squalifica di Savoldi indusse i dirigenti bolognesi ad ingaggiare la punta Eneas.
Però la segnalazione venne raccolta da Perani, con cui Haller giocava nel torneo “veterani”, il quale una volta insediatosi sulla panchina dell'Udinese fece acquistare Neumann dai friulani, rimasti in serie A a seguito di un ripescaggio. Il nuovo centrocampista tedesco rossoblù è un regista a tutto campo abile nel colpo di testa e nel dribbling, con discreta propensione al gol (37 in 184 presenze in Bundesliga, 4 in 25 gare di coppe europee e ben 16 in una trentina di match di coppa nazionale: tutte con la maglia del forte 1. FC Köln), ma con un carattere piuttosto lunatico e scorbutico. Nel 1978 fa la sua prima (e unica) apparizione con la Nationalmanschaft in amichevole contro l'Inghilterra, a coronamento di un biennio che porta il suo Köln a vincere un campionato (1977/78) e due coppe di Germania (1976/77 e 1977/78). Purtroppo ad uno stiramento al tendine che lo costringe ad un prolungato riposo seguono un deciso calo di rendimento e un aspro litigio col tecnico renano Heddergott, che portano Neumann ai margini della prima squadra e quindi alla sua cessione alla fine dell'estate del 1980.
L'avventura bolognese del centrocampista è disastrosa: dopo molte prove assolutamente sotto tono Neumann dà segni di risveglio sul finire del girone d'andata, quando segna con un bel colpo di testa il classico gol dell'ex allo stadio Friuli e gioca un altro paio di gare ad ottimo livello, prima d'infortunarsi ed essere costretto a saltare una decina di partite. Il suo contributo nel cercare di risollevare la compagine felsinea, che per tutto il campionato si dibatte in zona retrocessione, è piuttosto scarso (20 presenze e 1 gol) e i tifosi, più che dalle sue giocate sul campo, rimangono abbagliati dalla bellezza della moglie Maria, una portoghese bruna e sinuosa. A fine stagione il Bologna precipita ignominiosamente in serie B per la prima volta nella sua storia ed il tedesco fa le valige, anche se il regolamento permetterebbe di mantenere in organico lo straniero anche nella cadetteria. Torna a Colonia per una stagione dove gioca solo 10 partite in campionato a causa di un infortunio al ginocchio, ma è in campo nel derby di finale di coppa di Germania vinta dal suo FC Köln contro il Fortuna, poi passa ai greci dell' Olympiakos e chiude la carriera di giocatore nella serie B Svizzera, col FC Chiasso, dove nel 1989 comincia una modesta carriera di allenatore che lo porta anche in Olanda, sulla panchina del Vitesse Arnhem.
 

I SAMMARINESI

Anche se non possono essere considerati stranieri a tutti gli effetti è giusto soffermarsi sulle vicissitudini dei due giocatori originari della piccola Repubblica di San Marino che hanno vestito il rossoblù, anche perché lo status dei calciatori sammarinesi in Italia cambia proprio a seguito di una vicenda che vede coinvolto un giovane che milita nel Bologna, ovvero la promettentissima ala sinistra Marco Macina.
Nel biennio 1980/82 Macina trascina la Nazionale italiana Under 16 al titolo europeo, segnando a coronamento di uno splendido torneo il gol della vittoria in finale contro la Germania Ovest e nel novembre 1982, quando è ormai una delle stelle della Nazionale Juniores, con 2 gol in 3 partite porta l'Italia alla conquista del prestigioso torneo di Montecarlo. In quell'occasione le avversarie degli azzurri fecero reclamo perchè l'Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano: l'UEFA intervenne, fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva Macina e tutti gli altri giocatori sammarinesi non poterono più vestire la maglia azzurra, pur continuando a non essere considerati stranieri a livello di club. 
Macina è uno degli elementi più forti della squadra “Allievi” del Bologna che nel 1982 vince lo Scudetto di categoria e appena 17enne gioca 8 partite in Serie A, nella disastrosa stagione 1981/82. Nella tragica stagione 1982/83, che porta i  rossoblù addirittura a sprofondare in Serie C1, le presenze in campionato sono 14 e i gol 2. Proprio durante questa annata avviene un piccolo ma significativo episodio che evidenzia bene lo spirito con cui Macina si approccia al calcio: essendo un giocatore molto tecnico, veloce e dotato di un dribbling difficilmente contenibile la giovanissima ala rossoblù si diverte a ridicolizzare in allenamento il suo marcatore - il rude terzino Logozzo - che esasperato, dopo l'ennesima figuraccia, molla un sonoro ceffone all'irriverente “cinno”. Macina è ingenuamente convinto che sia sufficiente il suo enorme talento per sfondare ad alti livelli e, forse anche perché ha alle spalle una famiglia benestante, non ha alcuna intenzione di trascurare l'aspetto ludico e divertente del gioco e fare i sacrifici necessari per diventare un vero calciatore professionista. Il sammarinese rimane ancora nel club felsineo dando il suo piccolo ma significativo apporto all'immediata risalita in B, segnando il gol della vittoria interna contro la Reggiana depositando il pallone in porta dopo un perfetto dribbling al portiere in uscita (che fissa il suo score totale nel Bologna a 4 reti in 32 gare) e ad ottobre viene ceduto all'Arezzo, in serie B. Poi cambia squadra ogni anno: Parma (B), Milan (il tecnico Liedholm stravede per lui, ma colleziona solo 5 presenze), Reggiana e Ancona (entrambe in C1), raccogliendo poca gloria e dando la netta sensazione di essere ormai il classico giocatore con un grande futuro dietro le spalle. Proprio mentre milita nella formazione marchigiana Macina si lesiona gravemente i legamenti del ginocchio e quando torna arruolabile, essendo in scadenza di contratto, decide di stare fermo 2 anni per diventare proprietario del cartellino e poter essere ingaggiato a parametro 0.

Ma il mondo del calcio non è ancora maturo a recepire i dettami di quella che nel 1996 diverrà nota come “legge Bosman” (dal nome di un modesto quanto ostinato giocatore belga), così questa sua avventata azione di forza gli procura l'ostracismo dei dirigenti di tutti i club clacistici professionistici, costringendolo a concludere la carriera a soli 24 anni. Gli rimane solamente la Nazionale di San Marino, nella quale ha esordito fin dalla prima partita ufficiale giocata nel 1986 contro il Canada Olimpico, quando la rappresentativa della piccola repubblica ubicata sul monte Titano è affiliata all'UEFA ancora provvisoriamente (per il definitivo riconoscimento da parte degli organi calcistici internazionali bisogna aspettare il 1988), con la quale conclude definitivamente la sua avventura pedatoria nel 1990, dopo aver collezionato solamente 3 partite senza gol.
L'altro sammarinese a vestire la maglia rossoblù è Massimo Bonini. Dopo 7 stagioni passate tra le fila della Juventus, club nel quale ha vinto tutto sia in Italia che nel Mondo (a livello individuale vince inoltre l'importante premio “Bravo” 1983 come miglior giocatore under 24 che partecipa alle coppe europee), sulla soglia dei 29 anni i dirigenti bianconeri, ritenendolo ormai al capolinea, lo cedono al Bologna. Bonini è un buon mediano, che ha speso i suoi anni migliori al servizio di "roi" Michel Platini. Celebre una battuta del fuoriclasse francese, che sorpreso a fumare negli spogliatoi dal mister juventino Trapattoni, esclamò: "l'importante è che non fumi Bonini!". Nonostante la gran mole di lavoro e di energie spese durante la carriera, Bonini ha ancora molto da dare e in rossoblù dimostra di non essere solo un maratoneta, ma un centrocampista completo dotato anche di un discreto bagaglio tecnico.
Per far fronte al duro impatto con la serie A, nella stagione 1988/89 Maifredi si affida all'esperienza dell'ex juventino, che all'inizio è coinvolto nella crisi di gioco e di risultati del Bologna, poi cresce alla distanza (insieme a tutta la squadra) e trova anche il modo di segnare 2 gol decisivi negli scontri diretti con Pisa (1-0) e Cesena (2-2).
Nelle prime due stagioni nel Bologna Bonini dà un prezioso e sostanzioso contributo alla salvezza prima e alla qualificazione in coppa UEFA poi (1989/90, la sua migliore stagione in rossoblù), risultando spesso tra i migliori in campo e formando un'ottima cerniera di centrocampo con l'inseparabile amico Bonetti.
Nel 1990/91 esordisce nel migliore dei modi, segnando il gol vittoria a Lubino, nel primo turno di coppa UEFA, e nonostante la squadra rossoblù appaia fin dalle prime uscite inadeguata e troppo debole per sperare nella salvezza, Bonini tiene in piedi il centrocampo quasi da solo, fino al tremendo infortunio al ginocchio patito il 30 dicembre 1990, durante Fiorentina-Bologna, che lo tiene lontano dal campo per quasi un anno. Rientra il 10 novembre 1991, in Bologna-Reggiana 0-2, 11^ giornata della serie B 1991/92, ma anche a causa dell'avanzare dell'età non ritornerà più ai livelli di rendimento di prima dell'incidente.

Nella sua ultima stagione in rossoblù (1992/93), colleziona solo 6 presenze, ed oltre all'onta della retrocessione in serie C1 deve subire lo smacco dell'assurda e immeritata esclusione dalla rosa della prima squadra (insieme ad altri "senatori") da parte degli scherani di Casillo (proprietario occulto, ma non troppo, del Bologna).
A livello di club la sua carriera termina nell'estate 1993, ma continua a indossare la maglia della Nazionale di San Marino fino al 1995, vestendo anche i panni del CT dal gennaio 1996 fino al 1998. La carriera di Bonini in Nazionale è particolare.

All'inizio degli anno '80 gioca 9 gare con l'Under 21 dell'Italia in quanto la federcalcio di San Marino (FSGC) all'epoca non era affiliata alla UEFA ed i giocatori sammarinesi erano considerati al pari degli italiani. Quando, a causa del “caso Macina”, le regole cambiano a Bonini è vietato giocare con la Nazionale italiana e deve aspettare il 1990 per indossare la maglia del San Marino, quando gioca nello stesso girone degli ottavi di finale dell'Europeo Under 21 dell'Italia, ma non bastano le sontuose prove del biondo centrocampista per far passare il turno alla debole selezione sammarinese.

Bonini è stato eletto calciatore del secolo di San Marino dalla FIFA.

Luca Mastri

Gli Stranieri del Bologna (1a parte)

Dai pionieri a Sergio Clerici, l'ultimo dei Mohicani.

I PIONIERI

Anche il Bologna, come la maggior parte delle società calcistiche italiane, deve le sue origini a un manipolo di stranieri. Ma se a spargere il seme del football nelle altre città, di solito, ci pensarono marinai o impiegati britannici, a Bologna, legata alla cultura mitteleuropea, furono svizzeri e danubiani, che per motivi di sudio si erano stabiliti sotto le due torri. Ecco spiegato il motivo per cui il primo straniero del Bologna ne è anche il presidente. Si tratta del 30enne svizzero Louis Rauch, dentista che gioca mezzo destro per due stagioni (segnando un gol nel 1911), e che fino al 1914 mantiene le mansioni di allenatore ante litteram.
Nella formazione che scende in campo il 30 marzo 1910, per le due partite che laureano il Bologna campione emiliano di terza divisione, oltre a Rauch sono presenti altri tre giocatori stranieri. Sono il portiere ungherese Koch, la velocissima e tecnica ala destra svizzera Guido Nanni (proveniente dal Grasshoppers di Zurigo) e il centravanti spagnolo Antonio Bernabeu y Este, fratello maggiore di quel Santiago che a metà degli anni ’40 costruirà il mito del grande Real Madrid. Antonio Bernabeu segna 5 gol nel campionato del 1911 e 3 in quello del 1911-12, risultando il capocannoniere della squadra. Se ne andrà nel 1913, contrariato per aver perso il posto in squadra. Un altro studente del Collegio di Spagna che veste la casacca rossoblù dal 1911 al 1916 è l’attaccante spagnolo Natalio Rivas, che all’inizio fatica parecchio a trovare posto nell’ undici titolare, ma poi, grazie anche alle sue doti di atleta e di gran giocoliere del pallone, segna ben 8 gol nel Bologna, risultando capocannoniere di squadra nel 1912-13 con 5 segnature.
Altri due svizzeri che fanno parte della rosa del Bologna che partecipa al campionato del 1911 sono il difensore Paillard (che l’anno successivo passa all’Internazionale) e l’attaccante Muller, autore anche di una segnatura.
Nel 1913 arrivano dall’Argentina (precisamente da Rosario de Santa Fè) quattro fratelli di origini italiane che lasceranno un’importante impronta nella storia del Bologna. Il centromediano Angelo Badini I può essere considerato il primo grande giocatore del Bologna, perno e capitano della squadra rossoblù, di grande grinta e capacità tecniche, unite all’innata lealtà. Essendo il personaggio più carismatico della squadra, ebbe anche il compito di fare le veci dell’allenatore, oltre che di svolgere le mansioni di responsabile delle squadre giovanili. La sua opera fu preziosissima, soprattutto nel periodo d’interruzione dell’attività dei campionati per cause belliche, durante il quale riuscì a tenere unita la compagine rossoblù e a reclutare ottimi giovani. Crebbero sotto la sua guida campioni del calibro di Baldi, Genovesi, Schiavio e Gasperi, che formeranno l’ossatura della squadra che nel 1925 si fregerà del primo Scudetto della storia del Bologna.
Angelo Badini morì per setticemia a soli 27 anni, nel febbraio del 1921, e gli fu intitolato il campo dello Sterlino, all’epoca teatro delle gesta del Bologna. L’altro fratello Badini a entrare in squadra nel 1913 fu l’interno sinistro Emilio, il secondo della dinastia, che giocò nel Bologna fino al 1920 ed ebbe l’onore di essere il primo rossoblù a vestire la maglia della Nazionale italiana. Il popolare “fanfarillo”, così chiamato per la sua esuberanza, alle Olimpiadi del 1920 collezionò due presenze, condite da un gol. Purtroppo a Padova, pochi mesi dopo, un grave infortunio al ginocchio gli tronca irrimediabilmente la carriera; torna in campo un anno dopo con la maglia della Virtus Bologna, ma si rende presto conto di non essere più il giocatore di prima e si ritira definitivamente dall’attività agonistica.
Durante il periodo bellico il campionato viene sospeso, ma si giocano altri tornei, per lo più a livello regionale. Tra i giocatori stranieri impiegati vi è pure la bandiera del Genoa - l’ala inglese Percy Graham "Polidor" Walsingham - oltre al centromediano inglese Williams e al difensore Cesare Badini III.
Infine, dal 1918/19 al 1920/21, fa alcune apparizioni in campo (collezionando anche 3 gol) l’ultimo dei fratelli Badini, l’attaccante Augusto, che rimane tra le fila del Bologna senza giocare fino al 1925/26, stagione in cui gioca la sua ultima partita, a Torino contro i granata locali, inutile partita conclusiva del girone Nord già vinto dai rossoblù, che schierano in campo una formazione di riserve per preservare i titolari in vista delle imminenti finali della lega Nord contro la Juventus.

 

 

 

GLI ANNI '20 E LE PRIME LIMITAZIONI

Nel campionato 1920/21, tra le riserve, si registra la presenza dell’attaccante spagnolo Giustino Benchimol, resa possibile dalla riapertura delle frontiere – chiuse alla ripresa dell’attività calcistica dopo la Grande Guerra – che permette ai club di tesserare due stranieri provenienti dall’estero. Il Bologna non schiera tra le sue fila altri calciatori stranieri fino al campionato 1925/26, quando acquista due giocatori magiari dal Törekvés, allora discreta formazione di Budapest, che privata dei due neorossoblù retrocede immediatamente posizionandosi all’ultimo posto in classifica. József Urik è una mezzala 28enne con buona predisposizione al gol, che nel 1920 ha collezionato 3 caps e una segnatura in Nazionale (anche se la federazione ungherese nel 1930 le considererà gare non ufficiali) e nel Bologna mette a segno 4 reti in 7 presenze. Lajos Weber è un centromediano, anche lui già Nazionale ungherese, che con i rossoblù scenderà in campo in 11 occasioni. Lo scarso impiego dei due giocatori stranieri è dovuto principalmente al fatto che il Bologna, fresco Campione d’Italia, annovera in rosa i fortissimi Perin (mezzala) e Baldi (centromediano), che inevitabilmente inducono l’allenatore danubiano Felsner ad un impiego limitato dei pur validi ungheresi, i quali torneranno in patria al termine del campionato. Weber si accasa nel Bastya Szeged e rimane nel giro della Nazionale fino al 1929 (in totale collezionerà 6 presenze), mentre di Urik si perdono le tracce.
Il 2 Agosto 1926, con la cosiddetta “Carta di Viareggio”, la federazione italiana sancisce che, fermo restando il limite di due stranieri tesserabili, questi non possono essere schierati contemporaneamente in campo. Inoltre dal 1927, in ossequio ai dettami del governo fascista, è proibito schierare giocatori stranieri. Per aggirare questa norma era possibile ingaggiare dall’estero giocatori di origine italiana, grazie all’escamotage del rimpatrio, e ciò diede di fatto il via all’invasione degli oriundi, utilizzabili anche dalla Nazionale azzurra. La Juventus si affidò a giocatori argentini (Monti, Orsi e Cesarini), la Lazio importò numerosi brasiliani (venne definita BrasiLazio) e il Bologna, per oltre un decennio, volse il suo sguardo oltre frontiera esclusivamente sull’Uruguay, la cui Nazionale, all’epoca, era saldamente ai vertici in tutte le competizioni internazionali (campione olimpica nel 1924 e nel 1928, mondiale nel 1930 e sudamericana nel 1923, nel 1924, nel 1926 e nel 1935).


GLI ORIUNDI DEGLI ANNI '30

Il primo oriundo ad indossare la maglia rossoblù dopo la chiusura delle frontiere è l’uruguaiano Francisco “piteta” Fedullo (italianizzato in Francesco), segnalato dall’osservatore Ivo Fiorentini, un italiano che vive in Sud America e che tempo dopo avrà un ruolo importante anche per quanto riguarda gli ingaggi di Sansone ed Occhiuzzi, prima di rientrare in Italia e guidare – nelle vesti di allenatore – il Livorno ad un incredibile secondo posto in campionato, ad un punto dal Grande Torino. Il fortissimo interno sinistro arriva in Italia nel 1930, acquistato dall’Instituciòn Atletica Sud America di Montevideo, un club di secondo piano ma dall’ottimo vivaio. Ha 25 anni e nella Nazionale del suo paese conta solo 5 presenze, anche a causa della squalifica a vita rimediata nel 1929 per aver colpito un arbitro. Poi il trionfo mondiale della celeste nel 1930 dà luogo ad un’amnistia che lo riabilita, previo perdono della parte lesa, a patto che espatrii. A quei tempi, e fino almeno alla fine degli anni ’50, giocare in un campionato estero vuol dire automaticamente perdere la possibilità di essere convocati in Nazionale. Però il suo status di oriundo gli permette di giocare con l’Italia 2 partite (condite da 3 gol, tutti segnati al debutto). L’uruguaiano conferma anche in Italia il suo carattere spigoloso, non concedendo dopo la sua prima partita in Nazionale un’intervista al C.T. azzurro Pozzo, credendo che quest’ultimo volesse prenderlo in giro, ignorandone la doppia veste di allenatore e giornalista de “La Stampa” di Torino. Pozzo non la prese affatto bene e, anche a causa delle polemiche sui troppo oriundi utilizzati in azzurro, gli concesse solo un’altra presenza in Nazionale.
Fedullo è un po’ lento ma ha un sinistro mortifero, oltre ad una tecnica di prim’ordine, che gli permette di mettere a segno ben 56 gol nelle 9 stagioni in rossoblù. Gioca divinamente e gli unici problemi arrivano nel 1935, quando fugge in Uruguay all’insaputa di tutti, al pari di altri celebri oriundi (“il corsaro nero” Guaita, Scopelli, Demaria, Cesarini e Orsi) rimpatriati per paura di essere chiamati alle armi in vista della guerra in Etiopia. Dall’Ara ovviamente s’infuria, ma appena viene a galla che la fuga era motivata dalle gravissime condizioni di salute del padre, il Presidente lo riaccoglie a braccia aperte. La sua parabola agonistica si chiude nel 1939, a 34 anni, quando i venti di guerra che spirano sull’Europa lo inducono a tornare a Montevideo, stavolta definitivamente.
Nel 1931 dal Peñarol arriva un’altra mezzala uruguagia, il 21enne Rafael Sansone (italianizzato in Raffaele). Non ha mai giocato una partita ufficiale con la Nazionale (chiuso, come Fedullo, dai leggendari “peòn” Cea e “mago” Scarone), ma è un asso, che va a formare un’affiatatissima coppia d’interni da favola col connazionale Fedullo. I due avevano già giocato insieme, in una partita non ufficiale, in cui furono schierati in un’inedita Nazionale uruguaiana selezionata dai giornalisti, e avevano fatto faville. I due uruguagi sono tessitori di gioco finissimi, capaci di unire la spettacolarità e l’efficacia nelle giocate, e in rossoblù danno vita a duetti indimenticabili, a tutto beneficio del centravanti Schiavio, che converte in gol i loro passaggi illuminanti. Sansone fa l’interno destro ed è più abile nell’organizzazione di gioco, mentre Fedullo sta a sinistra ed ha più confidenza col gol. Inoltre Sansone è in possesso di uno straordinario repertorio di finte che mandano regolarmente a sedere l’avversario diretto, e quindi di un dribbling difficilissimo da contenere senza commettere fallo. Le modalità dell’acquisto dell’urugaiano da parte del Bologna sono abbastanza singolari, in quanto l’oriundo era destinato alla Fiorentina, espressamente voluto dall’”artillero” Petrone, suo connazionale (il quale era rimasto impressionato dai suoi passaggi perfetti in occasione di due sfide non ufficiali Uruguay – Argentina): durante l’estate l’ex allenatore rossoblù Felsner va a Firenze, e volendo con sé in viola Pitto e Busini III, Sansone viene girato al Bologna come parziale contropartita, scelto anche grazie ai buoni uffici di Fedullo, il quale ne parla benissimo. Nell’estate 1933 torna momentaneamente al Peñarol, un po’ per nostalgia e un po’ per questioni d’ingaggio, ma Dall’Ara capisce che non può fare a meno di un giocatore come Sansone, così nell’estate 1934, non ancora Presidente (la carica era sulle spalle di Bonaveri) ma di fatto già al comando in qualità di commissario straordinario, gli fa ponti d’oro per farlo tornare, oltre a pagare una forte somma ai gialloneri di Montevideo. Il popolare Faele giocherà a lungo in rossoblù (fino al 1944), risultando lo straniero con più presenze nel Bologna (ben 314) e concedendo alla platea dei tifosi petroniani perle come la famosa azione in coppia con Biavati, in una partita contro il Milan: narra il giornalista Alfeo Biagi nel suo libro “Che tempi!” che i due partirono dalla propria area e sempre toccando la sfera di prima divorarono il campo senza che nessun avversario riuscisse a intervenire; al tiro andò Sansone che colpì il palo. Avesse segnato, quel gol sarebbe passato alla storia. Una volta appese le scarpe al chiodo, dopo alcuni anni da allenatore girovago, Faele diventa il braccio destro del Presidente Dall’Ara, sedendo anche per alcune partite sulla panchina della prima squadra, ed alla guida della formazione “primavera” vince il prestigioso Torneo di Viareggio nel 1967.
Nel 1932 sbarca a Bologna un altro uruguaiano, nato a Cosenza, ma emigrato ben presto al seguito della famiglia in Sud America. E’ il 27enne centromediano Francesco Occhiuzzi, proveniente dal Wanderers Montevideo, col quale si è lauraeto campione nazionale nel 1931, approfittando dello sciopero dei calciatori dell’anno prima che, oltre alla cancellazione del campionato, aveva provocato anche una massiccia fuga all’estero dei migliori elementi delle tradizionali grandi squadre (specie al di là del Rio della Plata, per accasarsi nei club argentini). Occhiuzzi vanta 5 partite in Nazionale, non poche per uno che gioca nel ruolo occupato dal fortissimo “patròn” Fernàndez, il perno centrale della famosa linea mediana nota come la “cortina metalica”. Il nuovo uruguaiano rossoblù è roccioso, dinamico, combattivo e nonostante la statura non eccelsa per il ruolo, svetta di testa grazie ad un’elevazione e ad un tempismo eccezionali; dà un ottimo contributo nelle due stagioni di militanza in Italia, nonostante la rottura di una gamba, rimediata a Padova, ne limiti l’impiego nella prima stagione, tagliando fuori il Bologna dalla lotta Scudetto. Nell’estate 1934 Occhiuzzi torna in patria per le ferie, ma quando il Bologna lo convoca in vista degli allenamenti d’inizio stagione, ottiene risposta negativa. Lo sostituisce il mediano laterale Donati, pescato tra le riserve, un buon giocatore, molto potente, ma che dopo aver destato un’ottima impressione nella Coppa dell’Europa Centrale, in campionato non ripete le belle prove mostrate in estate. Il rendimento della compagine felsinea ne risente pesantemente, in quanto il centromediano è il fulcro della squadra schierata secondo i dettami del metodo, schema allora imperante.
Nel 1935 Fedullo, al rientro dopo la fuga per motivi familiari, porta con sè il 23enne centromediano Miguel Angel Andreolo (italianizzato in Michele), proveniente dal Nacional Montevideo (ove aveva già vinto due titoli nazionali), che si rivela ben presto il tipo giusto a cui affidare le chiavi della manovra. Con la celeste ha appena conquistato da riserva (senza mai scendere in campo) la Coppa America, anche lui chiuso dall’intramontabile Fernàndez. Ma è con l’Italia che raccoglie la vera gloria: scelto dal C.T. Pozzo per sostituire il grande, ma ormai anziano, “doble ancho” (doppia anta) Monti, collezionerà 26 presenze (e 1 gol) in azzurro e si laureerà Campione del Mondo nel 1938. Nel 1937, ormai conclamata stella a livello internazionale, ha l’onore di giocare nella selezione dell’Europa Centrale che affronta una pari rappresentativa dell’Europa Occidentale e nel 1938 gioca per il Resto d’Europa contro la Nazionale inglese. Andreolo è piccolo di statura, ma atleticarnente forte, velocissimo, dotato di un formidabile gioco di testa, sa sganciarsi in attacco e trovare con facilità la via del gol. La sua specialità è contrare con aggressività il centravanti avversario e aprire il gioco con lunghi e precisi lanci, grazie al suo senso della manovra istintivo e razionale; in più, dispone di un tiro al tritolo, con cui su punizione trafigge spesso i portieri avversari. Aveva un’unica debolezza tecnica: il calcio di rigore. «Quando mi trovo testa a testa col portiere» confessava candidamente «mi cedono le gambe. Ho coraggio, ma al momento del tiro provo una sensazione d’impotenza». Il tallone d'Achille di un fuoriclasse dalla straordinaria personalità. Andreolo è la trave portante della squadra rossoblù, vero e proprio elemento imprescindibile, e quando manca per infortunio o non è in piena forma, il rendimento del Bologna cala vistosamente. Nel 1940/41, ad esempio, un grave infortunio gli fa saltare le ultime 9 partite di campionato: viene sostituito da Boniforti e la compagine rossoblù crolla, collezionando solo 6 punti nelle ultime 7 partite e mantenendo la testa della classifica grazie al rassicurante vantaggio accumulato in precedenza sull’Ambrosiana Inter. Ancora più emblematica, per evidenziare l’importanza del centromediano uruguaiano, la stagione 1941/42. Andreolo è ancora a mezzo servizio per i postumi del grave infortunio rimediato l’anno prima (sostituito dall’anziano Montesanto) e il Bologna arranca nelle posizioni meno nobili della classifica, finchè il pieno recupero dell’uruguaiano porta la squadra fuori dalla lotta per non retrocedere e al settimo posto finale.
Nel Bologna dà sfoggio delle sue immense doti fino al 1943 (nonostante la serrata corte di prestigiosi club come il Sochaux e il Milan), vincendo 4 scudetti e il Torneo dell’Esposizione di Parigi del 1937, poi passa alla Lazio e al Napoli (allenato dal connazionale Sansone), chiudendo la sua lunghissima carriera nel Catania e nel Forlì, in serie C.
Nel gennaio 1938, proveniente dal Central Español di Montevideo (società di medio cabotaggio del campionato uruguaiano), arriva a Bologna un centravanti di 21 anni, con l'ingrato compito di rinverdire i fasti dell’immenso Angiolino Schiavio, che il livornese Busoni non aveva saputo rimpiazzare a dovere.
Il suo nome è Héctor Puricelli Seña (italianizzato in Ettore Puricelli) e in Uruguay fonti non ufficiali gli accreditano oltre un’ottantina di gol, indossando le maglie di River Plate di Montevideo e Central. Ettore non può essere immediatamente schierato dal Bologna: per rispettare la prassi del tempo deve attendere alcuni mesi prima di ottenere il nullaosta da parte della federazione uruguaiana. Quando finalmente, all’inizio della stagione 1938/39, giunge il mo¬mento di dimostrare sul campo il proprio valore, si rivela attaccante di razza. Segna valanghe di gol, specialmente di testa, tanto che viene presto battezzato “testina d'oro” e vince al primo colpo Scudetto e classifica marcatori. La cosa curiosa è che al suo arrivo in Italia Puricelli non era accreditato di avere un gran colpo di testa, molto probabilmente per la mancanza, nelle squadre in cui aveva fino allora militato, di valide ali in grado di servirlo a dovere. Nel Bologna, invece, lo schema per mandare in rete il centravanti uruguaiano era semplice quanto efficace: Sansone lanciava per Biavati, il quale partiva sulla destra con il famoso “passo doppio” e mandava al centro una palla deliziosa, invitan¬te; Puricelli saltava e rimaneva lassù, colpendo il pallone in anticipo sugli avversari e indirizzandolo con potenza e precisione verso la porta, oppure imprimendo alla sfera impercettibili deviazioni che non lasciavano scampo ai portieri. Sebbene questa sua specialità nel gioco aereo finisse inevitabilmente per mettere in ombra le altre doti tecniche, va detto che, nel suo regno (l’area di rigore avversaria), l’uruguaiano metteva in mostra un buon tocco di palla e una certa abilità di palleggio. Puricelli vinse due scudetti con il Bologna (133 partite e 80 gol in tota¬le) e giocò una partita nella Nazionale italiana (con un gol), poi dopo la pausa bellica passò al Milan in cambio del geniale Cappello, ed anche in rossonero si confermò ottimo goleador. Chiuse la carriera da giocatore nel Legnano, vincendo la classifica cannonieri di serie B, poi fu a lungo allenatore vincendo anche uno Scudetto col Milan.
Nel campionato 1937/38 il Bologna schiera altri due oriundi uruguaiani - provenienti anch’essi dal Central Español di Montevideo - che però non lasciano che esili tracce in rossoblù: Albanese e Liguera. Vicente Albanese (italianizzato in Vincenzo) è un interno di 25 anni che ha giocato anche una partita nella Nazionale “oriental” in un torneo amichevole sudamericano nel 1936. Nel Bologna viene utilizzato 7 volte, senza rivelare grosse doti, e a fine stagione torna in patria.
Norberto Liguera è un’ala 25enne che scende in campo con la maglia rossoblù in due sole occasioni, senza entusiasmare, e che al termine del campionato passa all’Anconitana e l’anno dopo gioca nel Molinella (entrambe in serie B, categoria dove colleziona in tutto 35 presenze e 9 gol).
Il decennio si chiude con l’ennesimo oriundo rimpatriato dall’Uruguay. Nel 1939 viene acquistato dall’Instituciòn Atletica Sud America di Montevideo Hugo Estebán Porta (italianizzato in Stefano), fratello di Roberto, già attaccante dell’Ambrosiana Inter qualche anno prima. Hugo è un interno di 25 anni che debutta nel campionato italiano andando a segno contro il Torino; poi seguono alcune altre partite da titolare, ove mette in mostra una costante partecipazione alla manovra, ma l’allenatore Felsner ben presto gli preferisce Andreoli. Porta chiude l’esperienza in rossoblù dopo una sola stagione, contando 7 presenze e 2 gol.


LE ANNESSIONI IN TEMPO DI GUERRA

Analogamente a quanto avvenuto con l’annessione all’Italia dell’Albania nel 1939, che in ambito calcistico diede la possibilità a Roma e Bari d’ingaggiare i fuoriclasse Krieziu e Lushta, l’annessione della Dalmazia del 1941 permette al Bologna di acquistare, nella stagione 1942/43, la stella dell’Hajduk Split Frane Matošić, attaccante 24enne con spiccate doti realizzative (messe in evidenza fin dall’esordio, a 16 anni, quando realizza una tripletta contro lo Slavia Sarajevo). Nel 1940/41, militando nella squadra spalatina, Frane si laurea campione della momentaneamente indipendente Croazia e quando approda in rossoblù vanta già 7 presenze e 2 gol nella Nazionale jugoslava. Inoltre, al cospicuo bottino di 44 reti segnate nel campionato slavo (sospeso nel 1940), vanno aggiunte quelle realizzate nel campionato croato. Nel Bologna Matošić gioca da interno di manovra, mostrando un tocco di palla discreto e buona visione di gioco, ma in patria ha sempre fatto il centravanti, ruolo occupato in rossoblù dall’inamovibile Puricelli. In 28 presenze il croato mette a segno 13 gol, miglior realizzatore della squadra felsinea, grazie all’abilità nel calciare rigori e punizioni e alla precisione del tiro dalla distanza. Al termine della stagione Matošić fa ritorno nell’Hajduk, anche a causa dell’invasione alleata che provoca l’inasprirsi della guerra civile in Italia e l’inevitabile sospensione dell’attività calcistica. Dopo la seconda guerra mondiale la carriera di Matošić riprende brillantemente, tanto che nel 1946 vince classifica dei cannonieri (con 13 gol) e campionato croato e nel 1948/49 è capocannoniere del campionato jugoslavo con 17 gol; nel 1950, nel 1952 e nel 1954/55 si laurea campione di Jugoslavia e gioca in Nazionale fino al 1953 (in totale 16 presenze e 6 gol), vincendo la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1948, pur senza mai scendere in campo. Frane, a parte la parentesi bolognese e un anno (1938/39) nel BSK Beograd (ove vince il campionato jugoslavo) per assolvere agli obblighi militari, compie la sua parabola agonistica lunga ben 21 anni tutta nell’Hajduk Split, della quale è il miglior goleador all time (fonti non ufficiali, ma senza dubbio attendibili, gli attribuiscono 729 gol in 739 partite). Nel 1956 si ritira dall’attività di calciatore col considerevole bottino di 193 gol nel campionato jugoslavo e intraprende la carriera di allenatore, diventando anche C.T. della Jugoslavia.

 

 

 

 

LA RIPRESA DEI CAMPIONATI NEL DOPOGUERRA

Nel 1946, dopo una stagione di assestamento disputata con la formula dei due gironi (Nord e Sud), la serie A torna a girone unico e la federazione riapre le frontiere: ora è possibile tesserare 2 stranieri e 3 oriundi.
Il Bologna preleva dal Ferencvaros di Budapest, squadra magiara tra le più importanti all’epoca, gli ungheresi Vilmos “Willy” Sipos e Bela Sarosi III, appena fuggiti per motivi politici dalla loro patria. Il primo è un’ ala destra ormai un po’ attempata (30 anni), nato in Jugoslavia (col nome di battesimo di Vilim), selezionato in 13 occasioni (tra il 1935 e il 1939) per la Nazionale del suo paese natale - con la quale ha segnato anche un gol – e che a livello di club ha militato a lungo nella gloriosa HASK Gradjanski di Zagabria (progenitrice dell’attuale Dinamo). Approfittando delle origini ungheresi dei genitori gitani, durante la seconda guerra mondiale acquisisce la cittadinanza magiara, entra a far parte del Ferencvaros e gioca anche 2 partite nella Nazionale ungherese (nel 1945 e nel 1946). In rossoblù Sipos viene utilizzato all’ala destra, all’ala sinistra e anche come interno, mostra ancora qualche sprazzo di classe, ma il fisico non lo sorregge più come ai bei tempi, così dopo una sola stagione (nella quale totalizza 9 presenze) viene scaricato in quarta serie (al Correggio), concludendo la carriera in serie C, con le maglie del Grosseto e del Messina (una stagione in toscana e due in Sicilia, fino al 1951).
Bela Sarosi III è un centromediano metodista 27enne, fratello minore del grandissimo attaccante György (che sarà tecnico rossoblù nel 1957/58 in sostituzione dell’esonerato Ljubo Bencic, portando la squadra ad un ottimo sesto posto), molto apprezzato in patria, dove ha collezionato 25 gettoni (e 1 gol) con la Nazionale magiara, partecipando da riserva (giovanissimo, senza mai scendere in campo) ai Mondiali del 1938. Tecnicamente è molto valido, calcia la sfera con notevole eleganza e svetta sui palloni aerei, ma la mole non ne agevola mobilità e velocità. Nonostante i limiti dinamici Sarosi anche sotto le due torri si rivela giocatore di caratura internazionale, disputando tre buonissime stagioni e brillando particolarmente nelle partite disputate su campi pesanti; poi nel 1949 il Bologna passa dal Metodo al Sistema (che arretra il centromediano e lo trasforma da catalizzatore del gioco a semplice difensore centrale, stopper in marcatura sul centravanti avversario) e l’ungherese viene ceduto al Bari, ove pone fine degnamente alla carriera di calciatore.
Nel 1947 un’altra lieve modifica dei regolamenti porta a 3 il numero degli stranieri tesserabili, fermo restando a 5 il limite di non italiani (stranieri e oriundi) in rosa.
Al confermato Sarosi III si aggiunge un altro ungherese, anch’egli fuggito da Budapest e proveniente dal Ferencvaros: è l’attaccante 23enne Istvan Miki Mayer, subito ribattezzato dagli italiani Mike, nomignolo col quale compare nelle cronache e nei tabellini dell’epoca. Mike è un’ala destra che può disimpegnarsi con disinvoltura anche nel ruolo di centravanti, grazie al fisico atletico e alle gambe granitiche, e il suo pezzo forte sono le terrificanti bordate che lascia partire preferibilmente in corsa (da qui il soprannome di “pista”), le quali molto spesso non lasciano scampo ai malcapitati portieri avversari. Nella Nazionale ungherese conta appena 4 presenze e 1 gol, dal 1945 al 1947, chiuso nel ruolo di centravanti da Ferenc “bamba” Déak, poderoso attaccante dall’impressionante media gol. Il ruolo di ala destra è invece occupato da un giocatore che sta muovendo i primi passi sulla scena internazionale, uno dei rappresentanti più luminosi della generazione di fenomeni che daranno vita al mito dell’Aranycsapat (letteralmente: squadra d’oro, la selezione magiara che incanterà il mondo nella prima metà degli anni ’50), ovvero l’epocale Nàndor Hidegkuti, non ancora spostato nella posizione di centravanti arretrato che gli darà fama eterna. Nel Bologna Mike inizia un po’ in sordina, segnando 6 gol nel primo campionato, quando viene schierato un po’ ala destra e un po’ centravanti, in concorrenza con Baiocchi, Biavati e Cappello. Alla sua seconda stagione in Italia, spostato stabilmente sulla fascia destra dell’attacco dove può sfruttare appieno il suo tiro di mezzo esterno (che alla potenza accoppiava un maligno effetto), esplode fragorosamente, mettendo a segno la bellezza di 21 gol (terzo in classifica cannonieri alle spalle degli interisti Nyers e Amadei), con la ciliegina del pokerissimo inflitto al Livorno. Anche nel 1949/50 le sue medie realizzative sono tutt’altro che disprezzabili (14 gol), ma a fine stagione viene ceduto alla Lucchese, più che altro per far posto al mediano danese Pilmark, stante la normativa (datata estate 1949) che pone a 3 il numero massimo di stranieri tesserabili, senza più distinzioni tra oriundi e non. In toscana l’ala ungherese infila in porta 13 palloni e l’anno successivo passa al Napoli, dove rende un po’ al di sotto delle sue potenzialità (solo 8 gol). Nel 1952, essendo ormai in Italia da almeno 5 anni, Mike è considerato un fuoriquota, cioè non rientra nel limite di 3 stranieri per squadra (per il Bologna sono i danesi Jensen e Pilmark e l’uruguiano Garcia), e può quindi tornare in rossoblù per sostituire il centravanti Cappello, sotto pesante squalifica per aver colpito un arbitro durante un torneo amatoriale bolognese. La sua stagione è più che decorosa ed in 28 incontri realizza 10 reti, poi nel 1953/54 Cappello, finito di scontare la squalifica, si riappropria della maglia numero 9 e Mike deve accontentarsi di scendere in campo in sole 11 occasioni (di solito al posto dell’ala Valentinuzzi), nelle quali segna 2 gol. Chiude la carriera agonistica l’anno successivo nel Genoa, con 16 pesenze e 2 realizzazioni.
Il 1947 non è solo l’anno dell’arrivo a Bologna di Mike, ma anche di altri tre ungheresi che non daranno alcun contributo alla causa. Uno è il difensore Horvàth, giocatore di valore che dopo soli due mesi e alcune amichevoli in rossoblù, non appena percepito l’ingaggio (dell’ammontare di un milione di Lire) fugge per tornarsene in patria. Il misterioso magiaro è uno dei pochissimi uomini che si possono vantare di aver raggirato lo scaltrissimo Presidente Renato Dall’Ara. Gli altri due ungheresi sono i mediani Samu e Mezsaros, meno dotati di Horvàth, che scendono in campo con la maglia rossoblù solo in qualche match amichevole. Completa la legione straniera del Bologna 1947/48 una mezzala argentina di 27 anni proveniente dall’Audax Italiano di Santiago del Cile, con la quale nel 1945 ha vinto la classifica dei cannonieri con 17 gol: il suo nome è Hugo Giorgi e si fa valere più dal punto di vista tecnico che da quello della gagliardia fisica, tanto che in molti sospettano che abbia qualche anno in più rispetto a quelli dichiarati all’anagrafe. Non va oltre al ruolo di affidabile riserva, collezionando nella prima stagione 10 presenze e 2 gol e nella seconda (e ultima) le presenze sono 12 e i gol 3.
La rotta Santiago del Cile – Bologna continua ad essere trafficata anche nel 1948, quando arrivano in rossoblù gli argentini Ramon Villasanta e Juan Zarate, provenienti anch’essi dall’Audax Italiano. Villasanta è un terzino e Zarate è un giovane interno dal gol facile, che ha appena vinto la classifica cannonieri del campionato cileno con 22 gol, ripetendo l’exploit del 1945, quando miltando nel Green Cross fu capocannoniere in coabitazione con Hugo Giorgi e l’uruguaiano Cruche. I due argentini non scenderanno mai in campo in una partita ufficiale: l’attaccante tornerà in Sud America nel 1949, seguito qualche anno dopo dal difensore, che nel frattempo giocherà anche nella Centese.
Il 1948 è anche l’anno delle Olimpiadi di Londra, ove destano sensazione - nel torneo calcistico – le formazioni scandinave. La Svezia conquista la medaglia d’oro e la Danimarca (dopo aver eliminato l’Italia con un fragoroso 5 – 3) quella di bronzo. I club italiani saccheggiano gli elementi migliori delle due Nazionali del nord Europa e nel nostro campionato arrivano autentici fuoriclasse, come per esempio gli svedesi Gunnar Nordahl, Gren, Liedholm e i danesi Karl Aage Hansen, Sørensen, John Hansen, Praest, Pilmark e Jensen. Ma non è solo per seguire la moda del momento che ai primi di dicembre del 1949 il Bologna ingaggia il 27enne mediano sinistro Ivan Tage Jensen, proveniente dall’Akademisk Bold Klub København, col quale ha appena terminato il campionato classificandosi al secondo posto. Ivan fa anche parte della Nazionale danese, con la quale ha disputato 25 partite e segnato 2 gol, prima di trasferirsi in Italia e acquisire lo status di professionista (in Danimarca il professionismo verrà introdotto solo nel 1978), perdendo così la possibilità d’indossare la maglia rossa della selezione scandinava.
Il Bologna ha bisogno di un laterale avvezzo allo schema sistemista (il WM inventato dall’allenatore dell’Arsenal Chapman nel 1925), modulo di gioco al quale la squadra felsinea si è convertita - tra le ultime in Italia ad abbandonare il Metodo - all’inizio della stagione 1949/50 con esiti disastrosi, e il mediano danese si rivela l’uomo giusto contribuendo alla salvezza con 26 presenze ed un gol. Nel Sistema i due mediani laterali si accentrano diventando il perno della manovra - in luogo del centromediano retrocesso in terza linea con compiti esclusivamenti difensivi - e devono far partire le azioni d’attacco, fungendo da primi costruttori di gioco, mentre nel Metodo erano in pratica dei semplici difensori che dovevano principalmente contrare le ali avversarie. Jensen è un interdittore dall’eccezionale carica agonistica, sempre pronto all’intervento sulla mezzala avversaria ed all’immediato rilancio della manovra, unendo la qualità alla quantità, senza mai lanciarsi in azioni inutili o pericolose. Il professore (così soprannominato perché in patria svolgeva questa professione) rimane in rossoblù fino al 1955/56, stagione in cui a 36 anni perde il posto di titolare in favore dell’ottimo francese Bonifaci, risultando sempre tra i giocatori col rendimento più elevato, nonostante in quegli anni il Bologna alterni buoni campionati ad altri nei quali acciuffa la salvezza nelle ultime battute. Di caratteristiche e temperamento agli antipodi rispetto al danese è l’altro straniero ingaggiato da Dall’Ara – su suggerimento del talent scout Sansone - nel 1949, vale a dire il 23enne interno destro uruguaiano Josè Garcia, proveniente dal Defensor Montevideo. Il focoso uruguagio, nonostante faccia parte di un club non di primissimo piano, è nel giro della Nazionale, con la quale ha collezionato 21 presenze e 2 gol, disputando anche ben tre edizioni della Coppa America. Nel 1945 e nel 1946 l’Uruguay si classifica al quarto posto e Garcia viene schierato nei vari ruoli d’attacco, non essendo titolare fisso, mentre nel 1947, giostrando nel suo ruolo naturale d’interno destro contribuisce con ottime prestazioni al terzo posto della celeste. Il “Loncha” (chiamato così a causa dei lineamenti che ricordano quelli del terrificante attore americano Lon Chaney) è un talento naturale - con due piedi d’oro che gli consentono di sciorinare un palleggio finissimo - e nonostante il fisico minuto ama irridere l’avversario con dribbling e sberleffi, causandone spesso la rabbiosa reazione. La prima stagione bolognese di Garcia è piuttosto travagliata: infortunatosi alla prima amichevole (stiramento al polpaccio) torna in campo ad ottobre ed il suo rendimento è alquanto discontinuo, attirando su di sè le aspre critiche dei giornalisti. Il “muchacho” (altro soprannome dell’uruguagio) conferma il suo carattere facilmente infiammabile assestando un pugno in faccia ad un malcapitato giornalista reo di averlo criticato, causando un putiferio presto ricomposto dall’intervento della società. Garcia cambia completamente registro (almeno per quanto concerne le sue prestazioni in campo) nella stagione 1950/51, durante la quale segna 9 gol (è anche il rigorista rossoblù) e dà vita a splendidi duetti con l’ala Cervellati, con la quale forma un ottimo asse destro d’attacco. Nelle due successive stagioni il suo bottino di gol cala drasticamente, pur conservando il posto di titolare, giostrando indifferentemente da interno destro o sinistro, alternando come sua abitudine grandi giocate a lunghe pause. Nel novembre 1953 Garcia, a causa dei ricorrenti litigi con l’allenatore Viani, torna in Uruguay, sostituito egregiamente dall’ex veronese Pozzan che può contare sull’ottima intesa a centrocampo con l’altro ex gialloblu Pivatelli. Il “muchacho” pentito torna in rossoblu nel 1954, ma i ruoli d’interno di centrocampo sono occupati: a sinistra c’è il prezioso regista Pozzan e a destra ci sono il prolifico Pivatelli (presto spostato al centro dell’attacco) e il dinamico jolly Randon. Garcia deve così accontentarsi di 11 presenze e a fine stagione viene ceduto all’Atalanta, dove colleziona solo 13 apparizioni, soprattutto perché, durante un match contro il Bologna, ebbe la bella pensata di prendere in giro con i suoi irriverenti giochetti il difensore Ballacci, rude capitano dei rossoblù, il quale per tutta risposta gli mollò un tremendo calcione, che in pratica pose fine alla carriera del centrocampista uruguagio.


I MEDIANI DI GRAN RENDIMENTO E LE DELUDENTI STELLE DEGLI ANNI ‘50

Per mettere a punto al meglio l’applicazione degli schemi sistemisti del tecnico inglese Crawford, nel 1950 viene acquistato il 25enne mediano destro danese Axel Peter Pilmark, proveniente dal KB København, squadra con la quale si è laureato per tre volte consecutive campione di Danimarca. Consigliato al Presidente Dall’Ara dal connazionale Jensen, Pilmark ha inoltre conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1948 con la Nazionale danese, con la quale è sceso in campo in 18 occasioni e segnato 1 gol. I due “pastorini” danesi formano un’ottima coppia di mediani, perfettamente assortita, con Pilmark - la cui classe brilla luminosamente - più portato alla spinta offensiva e Jensen che bada di più al contenimento: due pistoni di un motore potente. Il forte quadrilatero di centrocampo, completato dalle mezzali Garcia e Bernicchi (o in alternativa dall’ex interista Campatelli), porta il Bologna ad un buon settimo posto in campionato. Pilmark rimane in rossoblù per 9 stagioni, fino al 1958/59, sempre da titolare inamovibile e indossando anche la fascia di capitano dal 1957 in poi, collezionando in tutto 278 presenze e 4 reti, risultando tra i giocatori più rappresentativi del Bologna dal dopoguerra ad oggi. Nel 1959/60 veste i panni del vice allenatore, affiancando Allasio, poi al termine della stagione torna in Danimarca, alla sua fabbrica di componenti meccanici, ma non si scorderà del Bologna, segnalando a Dall’Ara un promettente centravanti danese: Harald Nielsen.
Il 17 maggio 1953, in occasione dell’inaugurazione dello stadio Olimpico di Roma, l’Italia subisce un pesante 0 – 3 dall’Ungheria di Puskas e 12 giorni dopo il Sottosegretario agli Interni Andreotti chiude d’imperio le frontiere calcistiche. Fermo restando il limite di tre stranieri per squadra (oltre ai fuoriquota), per due stagioni è possibile importare dall’estero solo oriundi, poi dalla stagione 1955/56 i nostri club possono prelevare da federazioni estere uno straniero all’anno, oltre ad un altro giocatore impiegabile in azzurro grazie a più o meno remote origini italiane. Nel 1953, dal Nice, l’Inter acquista un francese di origini italiane che passerà un paio di anni più tardi in rossoblù. Nell’autunno del 1955, per ovviare al declino di Jensen (ormai 36enne) e risolvere il problema di un centrocampo scricchiolante e poco equilibrato, il Bologna acquista dai nerazzurri meneghini il 24enne francese Antoine Bonifaci: mediano incontrista di discreto livello, già 12 volte nazionale bleu (con 2 gol), elegante nell’appoggio ma che si fa sentire anche in fase d’interdizione. All’inizio – grazie all’ottima tecnica di base - viene schierato nel ruolo di mezzala, poi nel girone di ritorno passa definitivamente nella posizione di mediano, sostituendo di fatto Jensen. La presenza del francese rimette in sesto il centrocampo del Bologna, che piano piano si risolleva in classifica, fino ad ottenere un sorprendente quinto posto finale. Il transalpino viene confermato per la stagione successiva, dove fornisce un buon rendimento e contribuisce al sesto posto dei rossoblù disputando 32 partite (con 1 gol). A completare il trio di stranieri arriva nell’autunno del 1956, dal Deportivo Independiente di Medellin, il 25enne interno destro argentino Renè Enri Seghini, portato a Bologna dal solito Sansone. Cresciuto nel Boca Juniors, a vent’anni gioca 26 partite segnando 8 gol con la maglia xeneize, poi passa al Sarmiento e al Platense e nel 1955 emigra, attratto come tanti altri giocatori del tempo dall’”Eldorado del futbol sudamericano”, quella Colombia che, pur non essendo riconosciuta dalla FIFA, garantisce ingaggi faraonici alle stelle straniere del suo campionato “fuorilegge”, il Dimayor. Nel Deportivo Independiente di Medellin Seghini va a completare una prima linea esplosiva, composta da Josè Manuel “el Charro” Moreno, Felipe Marino (argentini), Orlando Larraz e Carlos Arango, che trascina il DIM al titolo di campione colombiano. Seghini in Sudamerica ha una solida fama di virtuoso del pallone, maestro dell’assist ed abile goleador, ma in rossoblù è una meteora. Debutta a Firenze e secondo le cronache gioca abbastanza bene, servendo anche un assist per Cervellati; del suo esordio scrive il prestigioso settimanale “Lo Sport Illustrato” : “ha classe e numeri per farsi rispettare nel nostro torneo, la palla gli corre veloce tra i piedi, sa celermente servire i compagni e non disdegna di lasciar partire briscole verso la porta avversaria”. Il fantasista viene riproposto la settimana successiva a Palermo, dove evidenzia un certo disagio nel calarsi nel clima infuocato del campionato italiano, rivelandosi un fuscello destinato a soccombere nei duri scontri con i rudi mediani avversari, che lo fermano con tackle e strattoni ai quali l’argentino, coi suoi 157 cm di altezza, può opporre scarsa resistenza. Scende in campo per l’ultima volta a Torino contro la Juventus, poi la nostalgia della moglie per il Sud America lo convince a far ritorno in Colombia dove, inseguito inutilmente dalla squalifica della FIFA a seguito della denuncia di un inviperito Dall’Ara, porta il DIM al titolo del 1957, sostituendo il tecnico Moreno nel finale di stagione nelle vesti di allenatore – giocatore; nel 1959 passa al Deportivo Cali, chiudendo la carriera nel soccer USA.
Nel 1957 la federazione italiana cambia nuovamente le norme e ad ogni squadra è consentito schierare uno straniero, un oriundo e un fuoriquota. Il Bologna non bada a spese ed allestisce una formazione sulla carta molto competitiva, in cui il trio di oltre frontiera è composto dal confermatissimo Pilmark e da due assi del calibro di Humberto Dionisio Maschio e Bernard Vukas. Per far posto al primo, oriundo argentino, si cede al Torino l’ottimo Bonifaci, in cambio del giovanissimo Romano Fogli (con conguaglio in denaro a favore dei torinesi), che però viene lasciato per un anno in prestito ai granata. Il 24enne interno di regia Maschio aveva cominciato la carriera nell’Arsenal di Lavallol, passando ben presto al più quotato Quilmes, col quale vinse il campionato cadetto argentino nel 1953, giocando di punta e segnando ben 26 reti. L’exploit lo fa notare dalla celebre “Academia del futbol”, vale a dire la squadra della sua città natale, il Racing di Avellaneda, della quale diventa ben presto l’elemento chiave del centrocampo: è dotato di tecnica sopraffina ed ha un’innata capacità di amministrare saggiamente il gioco, indirizzando precisi palloni verso i compagni d’attacco, senza perdere il fiuto del gol che lo fa diventare vicecannoniere del campionato nel 1955, con 18 gol. Ma è con la maglia della Nazionale argentina che assurge alla gloria internazionale, trascinando l’albiceleste al trionfo nella Coppa America del 1957 a suon di gol (9, capocannoniere del torneo alla pari con l’uruguagio Ambrois), insieme agli altri due componenti del famoso trio degli “angeles da la cara sucia” (gli angeli dalla faccia sporca) Angelillo e Sivori. La sua cessione al Bologna da parte del Racing di Avellaneda (per la bellezza di 87 milioni di Lire) rischiò di scatenare una sommossa popolare: Maschio, infatti, non era un idolo soltanto per i tifosi del suo club, ma era ormai divenuto una sorta di icona del calcio argentino. Sotto le Due Torri l’arrivo del sudamericano risveglia antichi entusiasmi, complice anche un brillante precampionato (storico il 6-1 alla Juve, con l’argentino che incanta la platea con numeri d’alta scuola calcistica), ma la squadra allenata da Bencic (presto sostituito da Sarosi) tradisce le attese, con Maschio che fornisce un rendimento molto altalenante, nonostante vada 8 volte in gol. L’argentino evidenzia inoltre diversi problemi di adattamento, dovuti anche al suo carattere chiuso, e troppo spesso viene tolto dalla cabina di regia per essere utilizzato da incursore offensivo, ruolo non adatto alle sue caratteristiche fisiche (è molto lento) e che lo espone alle ruvidezze dei mediani e dei difensori avversari.
Nel 1958/59 Maschio disputa una stagione molto deludente (solo 15 presenze e 5 gol), anche perché il nuovo allenatore Alfredo Foni, vessillifero del catenaccio, per dare maggior equilibrio al centrocampo, spesso gli preferisce il dinamico jolly Randon. Maschio lascia intravedere solo a sprazzi il suo immenso talento, come durante un Juventus-Bologna in cui il presidente dell’Atalanta Tentorio, presente in tribuna, si innamora a prima vista di quel sudamericano così atipico, dal tocco fine ma di grande sostanza.Così a fine torneo il club bergamasco, bisognoso di una mezzala, riesce a strappare (senza troppa fatica) il giocatore al Bologna. In nerazzurro Maschio trova un ambiente consono al proprio carattere: gli obiettivi sono più modesti, il pubblico, meno esigente, lascia lavorare la squadra senza eccessive pressioni e l’argentino ritrova se stesso. Inoltre il tecnico Valcareggi lo mette definitivamente in cabina di regia e come d’incanto l’argentino ritorna un campione, perfetto nel calibrare palloni per i compagni, implacabile realizzatore sui calci piazzati, correttissimo in campo ed idolo di un’intera città. Nel 1961 gioca due partite nella neonata selezione di Lega, che raggruppa le migliori stelle straniere della serie A e nel 1962 il suo status di oriundo gli consente di partecipare con la maglia azzurra ai disgraziati mondiali cileni, dove durante il match contro i padroni di casa Lionel Sanchez gli spacca il naso sferrandogli un pugno, con l’ineffabile arbitro inglese Aston che non ha nulla da eccepire sul comportamento del cileno. Passa poi all’Inter (chiuso da Suarez nel suo ruolo naturale) dove vince uno Scudetto ed alla Fiorentina, disputando una prima stagione appena sufficiente ed una seconda letteralmente strepitosa. Sul finire del 1965, dopo due sole presenze nella sua terza esperienza in viola, cede alle insistenti richieste dell’allenatore argentino Pizzuti e torna al Racing, dove raggiunto con caparbietà uno stato di forma accettabile vince subito il campionato e nell’anno successivo anche la coppa Libertadores e la coppa Intercontinentale, chiudendo la carriera a 35 anni, nel 1968. Da allenatore dirige il suo Racing, l’Independiente e per un breve periodo anche la selecciòn argentina.
L’altra luminosissima stella straniera del mercato rossoblù 1957 è il croato Bernard “Badjo” Vukas, 30enne mezzala sinistra proveniente dall’Hajduk Split, ove ha vinto tre campionati (1950, 1952 e 1955) e una classifica cannonieri (20 gol nel 1955), disputando 202 partite e segnando 89 reti con il club spalatino. Con la Nazionale jugoslava Vukas, schierato a volte anche all’ala, ha giocato 59 partite (con 22 gol) conquistando 2 medaglie d’argento alle Olimpiadi (1948 e 1952), partecipando anche ai mondiali del 1950 (slavi eliminati al primo turno) e del 1954 (quando un suo infortunio al secondo minuto del quarto di finale contro la Germania lascia in 10 la sua squadra, condannandola in pratica alla sconfitta); il 12 maggio 1957 ha contribuito a demolire l’Italia 6 –1, segnando l’ultimo gol con uno spettacolare tiro al volo. Inoltre, essendo tra i più ammirati calciatori europei, ha partecipato a due prestigiose partite: nel 1953 con la maglia di una selezione FIFA contro i maestri inglesi in occasione del 90esimo anniversario della Football Association (finisce 4-4) e nel 1955 tra le fila del Resto d’Europa contro una selezione britannica per festeggiare il 75esimo anniversario della Federazione irlandese (segna tre gol nel vittorioso 4-1). Il croato è un estroso, dal superbo dribbling e dalla classe cristallina, che alle prime prove in rossoblù dà spettacolo, nonostante risulti subito insofferente ai contrasti e al gioco duro praticato su di lui dagli avversari. Al debutto nel campionato italiano, contro l’Udinese, segna con un tiro ad effetto quasi dalla linea di fondo, costringendo spesso al fallo il suo marcatore Pantaleoni, che non riesce assolutamente ad arginarlo in altro modo; nel successivo incontro – a Roma contro la Lazio – Vukas segna ancora e incanta l’Olimpico. Purtroppo però la prima esperienza all’estero (primo slavo del dopoguerra a espatriare diventando professionista) fa perdere la testa al neoacquisto rossoblù, che si dà alla pazza gioia passando le notti tra cene e belle ragazze ed evidenziando ben presto in campo i deleteri effetti atletici di quella vita dissoluta, acuiti dalla non più giovanissima età e dalla lunga e logorante carriera che ha alle spalle; inoltre a dicembre si ammala di epatite, dalla quale però guarisce bene. Sorretto dal talento e dalla gran visione di gioco di cui è in possesso non sfigura troppo nelle due stagioni che disputa col Bologna, ma non ripete che rarissimamente le scintillanti prove d’esordio. Nel 1958/59, dopo un lusinghiero girone d’andata, a causa di disturbi reumatici e al nervo sciatico perde il posto di titolare in favore del giovane Fascetti e a fine campionato fa ritorno all’Hajduk, rimanendovi fino al 1963 (65 presenze e 5 reti) e chiudendo la carriera in Austria con le maglie di GAK Graz, Austria Klagenfurt e KSV Kapfenberg. Nel 2000 riceve due importanti riconoscimenti, anche se purtroppo postumi: è eletto dal Vecemji List sportivo croato del secolo e dalla UEFA calciatore croato del secolo.
Nell’estate 1959, scaricato senza troppi rimpianti il deludente duo di mezzali Maschio - Vukas, Dall’Ara spedisce il fido Sansone in Sud America, alla ricerca di talenti. Faele torna a Bologna con un interno oriundo uruguaiano proveniente dal Defensor di Montevideo, il 23enne Hèctor Demarco (italianizzato in Ettore). Nel 1957 era stato il leader della nazionale giovanile uruguaiana vincitrice del campionato sudamericano di categoria e nella Nazionale maggiore aveva disputato 13 partite con 3 gol. Pur non essendo un giocatore dalle doti tecniche eccelse - possiede però un buon tiro dalla distanza ed è un generoso combattente - conquista subito una maglia da titolare e nel primo campionato col Bologna segna 8 gol in 29 partite. Nella stagione successiva il suo bottino di reti in campionato si dimezza, pur disputando un cospicuo numero di partite (23), ma va a segno due volte anche in Coppa Italia. Nel 1961/62 Demarco dopo un ottimo avvio di campionato (doppietta al Lecco alla seconda gionata) perde il posto in squadra in favore di Franzini, cursore dai piedi più morbidi rispetto all’uruguagio, prelevato dalla Lazio su espressa richiesta dell’allenatore Bernardini; inoltre la definitiva consacrazione di Bulgarelli gli chiude ogni residuo varco per entrare a far parte dell’11 titolare. Nonostante ciò, grazie al suo carattere allegro e ottimista, non si abbatte e trascina a suon di gol (5) un Bologna spesso imbottito di riserve alla vittoria della Mitropa Cup; tra queste figura anche il misteriosissimo Slawoski, schierato col numero 9 contro l’Austria Wien e poi mai più riproposto in campo tra le fila rossoblù.
A complicare la corsa ad una maglia da titolare all’uruguaiano ci si mette anche l’ennesimo cambiamento delle regole di utilizzo dei calciatori di fuori via: nell’aprile 1956 gli oriundi che hanno giocato almeno 3 partite nella Nazionale azzurra vengono considerati, a partire dalla stagione successiva alla terza gara nell’Italia, italiani a tutti gli effetti (il numero di partite verrà esteso a 5 nel luglio 1960); poi nel 1962 questa regola viene abrogata (dopo aver italianizzato i nazionali Maschio, Sivori, Sormani, Angelillo e Altafini) e nel contempo la federazione elimina tutti i distinguo (oriundi e fuoriquota) e consente ad ogni club di tesserare 3 giocatori stranieri, potendone utilizzare solamente 2 in campo contemporaneamente. E così nei suoi ultimi due campionati in rossoblù Demarco, chiuso dai fuoriclasse Haller e Nielsen, disputa appena 4 partite, mettendo però la sua firma sullo Scudetto 1963/64, segnando su perfetto lancio di Bulgarelli il gol vincente nella trasferta contro la Lazio, con un tiro a mezz’altezza carico d’effetto. Lasciata Bologna per approdare al Vicenza, Hèctor disputa 4 discrete stagioni in serie A, tornando al termine del campionato 1967/68 in Uruguay per chiudere degnamente la carriera agonistica.


ARRIVANO GLI EROI DELLO SCUDETTO 1964

Nel 1960 l’allenatore Allasio crede che Pivatelli sia in precoce declino e vuole al suo posto il centravanti brasiliano del Napoli Luis De Menezes Vinicio. Dall’Ara coglie l’occasione per rimpinguare le casse societarie e spedisce sotto il vesuvio, oltre a Pivatelli, anche Mialich e Bodi, ricevendo in cambio “o’ lione” più un cospicuo conguaglio in denaro. Il 28enne Vinicio - giocatore completo, forte di testa, dal tiro potente, dotato di dribbling, inventiva e velocità - è reduce da 5 splendide stagioni nel Napoli (che lo aveva prelevato 23enne dal Botafogo), arricchite da 69 gol, anche se nelle ultime due il bottino sotto rete si era alquanto impoverito (solo 7 gol a campionato). Accolto a Bologna come un re e circondato da grandi attese, dal punto di vista strettamente numerico è una mezza delusione. Se nel Napoli Vinicio era il classico centravanti di sfondamento, sempre in agguato nell’area avversaria e coraggiosissimo nell’affrontare i difensori e cercare costantemente la porta, a Bologna si trasforma in suggeritore avanzato: duetta di fino con l’ala Perani, costruisce molto gioco, imposta assai bene le manovre del reparto offensivo, fornisce precisi assist per i compagni, ma segna poco per essere la punta di diamante di una squadra ambiziosa (11 gol nella prima stagione e 6 nella seconda). Nel campionato 1961/62 soffre la concorrenza del 20enne Nielsen per aggiudicarsi la maglia numero 9 e le presenze del brasiliano calano drasticamente (solo 17), anche perché l’allenatore Bernardini, nonostante le pressioni in tal senso del presidente Dall’Ara, si rifiuta categoricamente d’impiegarli in coppia nell’attacco rossoblù. Al termine della sua seconda stagione nel Bologna Vinicio, ritenuto ormai irrimediabilmente sul viale del tramonto, viene ceduto al Lanerossi Vicenza, dove ritrova la vena di goleador, vincendo la classifica marcatori nel 1966 (a 34 anni) e guadagnandosi la chiamata dell’Inter. Chiude la carriera agonistica a Vicenza, nel 1967/68, dopo aver collezionato 348 presenze e 155 gol in serie A e intraprende una discreta carriera di allenatore, che registra i suoi picchi sulle panchine di Napoli e Avellino. Ma chi è questo giovane danese che pone fine all’avventura sotto le due torri di “o’lione”? Harald Nielsen è un finalizzatore nato, che a nemmeno 18 anni vince la classifica marcatori del campionato danese, militando nel modesto Frederikshavn, e alle Olimpiadi del 1960 si mette in mostra trascinando a suon di gol (7, vicecannoniere del torneo) la sua nazionale alla medaglia d’argento. Tra il 1959 e il 1961 Nielsen nella Danimarca - tra l’altro più giovane esordiente di sempre (prima partita a 17 anni) - segna 15 gol in 14 incontri, poi emigra in Italia e, come già successo a Jensen e Pilmark, con lo status di professionista perde la possibilità di essere convocato nella selezione scandinava. L’impatto col campionato italiano non è dei migliori: evidenzia un controllo di palla approssimativo, un dribbling goffo e un tocco grezzo; inoltre pare che non si ambienti al meglio, per cui dopo pochi mesi la stampa comincia a paventarne il taglio. Però dimostra di sapere come si fa a sbattere in rete il pallone (8 gol in campionato e 2 in Mitropa cup, nonostante sia impiegato in alternanza a Vinicio), e questa sua peculiarità convince l’allenatore Bernardini a puntare decisamente su di lui per la stagione 1962/63. “Dondolo” - nomignolo che deve al suo classico dribbling ciondolante, sperimentato per la prima volta per sfuggire la terzino spagnolo del Venezia Santisteban e presto diventato un suo marchio di fabbrica – segna a raffica, sia in campionato (19 gol, capocannoniere in coabitazione col romanista “piedone” Manfredini) che in Mitropa cup (11 gol), grazie alla sua abilità in acrobazia e nel gioco aereo, unite al tiro secco, spesso a fil di palo e rasoterra, che risulta quasi imparabile. Senza dimenticare che dall’estate 1962 può contare sugli assist geniali del fuoriclasse Helmut Haller, che il presidente del Bologna Renato Dall'Ara - innamoratosi di questo 23enne tedesco tracagnotto che per carattere e tocco di palla sembra un sudamericano dopo averlo visto all’opera con la Germania Ovest in tv - preleva personalmente (ascoltando anche alcune relazioni positive del fidato Sansone) dal BC Augsburg, compagine bavarese di non eccelso livello. Sulla strada del ritorno la leggenda narra che la macchina guidata da Sansone cappottò e finì in un fosso, ma Dall'Ara risalì prontamente con il contratto in mano urlando "Haller è qui, ce l'ho in pugno!". E così nella stagione 1962/63 il Bologna può schierare uno dei migliori centrocampisti offensivi in circolazione, per la gioia dei tifosi e del presidente, che si esalta dichiarando che "Haller vale tre Sivori!". Haller è un giocatore di caratura internazionale, che con la Nationalmanschaff ha esordito nel 1958 ed ai recenti mondiali cileni ha segnato una rete, fornendo numerose palle gol all’implacabile panzer Uwe Seeler. A dispetto del fisico non proprio atletico, Haller non salta una partita nelle prime due stagioni bolognesi e mostra tutto il suo vasto repertorio, fatto di fantasia ai massimi livelli, ispirazioni continue sulla trequarti che fruttano splendidi assist, progressioni in dribbling irresistibili e grande capacità di tirare da tutte le posizioni (rigori compresi) che gli consente di segnare un discreto bottino di gol. Per far posto ad Haller nel suo ruolo naturale di mezzala di punta, Bernardini sposta più indietro Bulgarelli, lasciando ampi spazi e libertà tattica al tedesco, il quale accende una prima linea (gli altri sono Perani, Bulgarelli, Nielsen e Pascutti) che raggiunge le massime vette di rendimento e spettacolarità. Haller è una stella del campionato e viene chiamato due volte nella Nazionale di Lega: nel 1962 contro la Scozia (4 – 3 con un gol del tedesco) e nel 1964 in coppia con Nielsen contro l’Inghilterra (1 – 0). I tifosi rossoblù eleggono Helmut a loro beniamino, e lui li ripaga sciorinando prodezze a ripetizione e trascinando il Bologna alla conquista del settimo scudetto nel 1963/64, che gli vale il 14° posto nella classifica del pallone d'oro 1964. Entrerà in questa prestigiosa classifica anche nel 1966 (18°) e nel 1967 (16°). Nell’anno dello Scudetto anche il centravanti Nielsen si conferma a grandi livelli, segnando 21 gol in campionato (capocannoniere), oltre a quello che fissa il punteggio sul 2 – 0 nello spareggio contro l’Inter all’Olimpico, con un suo classico diagonale a filo d’erba. Tra le riserve della formazione degli eroi che si cuciono il ticolore sul petto vi è una mezzala brasiliana, il 18enne Francisco De Mecenas, che trova spazio solo in Mitropa cup (3 presenze e 1 gol), poi nel 1966 passa all’Ascoli in serie C e nel 1968 al Lecce, prima di scendere nei dilettanti con la Pistoiese all’alba degli anni ’70.
Purtroppo la successiva avventura in coppa Campioni termina al primo turno, soprattutto a causa della scarsa vena realizzativa di Nielsen che nello spareggio con l'Anderlecht (a Barcellona) spreca alcune ghiotte occasioni, provocando il risentimento di Haller, acuito negli anni da una certa gelosia tra i due, alimentata anche dalla terribile moglie del tedesco (frau Waltraud, che le fa anche da procuratore), la quale sostiene che il danese riceve popolarità e soldi solo perchè sfrutta gli splendidi passaggi di suo marito. La "guerra" tra i due stranieri rossoblù produce dapprima una diminuzione del potenziale d'attacco del Bologna e poi una spaccatura sempre più marcata nel tifo e nello spogliatoio felsinei, con due fazioni (pro Haller e pro Nielsen) che in pratica si detestano.
A discapito dell’attaccante danese, che comunque in campionato continua a raccogliere bottini di gol in doppia cifra, vi è pure, nel 1965, la sostituzione del tecnico Bernardini (in pratica il suo padre putativo) con il ruvido argentino Carniglia, amante dei giocatori dalla tecnica raffinata, che imputa a Nielsen di avere un tocco troppo ruvido. La querelle tra i due stranieri del Bologna viene risolta nel 1967, con la cessione del declinante centravanti danese all'Inter in cambio del forte stopper Guarneri, del centravanti brasiliano Clerici (che il club nerazzurro preleva appositamente dal Lecco) e di un robusto conguaglio economico. Nielsen però accusa dei seri problemi alla schiena e non può più fornire un rendimento all’altezza della sua fama, così viene presto ceduto al Napoli, chiudendo la carriera agonistica nella Sampdoria, a soli 29 anni. Haller invece è in piena forma e nel 1966 è tra i grandi protagonisti del mondiale, con 6 gol risulta vicecannoniere alle spalle di Eusebio e porta la sua Germania Ovest a giocarsi la finale con l'Inghilterra padrona di casa, persa solo per un gol "fantasma" dell'inglese Hurst. Il tedesco si vendica portandosi a casa il pallone della finale (che per tradizione britannica spetterebbe ad Hurst in qualità d'autore di una tripletta) come si apprenderà circa trent'anni dopo.
Le bizze di Helmut non accennano a diminuire nemmeno in mancanza del “nemico” Nielsen, e ne fanno le spese sia i rappresentanti della stampa che i compagni meno dotati tecnicamente. Come ad esempio nel maggio 1968, quando alla vigilia dell'andata della semifinale di coppa delle Fiere a Budapest contro il Ferencvaros, a seguito di un articolo del "Guerin Sportivo", Haller si rifiuta di scendere in campo, poi l'allenatore in seconda Cervellati lo convince, ma non offre una prestazione esaltante e il Bologna perde 3 a 2. Al ritorno i rossoblù pareggiano 2 a 2 e sono eliminati, ed i tifosi, esasperati dal clima d'insubordinazione e di polemica all'interno dello spogliatoio, riempono d'insulti tutti i giocatori, con Haller che viene addirittura inseguito e quasi preso ad ombrellate.
Al termine della stagione 1967/68, giocata in tono minore e non più amatissimo dai tifosi, viene ceduto alla Juventus per 450 milioni dal presidente Goldoni, che credendolo ormai sul viale del tramonto ne approfitta per rimettere in sesto le casse societarie.
In bianconero, in 5 stagioni giocate da protagonista, anche se ormai ultratrentenne e in sovrappeso, vince due scudetti, disputa una finale di coppa dei Campioni e partecipa ai mondiali del 1970. A coronamento di una carriera scintillante, nel 2000 è stato eletto miglior centrocampista d'attacco tedesco del secolo dalla stampa del suo paese.

 

 

 

L'ULTIMO DEI MOHICANI

Il 1 gennaio 1965 la federazione italiana blocca le importazioni di giocatori stranieri provenienti da federazione estera, provvedimento da ridiscutere ogni 2 anni; la disfatta della Nazionale ai mondiali del 1966 contro la Corea induce i vertici federali a protrarre il blocco per 5 anni, poi periodicamente rinnovato fino al 1980.
Gli stranieri già presenti in Italia possono continuare la loro attività nei club italiani, ma il loro numero ovviamente si assottiglia di anno in anno, fino ad arrivare ad un solo rappresentante nel campionato 1977/78: l’”ultimo dei Mohicani” è il “gringo” Clerici.
Nell’estate 1967, nell’ambito della cessione di Nielsen all’Inter, arriva a Bologna un attaccante brasiliano di origine italiana: Sergio Clerici, 26enne centravanti che il Lecco aveva prelevato nel gennaio 1961 dalla Portuguesa. Nelle 7 stagioni in bluceleste il “gringo” aveva segnato col contagocce in serie A (7 gol in 3 campionati), timbrando il cartellino con buona regolarità in serie B (52 gol in 4 campionati), referenze non proprio esaltanti per sostituire degnamente il bomber danese. E infatti la prima esperienza in rossoblù di Clerici si conclude dopo appena un anno, con un bottino di sole 4 reti, ceduto all’Atalanta come contropartita tecnica nell’operazione di mercato che porta l’attaccante nerazzurro Giuseppe Savoldi in rossoblù. Clerici comincia ad avere un discreto feeling col gol, specialmente una volta scollinato il traguardo delle 30 primavere, segnando 76 reti in serie A in 7 stagioni con le maglie di Atalanta, Verona, Fiorentina e Napoli.
Sotto il Vesuvio il “gringo” è involontario protagonista di un tentativo d’illecito del presidente del Verona Geronzi, il quale telefona al brasiliano alla vigilia di un Napoli – Verona decisivo per la lotta salvezza del campionato 1973/74, prospettandogli di aiutarlo ad aprire una concessionaria FIAT in Brasile e pregandolo di non impegnarsi troppo in campo contro gli scaligeri. L’ufficio inchieste della federcalcio chiama Clerici e Geronzi a testimoniare sui contenuti della telefonata per chiarire l’accaduto, ma il presidente dei gialloblù mente e nega di aver sentito recentemente l’attaccante del Napoli alimentando i sospetti : la sentenza della CAF condanna il Verona alla retrocessione in serie B. Nell’estate 1974 le strade di Savoldi e Clerici s’incrociano una seconda volta, perché il club partenopeo per strappare Beppegol al Bologna cede ai rossoblù l’ala Rampanti e il “gringo” ed aggiunge un ingente conguaglio economico (1,2 miliardi di Lire), per una valutazione complessiva stellare : 2 miliardi di Lire, record dell’epoca. Pur non raggiungendo le vette di rendimento in zona gol di Savoldi, Clerici nelle due stagioni al Bologna segna 15 gol, facendosi apprezzare dai tifosi oltre che per le doti tecniche anche per il coraggio e la generosità che mostra in campo. Il centravanti brasiliano s’ingobbisce, puntando in verticale verso la porta, e con dribbling a secchi scarti laterali (quasi delle rasoiate) riesce spesso a far fuori il proprio marcatore liberandosi per scoccare il potente tiro di cui è in possesso; inoltre è un buon rigorista e a volte segna anche su punizione. Nel campionato 1975/76 Clerici è capocannoniere stagionale del Bologna (insieme a Chiodi), ripetendo l’exploit anche nel 1976/77, anno in cui segna il suo 100esimo gol in serie A (la rete della vittoria contro il Perugia) e mette a segno un gol nel 4 –1 contro la Sampdoria alla penultima giornata, partita che decreta la salvezza del Bologna. Nel 1977/78 Clerici passa alla Lazio, dove segna un solo gol (il 103esimo in serie A), ma che rimane storico, in quanto è l’ultimo segnato da un giocatore straniero, prima che la riapertura delle frontiere del 1980 dia modo all’argentino Daniel Bertoni di riprendere la serie dei goleador d’oltrefrontiera.
Terminata la carriera agonistica Clerici intraprende una breve e poco significativa carriera di allenatore in Brasile, riapparendo a Bologna sul finire degli anni ’80 nelle vesti di procuratore, portando con sé per un provino le presunte giovani promesse brasiliane Gilson, Lula e Petrolio, presto scartate dallo staff tecnico rossoblù.

Luca Mastri

Monografia di Marco De Marchi

 

MARCO ANTONIO DE MARCHI

 

Nato a: Milano il 8/9/1966

Ruolo: difensore centrale

Esordio nel Bologna: 23/8/1987 in Bologna-Campobasso 2-0 (1^ giornata Girone 1 Coppa Italia 1987/88).

Stagioni nel Bologna: 1987/88 - 1989/90 e 1993/94 - 1996/97 [7], delle quali 3 in A, 2 in B e 2 in C1.

Palmares nel Bologna: 2 promozioni in seria A (1987/88 e 1995/96), 1 qualificazione in coppa U.E.F.A. (1989/90), 1 promozione in serie B (1994/95).

Soprannome: Dema

Numero di maglia: 5

 

Acquistato dal Bologna nell'estate 1987 dall'Ospitaletto, ceduto nell'estate 1990 alla Juventus e riacquistato nel novembre 1993. Ceduto a parametro zero al Vitesse Arnhem nell'estate 1996.

Arriva a Bologna nell'estate 1987, insieme all'allenatore Maifredi e ad altri elementi di spicco dell'Ospitaletto appena promosso in C1, con i quali il presidente Corioni ha intenzione di costruire una squadra giovane e a basso costo, ma che possa puntare alla promozione. Il 21enne De Marchi si dimostra subito un elemento chiave per i rossoblù, anche perchè è importante che a guidare la difesa, nel ruolo di centrale, sia un giocatore che conosca i meccanismi e i movimenti che richiede il nuovo gioco a zona col quale schiera la squadra il rivoluzionario tecnico bresciano.
Il giovane centrale difensivo mette subito in mostra le sue notevoli doti: intelligenza tattica, stacco imperioso, tocco raffinato ed eleganza negli interventi. Ma la sfortuna è in agguato. All'ultimo minuto del primo tempo della gara interna col Parma (settima di campionato), nel rinviare un pallone al limite dell'area, gli si piantano i tacchetti nel terreno e l'innaturale torsione del ginocchio gli fa saltare i legamenti. La stagione è praticamente finita per lui (tornerà in campo solo nelle ultime giornate), ma il Bologna continua a volare e conquista trionfalmente la promozione in serie A, con un ottimo Ottoni a sostituire egregiamente l'infortunato De Marchi.
Nella stagione successiva (1988-89) in serie A, De Marchi è titolare al centro della difesa rossoblù. L'impatto con la massima serie è durissimo e mette a nudo i suoi difetti: poca agilità, difficoltà nei recuperi difensivi e qualche vuoto di concentrazione durante la partita. Ma col passare delle partite il nostro riacquista sicurezza ed entra in forma, disputando una buona stagione, impreziosita da un importantissimo gol. A poche giornate dalla fine del campionato, nella sfida salvezza col Lecce, allo stadio di Via del Mare, il Bologna sta perdendo per 1-0. Corre il 90° minuto quando i rossoblù conquistano un calcio d'angolo: il pallone spiove in area e De Marchi irrompe e svetta su tutti, insaccando il gol del pareggio che manda in delirio i tifosi in trasferta e non solo. Narra la leggenda che il radiocronista dell'epoca, Flavio Parmeggiani, nell'entusiasmo dell'esultanza sia rotolato giù dai gradoni della tribuna stampa.
Nella stagione 1989-90 De Marchi continua a formare, al centro della difesa rossoblù, un'efficacissima coppia con il "Mitico" Villa, che unisce la velocità e la grinta di quest'ultimo con la classe e la prestanza fisica del "Dema".
Il Bologna arriva ottavo e si qualifica per la coppa UEFA, al termine di un brillante campionato dove molti giocatori felsinei si mettono in luce, spiccando così il volo verso grossi club. De Marchi segue Luppi e Maifredi alla Juventus, ma i tre disputano una stagione disastrosa.
Nel 1991-92 va in prestito alla Roma e nel 1992-93 vince la coppa UEFA in bianconero, seppure da rincalzo. Nel novembre 1993, un po' a sorpresa, rinuncia alla serie A e torna a Bologna, per contribuire a risollevare i rossoblù dal pantano del centroclassifica della serie C1. Con la fascia da capitano al braccio porta il Bologna al quarto posto, valido per giocarsi la promozione ai playoff. Purtroppo la corsa della formazione felsinea si ferma nelle semifinali, dove una buona Spal elimina i rossoblù con la complicità degli arbitri Farina (che espelle De Marchi e nega due evidenti rigori all'andata) e Freddi (che espelle due bolognesi nel ritorno).
Nel 1994-95 il Bologna affidato al tecnico Ulivieri conquista la promozione in serie B, dall'alto di una superiorità schiacciante, sempre guidato da capitan De Marchi. Con più sofferenza, nella stagione successiva, arriva anche la promozione in serie A. De Marchi, alla soglia dei trent'anni, ha lasciato un po' da parte il suo incedere elegante per diventare un roccioso e grintoso leader difensivo, e insieme al giovane e talentuoso Torrisi forma un duo centrale quasi insuperabile. Nella sua ultima stagione in rossoblù (serie A, 1996-97) De Marchi non sfigura, ma complici alcuni infortuni colleziona solo 23 presenze in campionato, inducendo la dirigenza a non rinnovargli il contratto. Il capitano va in Olanda a parametro 0 e disputa tre discrete stagioni nelle file del Vitesse Arnhem, buona squadra spesso nel giro delle coppe europee. Nel 2000-01 si accasa al Dundee FC, squadra scozzese ove milita, nelle vesti di allenatore-giocatore, il suo ex compagno di squadra Ivano Bonetti. Proprio un violentissimo e misterioso litigio con quest'ultimo pone di fatto fine alla carriera da calciatore di De Marchi. Attualmente svolge l'attività di procuratore, assistendo soprattutto giovani giocatori che militano nelle squadre "primavera" e "allievi".

 

STAGIONI

CAMPIONATO

COPPA ITALIA

COPPA ITALIA SERIE C

MITROPA CUP

 

Presenze

Reti

Presenze

Reti

Presenze

Reti

Presenze

Reti

1987-88 (B)

14

0

5

0

-

-

-

-

1988-89 (A)

32

2

-

-

-

-

4

0

1989-90 (A)

26

2

3

0

-

-

-

-

1993-94 (C1)

23

2

-

-

?

0

-

-

1994-95 (C1)

30

3

1

0

?

0

-

-

1995-96 (B)

33

0

7

0

-

-

-

-

1996-97 (A)

23

0

2

0

-

-

-

-

 

 

 

 

 

TOTALI

181

9

18

0

6

0

4

0

TOTALE GENERALE

Presenze: 209 - Reti: 9

 

Tabellini 1938-39

1938 – 1939

SERIE A

 

 

1^ Giornata

18 settembre 1938

Genova 1893 – Bologna 2 – 3 (1 – 1)

 

Genova 1893: Agostini; Marchi, Genta; Villa, Bigogno, Figliola; Arcari III, Perazzolo, Servetti, Scarabello, Cattaneo.

Bologna: Ceresoli; Fiorini, Pagotto; Montesanto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Marchese, Reguzzoni.

Arbitro: Bertolio di Torino

Reti: 8’ Scarabello, 40’ Montesanto, 58’ Biavati, 76’ Puricelli, 80’ Cattaneo.

Note: Arcari III sbaglia un rigore.

 

2^ Giornata

25 settembre 1938

Bologna – Bari 4 – 3 (3 – 2)

 

Bologna: Ceresoli; Fiorini, Pagotto; Montesanto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Marchese, Reguzzoni.

Bari: Cubi; Del Bianco, Di Gennaro; Caldarulo, Mancini R., Capocasale; Fusco O., Cappellini, Grossi, Dugini, Duè.

Arbitro: Mazza di Torre del Greco

Reti: 8’ Reguzzoni, 12’ Marchese, 19’ Del Bianco (rig.), 37’ Costantino, 40’ Reguzzoni (rig.), 55’ Grossi, 61’ Puricelli.

 

3^ Giornata

2 ottobre 1938

Livorno – Bologna 3 – 1 (2 – 0)

 

Livorno: Bulgheri; Rosso, Del Buono; Arcari II, Viani I, Lombatti; Neri G., Arcari IV, Viani II, Zidarich, Conti.

Bologna: Ferrari; Maini, Pagotto; Montesanto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Marchese, Reguzzoni.

Arbitro: Scotto di Savona

Reti: 3’, 10’ e 71’ Viani II, 85’ Reguzzoni (rig.).

 

4^ Giornata

9 ottobre 1938

Bologna – Torino 0 – 3 (0 – 1)

 

Bologna: Ceresoli; Tugnoli, Pagotto; Montesanto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Marchese, Reguzzoni.

Torino: Olivieri; Brunella, Ferrini; Gallea, Cadario, Neri B.; Bo, Vallone, Gaddoni, Petron, Ferrero.

Arbitro: Ciamberlini di Sampierdarena

Reti: 39’ Petron, 72’ Bo, 89’ Gaddoni.

 

5^ Giornata

16 ottobre 1938

Bologna – Lazio 2 – 0 (2 – 0)

 

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Lazio: Blason; Monza, Allemandi; Baldo, Ramella, Milano; Busani: Riccardi G., Piola, Vettraino, Costa G.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 29’ Puricelli, 39’ Andreolo.

 

6^ Giornata

30 ottobre 1938

Novara – Bologna 1 – 3 (1 – 2)

 

Novara: Caimo; Bonati, Mazzucco; Rigotti, Mornese, Galimberti; Marchionneschi, Romano, Torri, Versaldi, Mariani.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Maini, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Soliani di Genova

Reti: 32’ Mornese (aut.), 33’ Torri, 38’ Puricelli, 76’ Andreolo.

 

7^ Giornata

6 novembre 1938

Bologna – Milan 2 – 1 (2 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Maini, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Milan: Diamante; Remondini, Bonizzoni; Bortoletti, Traversa, Provaglio; Capra, Vigo, Loik, Scagliotti, Cossio.

Arbitro: Curradi di Firenze

Reti: 14’ Reguzzoni, 41’ Puricelli, 53’ Cossio (rig.).

 

8^ Giornata

13 novembre 1938

Liguria – Bologna 1 – 2 (0 – 1)

 

Liguria: Profumo; Bodini II, Piazza; Callegari, Battistoni, Malatesta; Spinola, Spivach, Bollano, Gabardo, Peretti.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Corsi, Maini, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 43’ Maini, 76’ Andreolo, 85’ Spivach.

 

9^ Giornata

27 novembre 1938

Bologna – Juventus 1 – 0 (1 – 0)

 

Bologna: Ceresoli: Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Juventus: Bodoira; Foni, Rava; Depetrini, Monti, Varglien I; De Filippis, Tomasi, Gabetto, Buscaglia C., Santià.

Arbitro: Moretti di Genova

Reti: 32’ Sansone.

 

10^ Giornata

11 dicembre 1938

Triestina – Bologna 1 – 1 (0 – 0)

 

Triestina: Umer; Geigerle, Loschi; Salar, Valcareggi, Rancilio; Tosolini, Chizzo, Trevisan, Grezar, Colaussi.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Mattea di Torino

Reti: 52’ Trevisan , 72’ Puricelli.

 

11^ Giornata

18 dicembre 1938

Bologna – Lucchese 2 – 2 (0 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Lucchese: Tavoletti; Tabor, Olasi; Puccini, Turchi, Azimonti; Pomponi, Colli, Bonistalli, Stella, Rosellini.

Arbitro: Pirovano di Monza

Reti: 48’ Pomponi, 75’ Stella, 78’ Reguzzoni, 81’ Biavati.

 

12^ Giornata

1 gennaio 1939

Modena – Bologna 1 – 1 (1 – 1)

 

Modena: Sentimenti IV; Galli As., Vignolini; Braga, Malagoli I, Dugoni; Zironi, Montanari, Colaussi II, Notti, Bazan.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 8’ Reguzzoni, 37’ Bazan.

 

13^ Giornata

8 gennaio 1939

Bologna – Roma 1 – 0 (0 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Roma: Masetti; Ferraris IV, Gadaldi; Serantoni, Donati, Fusco A.; Borsetti, Bonomi, Michelini, Coscia, Alghisi.

Arbitro: Bertolio di Torino

Reti: 54’ Sansone.

 

14^ Giornata

15 gennaio 1939

Napoli – Bologna 1 – 6 (0 – 3)

 

Napoli: Sentimenti II; Fenoglio, Castello; Riccardi N., Fabbro, Prato; Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Andreoli, Reguzzoni.

Arbitro: Pizziolo di Firenze

Reti: 7’ Reguzzoni, 23’ Sansone, 45’ Biavati, 46’ e 65’ Puricelli, 88’ Rocco, 89’ Andreoli.

 

15^ Giornata

22 gennaio 1939

Bologna – Ambrosiana Inter 1 – 1 (1 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Ambrosiana Inter: Peruchetti; Buonocore, Setti; Locatelli, Olmi, Campatelli; Ferraris II, Demaria, Meazza, Ferrari G., Candiani.

Arbitro: Mattea di Torino

Reti: 31’ Puricelli, 50’ Meazza (rig.).

 

16^ Giornata

29 gennaio 1939

Bologna – Genova 1893 3 – 0 (2 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Genova 1893: Fregosi; Sardelli, Borelli; Genta, Bigogno, Perazzolo; Arcari III, Morselli, Lazzaretti, Scarabello, Cattaneo.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 10’ Andreolo, 44’ Biavati, 79’ Puricelli.

 

17^ Giornata

5 febbraio 1939

Bari – Bologna 2 – 2 (2 – 1)

 

Bari: Ricciardi; Del Bianco, Di Gennaro; Andrighetto, Mancini R., Bonino; Costantino, Cappellini, Grossi, Capocasale, Duè.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Tonnetti di Roma

Reti: 6’ Puricelli, 32’ Grossi, 39’ Capocasale, 47’ Puricelli.

 

18^ Giornata

12 febbraio 1939

Bologna – Livorno 1 – 1 (0 – 1)

 

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Violi, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Livorno: Bulgheri; Bonaccorsi, Rosso; Querci, Viani I, Lombatti; Neri G., Stua, Viani II, Zidarich, Conti.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 42’ Conti, 73’ Puricelli.

 

19^ Giornata

19 febbraio 1939

Torino – Bologna 1 – 1 (1 – 0)

 

Torino: Olivieri; Bussi, Ferrini; Gallea, Allasio, Neri B.; Bo, Baldi III, Gaddoni, Petron, Palumbo.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Andreoli, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 23’ Baldi III, 66’ Sansone.

 

20^ Giornata

26 febbraio 1939

Lazio – Bologna 1 – 2 (1 – 1)

 

Lazio: Provera; Faotto, Monza; Baldo, Ramella, Milano; Busani, Dagianti, Piola, Camolese, Zacconi.

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 14’ Sansone, 39’ Busani, 83’ Puricelli.

 

21^ Giornata

5 marzo 1939

Bologna – Novara 3 – 0 (2 – 0)

 

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Novara: Caimo; Bonati, Galimberti; Rigotti, Mornese, Bercellino; Marchionneschi, Galli An., Romano, Versaldi, Barberis.

Arbitro: Pizziolo di Firenze

Reti: 11’ Andreolo, 38’ Biavati, 76’ Puricelli.

 

22^ Giornata

12 marzo 1939

Milan – Bologna 0 – 1 (0 – 0)

 

Milan: Zorzan; Perversi, Bonizzoni; Remondini, Bortoletti, Gianesello; Coppa, Antonini G., Boffi, Scagliotti, Loik.

Bologna: Ferrari; Fiorini, Pagotto; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 69’ Puricelli.

 

23^ Giornata

19 marzo 1939

Bologna – Liguria 1 – 1 (0 – 1)

 

Bologna: Ferrari; Fiorini, Pagotto; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Liguria: Venturini B.; Bodini II, Piazza; Callegari, Battistoni, Malatesta; Spinola, Cagna, Comini, Gabardo, Peretti.

Arbitro: Bertolio di Torino

Reti: 34’ Gabardo, 54’ Biavati.

Note: espulsi Spinola e Puricelli.

 

24^ Giornata

2 aprile 1939

Juventus – Bologna 1 – 0 (0 – 0)

 

Juventus: Amoretti; Foni, Varglien I; Depetrini, Monti, Varglien II; Borel II, De Filippis, Gabetto, Tomasi, Santià.

Bologna: Ferrari; Fiorini, Pagotto; Corsi, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Maini, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 64’ Varglien II.

 

25^ Giornata

9 aprile 1939

Bologna – Triestina 2 – 0 (1 – 0)

 

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Triestina: Umer; Geigerle, Sacchetti; Grezar, Valcareggi, Rancilio; Pasinati, Costa R., Trevisan, Chizzo, Colaussi.

Arbitro: Saracini di Ancona

Reti: 11’ Fedullo, 89’ Biavati.

Note: espulsoi Colaussi.

 

26^ Giornata

16 aprile 1939

Lucchese – Bologna 0 – 1 (1 – 1)

 

Lucchese: Tavoletti; Tabor, Olasi; Puccini, Turchi, Azimonti; Dossena, Colli, Bonistalli, Stella, Rosellini.

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 37’ Puricelli, 50’ Rosellini.

 

27^ Giornata

21 aprile 1939

Bologna – Modena 1 – 1 (0 – 1)

 

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Modena: Mosele; Galli As., Vignolini; Braga, Malagoli I, Dugoni; Zironi, Montanari, Notti, Sentimenti III, Bazan.

Arbitro: Soliani di Genova

Reti: 25’ Sentimenti, 78’ Sansone.

 

28^ Giornata

30 aprile 1939

Roma – Bologna 0 – 1 (0 – 0)

 

Roma: Masetti; Asin, Gadaldi; De Grassi, Donati, Fusco A.; Borsetti, Serantoni, Michelini, Coscia, Alghisi.

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Barlassina di Novara

Reti: 47’ Puricelli.

Note: Il Bologna è Campione d’Italia per la stagione 1938/39.

 

29^ Giornata

21 maggio 1939

Bologna – Napoli 4 – 0 (1 – 0)

 

Bologna: Ceresoli; Fiorini, Pagotto; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Napoli: Sentimenti II; Romagnoli, Castello; Riccardi N., Piccini, Prato; Mian, Biagi, Zanni, Rocco, Venditto.

Arbitro: Galeati di Bologna

Reti: 5’ Andreolo, 66’ Reguzzoni, 78’ Castello (aut.), 85’ Puricelli.

 

30^ Giornata

28 maggio 1939

Ambrosiana Inter – Bologna 2 – 0 (1 – 0)

 

Ambrosiana Inter: Sain; Buonocore, Setti; Puppo, Olmi, Locatelli; Frossi, Demaria, Guarnieri, Meazza, Candiani.

Bologna: Ceresoli; Fiorini, Pagotto; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: 39’ Candiani, 64’ Guarnieri.

 

 

COPPA ITALIA

 

Sedicesimi di finale

25 dicembre 1938

Triestina - Bologna 1 – 0 d.t.s. (0 – 0; 0 – 0; 0 – 0; 1 - 0)

 

Triestina: Umer; Geigerle, Loschi; Spanghero, Valcareggi, Rancilio; Pasinati, Chizzo, Trevisan, Grezar, Colaussi.

Bologna: Ceresoli; Pagotto, Ricci; Montesanto, Andreolo, Marchese; Biavati, Sansone, Puricelli, Corsi, Reguzzoni.

Arbitro: Tonnetti di Roma

Reti: 118’ Colaussi.

Note: espulsi Loschi nel primo tempo e Grezar al 107’. Con Valcareggi a bordo campo infortunato e Triestina in 8 uomini, Colaussi realizza il punto decisivo con un contropiede travolgente.

 

 

 

MITROPA CUP 1939

 

Quarti di finale (andata)

19 giugno 1939

Venus Bucarest – Bologna 1 – 0 (1 – 0)

 

Venus Bucarest: Jordachescu; Sfera, Albu; Demetrovici, Feraru, Lupas; Orza, Ploesteanu, Bodola, Valcov, Ene.

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Fedullo, Reguzzoni.

Arbitro: Majorski (Ungheria)

Reti: 11’ Ene.

Note: espulsi al 60’ Andreolo, Biavati e Puricelli.

 

Quarti di finale (ritorno)

25 giugno 1939

Bologna - Venus Bucarest 5 – 0 (2 – 0)

 

Bologna: Ferrari; Fiorini, Ricci; Pagotto, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Maini, Andreoli, Reguzzoni.

Venus Bucarest: Jordachescu; Sfera, Albu; Feraru, Gain, Lupas; Orza, Ploesteanu, Bodola, Jordache, Ene.

Arbitro: Krits (Cecoslovacchia)

Reti: 20’ Sansone, 44’ Reguzzoni, 46’ Sansone, 68’ Maini, 88’ Reguzzoni.

   

Semifinali (andata)

9 luglio 1939

Bologna - Ferencvaros 3 – 1 (0 - 1)

 

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Andreoli, Reguzzoni.

Ferencvaros: Hada; Tatrai, Szojka; Magda, Sarosi III, Lazar; Tankos, Sarosi I, Polgar, Kiszely, Gyetvay.

Arbitro: Krits (Cecoslovacchia)

Reti: 36’ Kiszely, 64’, 70’ e 71’ Puricelli.

 

Semifinali (ritorno)

16 luglio 1939

Ferencvaros - Bologna 4 – 1 (1 - 0)

 

Ferencvaros: Hada; Tatrai, Szojka; Magda, Sarosi III, Lazar; Tankos, Kiss, Sarosi I, Toldi, Gyetvay.

Bologna: Ferrari; Pagotto, Ricci; Maini, Andreolo, Corsi; Biavati, Sansone, Puricelli, Andreoli, Reguzzoni.

Arbitro: Wiltshire (Inghilterra)

Reti: 1’ e 64’ Toldi,  72’ Puricelli, 84’ e 86’ Toldi.