Almanacco
Gli Stranieri del Bologna (3a parte)
Il dibattito sugli stranieri è sempre molto acceso e ricco di colpi di scena: dal 1982/83 il limite di giocatori schierabili dalle squadre di serie A sale a 2 (valido anche in B riguardo alla conferma in rosa di entrambi i calciatori esteri delle compagini retrocesse) e nel 1983, in pieno calcio mercato, la FIGC – col malinteso intento di salvaguardare gli interessi della Nazionale in vista dei Mondiali messicani del 1986 - stabilisce il blocco delle importazioni per la stagione 1983/84, con deroga per le 3 neopromosse in A e tenendo validi i tesseramenti ratificati entro il 13 giugno. Gli acquisti dei brasiliani Cerezo (Roma) e Zico (Udinese) non vengono pertanto ritenuti validi dal presidente federale Sordillo e ciò scatena aspre polemiche, nelle quali interviene nelle vesti di mediatore anche il Presidente della Repubblica Pertini, il quale afferma che da appassionato di calcio gli piacerebbe vedere all'opera in Italia i due fuoriclasse verdeoro. Ad Udine i tifosi sono giustamente sul piede di guerra e al grido di "o Zico o Austria" minacciano persino la secessione pur di far valere le proprie ragioni. La vicenda si chiude il 23 luglio, quando sulla base del parere emesso da un comitato di tre saggi nominato per l'occasione, il CONI dà la definitiva autorizzazione a Roma e Udinese d’ingaggiare il "tappetaro" e il "galinho".
Le frontiere calcistiche vengono riaperte solamente nell’ottobre 1986 e quindi in pratica dalla stagione 1987/88; nel 1988/89 la Federazione (recependo un diktat della CEE) dà il via libera al terzo straniero, non estendendolo alle squadre che scendono in B.
A causa dell'inopinata retrocessione della stagione 1981/82, che decreta per il Bologna 6 anni di esilio dalla massima serie, bisogna aspettare fino all'estate del 1988 per rivedere uno straniero in rossoblù. Il primo rinforzo per la Maifredi band riapprodata trionfalmente in serie A è un difensore centrale belga 22enne,
Stéphane Demol, pilastro dell'Anderlecht (vincendo 3 campionati e una coppa del Belgio) e della selezione dei "diavoli rossi". Nonostante la giovane età ha già una solida fama internazionale, dovuta principalmente all'eccellente Mondiale giocato in Messico nel 1986, quando appena ventenne è uno dei migliori del Belgio che conquista un sorprendente quarto posto controbilanciando le disattenzioni della munitissima - ma tutt'altro che insuperabile - difesa con la prolificità in attacco. Nella rassegna mondiale messicana Demol segna anche un gol, nella rocambolesca vittoria (4-3) ai supplementari contro l'U.R.S.S. negli ottavi di finale. L'aitante (190 cm d'altezza) difensore arriva a Bologna reduce da una grave lesione muscolare alla gamba sinistra che l'ha tenuto lontano dai campi per quasi tutta la stagione, ma i problemi che incontra in Italia non sono dovuti a difficoltà di carattere fisico, ma essenzialmente tecnico e tattico. In Nazionale Demol è abituato a giocare centrale di destra in una linea difensiva a 5, dove la copertura dell'ottimo libero Grün (suo compagno di club nell'Anderlecht) ne maschera la lentezza di movimenti; purtroppo il Bologna si schiera con una difesa a zona composta da 4 elementi, esponendolo spesso a brucianti figuracce, perché nonostante sia molto abile nel gioco aereo è terribilmente legnoso nei movimenti e i suoi lineamenti da modello, pur facendo innamorare le giovani tifose, non servono a fermare gli attaccanti che militano nelle squadre di serie A, all'epoca ancora in grado di attirare le stelle più luminose del panorama calcistico mondiale (tanto per citarne alcune: Maradona, Careca, Gullit, Van Basten e Vialli). Nella fase estiva della Coppa Italia Demol è titolare in tutte le partite, segna anche un gol nel 5-1 al Barletta (compagine di basso livello di serie B), ma il Bologna viene clamorosamente eliminato nel girone preliminare, giungendo quarto su sei squadre, ed evidenziando preoccupanti scricchiolii difensivi che si aggravano nelle prime giornate di campionato. In tal senso è emblematico il 3-4 casalingo contro la Juventus, partita nella quale Demol segna un goffo autogol nel tentativo di rinviare un pallone respinto dal palo. Il belga perde ben presto la maglia da titolare in favore dei meno reputati, ma sicuramente più efficaci, De Marchi e Villa, ma scende comunque spesso in campo sfruttando l'assenza di un compagno di reparto, l'infoltimento della difesa per fronteggiare una squadra particolarmente forte o venendo schierato in mediana, come gli succedeva nelle nazionali giovanili, per sfruttare la sua discreta tecnica di base. Di solito le sue prove non vanno oltre una risicatissima sufficienza; mette anche a segno un paio di gol, ma del tutto inutili ai fini del risultato (un rigore nella sconfitta a Napoli per 3-1 e una rete in mischia nel 3-1 con cui il Pescara supera il Bologna allo stadio Adriatico). L'ultima apparizione con la maglia rossoblù la fa nella disfatta interna contro l'Inter che si appresta a conquistare lo Scudetto dei record (0-6 alla 29esima giornata), poi nelle ultime 5 decisive partite per la lotta salvezza viene sistematicamente relegato in panchina dall'allenatore Maifredi. Lo score finale di Demol registra solamente 21 presenze (e 2 gol) in campionato, con l'inevitabile epilogo della cessione a fine stagione. Ma la sua fama è ancora solida, sebbene un po' impolverata, e gli permette di accasarsi al Porto, squadra di punta del campionato portoghese, dove contribuisce con ben 11 gol (la maggiorparte su rigore) all'immediata conquista del titolo di campione lusitano. Nel 1990 gioca 4 partite da titolare ai Mondiali italiani col Belgio, eliminato agli ottavi di finale in un tiratissimo match giocato al Dall'Ara e deciso da una spettacolare girata dell'inglese Platt al 120° minuto. Sebbene sia ancora molto giovane la sua carriera in Nazionale termina nel 1991, dopo aver collezionato 36 presenze (e 1 gol), e a livello di club si trasforma in un vero e proprio giro del mondo: Toulouse FC in Francia, Standard Liège e Cercle Bruges in Belgio, Sporting Braga in Portogallo, Panionios Atene in Grecia, AC Lugano in Svizzera, SC Toulon in seconda divisione francese e infine FC Denderleeuw in seconda divisione belga, dove chiude nel 2000, a 34 anni.
Il rapporto sfortunato e assai poco proficuo tra i giocatori stranieri e il Bologna negli anni '80 può essere ben rappresentato dalla vicenda che porta in rossoblù - nel 1988 - 3 nazionali cileni, anche se solo uno di questi vestirà la maglia felsinea in partite ufficiali. Se per il 26enne centrocampista Luis Patricio Mardones, prelevato dall'Universidad Catòlica e subito girato in prestito agli svizzeri del Sankt Gallen (poi presto ceduto a titolo definitivo) i rimpianti sono ben pochi, non altrettanto si può dire per Ivàn Luis Zamorano, 21enne centravanti dalla strepitosa media gol (oltre uno a partita) acquistato per soli 500 milioni di lire dal Cobresal e anch'egli girato in prestito alla squadra svizzera. L'unico dei tre ad essere effettivamente ingaggiato e utilizzato dal Bologna è Hugo Eduardo Rubio Montecinos, 28enne ala molto reputata in patria, nonostante una fallimentare esperienza europea tra le fila del CD Málaga (1985/86), nella seconda divisione spagnola. L'allenatore Maifredi aveva visionato la Nazionale cilena nel maggio 1988, col Bologna ormai sicuro della promozione e quindi a caccia di stranieri, al torneo amichevole "Sir Stanley Matthews Cup" ed era rimasto incantato dai tocchi di fino, da autentico giocoliere, di Rubio, mentre Zamorano, sebbene coraggioso e con buon senso del gol, aveva tocco ruvido ed a causa della sua giovane età venne considerato ancora troppo inesperto per la serie A italiana. Periodicamente, durante la stagione 1988/89, il centravanti cileno si aggrega al Bologna per sostenere alcuni allenamenti e, nel gennaio 1989, segna anche un gol "alla Pascutti" ai dilettanti del Casalecchio, in un'amichevole infrasettimanale. Sia nelle partite di campionato svizzero (dove il primo anno segna 17 gol in 22 incontri) che nelle gare internazionali a cui partecipa col Cile Zamorano va in gol con una certa regolarità, ma a Maifredi evidentemente il giocatore non piace e così viene lasciato in prestito al club biancoverde anche nella stagione 1989/90.
Rubio inizia la carriera nel Rangers di Talca, conquistando la promozione in prima divisione nel 1981, poi passa al Cobreloa dove vince 2 campionati cileni e perde la finale della Coppa Libertadores 1982 contro il Peñarol, infine vince un altro campionato e una coppa cilena con il Colo Colo, il club più popolare del Cile, nel quale milita dopo la parentesi spagnola rimanendovi fino all'estate 1988, quando lo acquista il Bologna per 2 miliardi di Lire, cifra record per il calcio cileno che consente alla società andina di completare la costruzione del suo campo da gioco, l'Estadio Monumental David Arellano. Il "pajero" (passero, così soprannominato per la leggerezza con cui vola sulla fascia grazie alla velocità e all'abilità nel dribbling) è nel giro della Nazionale "roja", con la quale ha debuttato nel 1984, ed ha raggiunto un ottimo secondo posto alle spalle dell'Uruguay nella Coppa America 1987, anche se il suo contributo è limitato agli ultimi 20 minuti della finale. Le prime uscite stagionali in rossoblù di Rubio sono incoraggianti: in Coppa Italia è sempre schierato titolare in un attacco che prevede due ali (l'altra è il talentuoso Poli) al servizio della torre Lorenzo, segna una doppietta al Barletta e mette in serie difficoltà la difesa del fortissimo Napoli, finchè al 57esimo minuto un'entrata killer del libero partenopeo Renica non gli procura un gravissimo infortunio al ginocchio. Torna in campo 3 mesi dopo, il 27 novembre, disputando anonimamente gli ultimi 15 minuti della partita di campionato contro la Lazio, ma il ricordo del terribile incidente lo condiziona psicologicamente, rendendolo molto timido e per nulla intraprendente sul terreno di gioco, tanto che al termine della partita di Cesena del 4 dicembre viene rispedito momentaneamente in Cile per consentirgli di completare al meglio il recupero psicofisico. Un mese dopo gioca a Milano contro l'Inter i minuti finali della partita e alla 18esima giornata, in un Bologna–Pisa del 19 febbraio 1989 è finalmente titolare per la prima volta. In campionato veste la maglia rossoblù in 14 occasioni, senza mai brillare, e si congeda dal pubblico bolognese fallendo clamorosamente una facile occasione da gol: spedisce di testa la palla contro la traversa, a pochi passi dalla porta lasciata spalancata da una sciagurata uscita del portiere milanista Pinato. Per fortuna la partita è ormai solo una passerella per festeggiare il raggiungimento della salvezza e il "pajero" può fare in tutta tranquillità le valige per raggiungere gli
altri due cileni al Sankt Gallen senza dover temere l'ira dei tifosi felsinei. Il trio cileno nel 1989/90 fa sfracelli: Zamorano sfrutta gli assist dei due connazionali per segnare 23 reti con le quali si laurea capocannoniere del campionato svizzero e Rubio mette 7 palloni alle spalle dei portieri avversari.
Però anche il neo allenatore rossoblù, il professor Scoglio, snobba la prolifica punta cilena, principalmente per motivi tattici: il trainer di Lipari vuole un attacco mobile e rapido, senza un classico centravanti, e quindi dà il via libera alla cessione definitiva di Zamorano al Sankt Gallen. Il grossolano errore di valutazione è chiaro a tutti pochi mesi dopo, quando un debolissimo Bologna stenta a trovare la via del gol e Scoglio viene esonerato; il presidente Corioni cerca in tutti i modi di riprendersi l'attaccante, ma il club svizzero è in trattativa col Sevilla, al quale viene effettivamente venduto nel gennaio 1991 per 3 miliardi di Lire. In Spagna Zamorano esplode fragorosamente, diventando l'implacabile "elicoptero", torrenziale goleador abilissimo in acrobazia e con il Real Madrid conquista Liga e titolo di "pichichi" (capocannoniere) nel 1994/95. Le carriere di Rubio e Zamorano s'incrociano per l'ultima volta in Nazionale, nella coppa America 1991 giocata in Cile, ove la "roja" si classifica al terzo posto grazie ai gol del "pajero" (2) e di Ivàn "el terrible" (5, vicecannoniere alle spalle dell'argentino Batistuta). La parabola agonistica dei due prende direzioni opposte, anche per ragioni anagrafiche: alla fine del 1991 Rubio lascia la Nazionale (36 presenze e 12 gol) e torna al Colo Colo, non partecipando alla vittoriosa campagna in Coppa Libertadores, ma giocando la successiva finale della coppa Intercontinentale persa contro gli slavi della Crvena Zvezda Beograd e vincendo una Recopa Sudamericana, una Copa Interamericana, 2 campionati e 2 coppe del Cile. Dopo il ritiro dal calcio agonistico, avvenuto nel 1996, Rubio diventa un abile procuratore di giocatori, gestendo tra gli altri anche il figlio Eduardo, ovviamente soprannominato "pajerito" (passerotto), che dopo gli inizi nel Colo Colo nel 2008 passa al FC Basel, squadra svizzera impegnata (con scarsi risultati) in Champions League. Zamorano continua a segnare fino al 2003, terrorizzando i portieri avversari con le maglie di Inter (vince una coppa UEFA), Amèrica di Città del Messico, Colo Colo e soprattutto Nazionale cilena, con la quale partecipa ai Mondiali 1998, conquista un bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000 (cannoniere principe con 6 gol) e colleziona ben 34 gol in 69 partite.
La scelta sbagliata tra i due cileni operata da Maifredi è ancora oggi motivo di ironia ed è spesso ricordata come termine di paragone per indicare un clamoroso errore di valutazione tecnica. La leggenda narra che "l'omone di Lograto", nell'estate 1988, non si limitò a stroncare Zamorano, ma addirittura stoppò sul nascere una trattativa per portare in rossoblù il forte attaccante tedesco Jürgen Klinsmann, rivolgendosi al presidente Corioni con una frase assai poco lungimirante: «meglio tenersi Pradella!».
Per occupare la casella del terzo straniero per la stagione 1988/89 viene ingaggiato, in prestito dall'Inter, il 23enne centrocampista finlandese Mika Aaltonen.
Lo sconosciuto Mika era stato acquistato dai nerazzurri milanesi subito dopo aver segnato un eurogol (potente e precisa legnata da oltre 25 metri) allo stadio Meazza, nel secondo turno della coppa UEFA 1987/88, che sancisce un'incredibile vittoria della formazione dei dilettanti del Turun Pallo Seura di Turku – città natale di Aaltonen - e dona un'effimera etichetta di promessa al giovane centrocampista. Aaltonen arriva a Bologna dopo aver disputato già 6 campionati
nel TPS (86 presenze e 14 gol, ma dall'84 all'86 è stato tormentato da svariati problemi fisici) e una mezza stagione al Bellinzona (campionato svizzero) dove ha giocato 14 partite e segnato 3 gol; nel febbraio 1988 esordisce in Nazionale, dopo essere stato una colonna della Juniores e dell'Under 21, ma entrare a far parte del giro della selezione "Suomi", sempre nelle ultime posizioni dei gironi eliminatori continentali valevoli per le qualificazioni ai Mondiali ed agli Europei, non gli conferisce certo lo status di calciatore di caratura internazionale. Bastano pochi allenamenti a capitan Pecci per tracciarne un efficace ritratto tecnico, dichiarando con la schiettezza che lo contraddistingue: «questo è un tristo della Madonna!». In serie A il finnico disputa solamente 3 spezzoni di partita, subentrando nei minuti finali senza minimamente incidere sull'andamento dei match, ma è sempre titolare nelle 4 partite di Mitropa Cup, torneo internazionale ormai svalutatissimo al quale il Bologna partecipa in qualità di vincente del campionato di serie B della stagione precedente; Aaltonen segna anche un gol, nel 5-2 col quale viene demolito il Ferencvàros nell'andata delle semifinali, giocata davanti a pochi intimi allo stadio Braglia di Modena, raccogliendo la palla respinta dal portiere avversario su un tiro dello scatenato Marronaro e depositandola in rete con facilità. L'ultima apparizione del finnico in maglia rossoblù avviene nella finale di ritorno contro i cecoslovacchi del Banik Ostrava, che si aggiudica la Mitropa Cup sbancando il Dall'Ara per 2-1: Aaltonen indossa la maglia numero 10 e nell'intervallo rimane negli spogliatoi per fare posto a Rubio.
Nei mesi trascorsi a Bologna frequenta la facoltà di economia all'Università, investendo nello studio il molto tempo libero di cui dispone, ed aggiuge l'italiano alle quattro lingue già ottimamente parlate (inglese, russo, svedese e finlandese) al suo arrivo in Italia. Calcisticamente, dopo un'esperienza nella seconda divisione tedesca con l'Herta Berlino, ritorna nelle file del TPS, dove rimane fino al 1993, vincendo una coppa di Finlandia nel 1991 e riconquistando, anche se ad intermittenza, la maglia della Nazionale, con la quale chiude nel maggio 1994 (19 presenze e 1 gol in totale) indossando la maglia numero 10 in un match amichevole contro l'Italia, la quale sta preparandosi per i Mondiali americani. A livello di club milita con l'Hapoel Be'er Sheva, nel campionato israeliano, per la stagione 1993-1994, concludendo la carriera col titolo di campione di Finlandia conquistato nel 1994 con il Tampereen Pallo Veikot. Una volta appese le scarpe al chiodo mette a frutto i suoi studi e la sua notevole intelligenza diventando uno stimatissimo professore all'università di Turku ed al dipartimento di Scienze Tecnologiche di Helsinki.
Ormai deciso a liberarsi di tutti e 3 gli stranieri in rosa, poco prima della fine del campionato 1988/89 il Bologna avvia le trattative per assicurarsi i servigi dell’astro nascente del calcio brasiliano, ovvero il 25enne regista del Vasco da Gama Geovani Silva, che deve il suo nome al fatto che al padre piacesse particolarmente il marchio del tornio "San Giovanni" che utilizzava al lavoro, poi storpiato in Geovani dall'addetto comunale al momento della registrazione all'anagrafe.
La salvezza è ormai ad un passo e l'entusiasmo dei tifosi per l'imminente arrivo dell'asso carioca è palpabile, come dimostra l'azzeccato striscione che compare alla quart'ultima giornata, sugli spalti del Bentegodi, durante un Verona–Bologna che si conclude con un noioso quanto balsamico 0-0: «testimoni di Geovani». Il "pequeño principe" (piccolo principe, nomignolo datogli dai tifosi del Vasco) a 16 anni era già titolare nella Desportiva Capixaba, la principale squadra di Vitòria (sua città natale), con la quale vince il titolo statale dell'Espírito Santo nel 1980 e nel 1981. Nel 1982 passa al prestigioso Vasco da Gama, dove illumina la manovra con giocate di gran classe, si dimostra un infallibile rigorista, in possesso di un tiro forte e preciso, salta gli avversari con dribbling stretti, aiutato anche dal baricentro basso (168 cm per 68 kg) e vince subito il campionato carioca. Nel 1983 si rivela agli osservatori internazionali trascinando la Seleçao alla conquista del Mondiale Under 20, dove vince la scarpa d'oro come miglior cannoniere del torneo (6 gol in 6 partite) ed anche il trofeo riservato al miglior giocatore. Purtroppo si fa notare anche per il suo carattere spigoloso e rissoso: oltre alle innumerevoli polemiche con gli allenatori, nel 1985, dopo una partita di Coppa Libertadores contro l'Argentinos Juniors, si prende a pugni con un compagno di squadra e nel settembre 1987, durante una gara tra Vasco e Flamengo, Geovani frattura la mandibola a Edinho a suon di cazzotti. Forse questi suoi eccessi d'ira spiegano perché un fuoriclasse del suo calibro abbia avuto così poche opportunità nella Nazionale maggiore, indossando con una certa continuità una maglia da titolare solo a partire dal luglio del 1988 (fino ad allora aveva raggranellato solo 3 presenze nel maggio '85), quando pare definitivamente maturato dopo aver trascinato – insieme agli altri due gioielli Hernani e Bismarck - i "cruzmaltinos" a 2 allori consecutivi nel campionato carioca ('87 e '88). Nel settembre 1988 Geovani è una delle stelle più luminose della Nazionale olimpica, che guida da capitano alla medaglia d'argento ai giochi di Seul. Il torneo calcistico è di notevole spessore tecnico: il Brasile del cannoniere Romario (7 gol) e degli assi Taffarel e Bebeto supera nei quarti l'Argentina di Nèstor Fabbri ed Alfaro Moreno grazie ad un gol di Geovani, in semifinale elimina la Germania Ovest di Hässler e Klinsmann e si arrende in finale all'URSS di Dobrovolski e Mikhailichenko, che approfitta dell'assenza per squalifica, tra le fila verdeoro, del "pequeño principe". A dicembre Geovani viene eletto giocatore brasiliano dell'anno ed è quinto nel referendum organizzato tradizionalmente dal quotidiano uruguaiano "El Pais" che assegna il corrispettivo sudamericano del Pallone d'Oro, quindi la cifra record per le casse del Bologna (6 miliardi di Lire) pare giustificata dal pedigrèe di prima classe che può sfoggiare il centrocampista; il Vasco da Gama reinvestirà parte del guadagno per assicurarsi il poderoso libero ecuadoriano Quiñonez e il goleador Bebeto, vincendo subito il campionato brasiliano 1989.
I tifosi italiani possono ammirare in anteprima il nuovo gioiello rossoblù, poiché è impegnato in luglio in una tournèe europea con la Seleçao trasmessa in tv - in preparazione dell'imminente coppa America - che si rivelerà un disastro sul piano dei risultati e delle indicazioni tecniche: Brasile sconfitto nettamente da Svezia, Danimarca e Svizzera, e che strappa uno 0-0 col Milan di Sacchi in una partita non ufficiale organizzata dalla potente CBF per pubblicizzare i suoi giocatori ed incassare le ricche percentuali che le spettano per ogni trasferimento all'estero. Il Brasile si aggiudica comunque la coppa America, giocata sui campi di casa, anche grazie ad un gol del neo rossoblù nella prima gara col Venezuela; Geovani sarà però costretto a saltare la fase decisiva della manifestazione a causa di un infortunio alla caviglia che ne rallenterà anche l'inserimento nel campionato italiano. Oltre al ritardo nella preparazione fisica vi sono anche problemi tattici ad ostacolare l'utilizzo in pianta stabile nel Bologna di Geovani, il quale una volta raggiunto un accettabile livello di forma, viene schierato come interno nel 4-4-2 di Maifredi, posizione che richiede anche doti atletiche, oltre che tecniche, e che il brasiliano mostra di soffrire, penalizzato dalla sua congenita lentezza che non gli permette di esprimere al meglio tutto il suo notevole potenziale.
A metà ottobre è in programma, allo stadio Dall'Ara, una lussuosa amichevole tra Italia e Brasile, col pubblico bolognese ansioso di vedere in azione Geovani, utilizzato in campionato solo per alcuni spezzoni di partita, ma il CT verdeoro lo manda in campo solo all'87esimo, esattamente 10 minuti dopo la punizione vincente di Andrè Cruz; l'Italia è sconfitta ed i tifosi, delusi dal risultato e dallo scarso impiego del loro beniamino, sommergono di fischi gli azzurri, indispettendo a tal punto i vertici federali che per rivedere la Nazionale a Bologna bisognerà attendere 10 anni esatti.
Il piccolo brasiliano pare finalmente inserito nei meccanismi della squadra rossoblù quando Maifredi, derogando dal suo credo tattico, lo schiera trequartista alle spalle delle punte, ruolo perfetto per un regista dal piede vellutato abituato alle cadenze del calcio bailado. A novembre, al culmine di una serie di buone prove, decide il "derby dell'Appennino" segnando il gol vincente con un missile da una trentina di metri e tortura il portiere viola Landucci con numerosi calci piazzati insidiosissimi, cogliendo anche la traversa con un tagliatissimo calcio d'angolo, sfiorando quindi un clamoroso "gol olimpico" (la segnatura diretta dal corner è valida per regolamento dal 1927 ed è chiamata così a seguito di un'amichevole Argentina–Uruguay del 1928, allorchè la "celeste" fresca campione olimpica fu battuta da un gol della mezzala Seoane che infilò il pallone in rete direttamente dal calcio d'angolo, e con ironica cattiveria nei confronti degli acerrimi rivali dell'altra sponda del Rio de la Plata gli argentini battezzarono quel tipo di gol, fino ad allora inedito, "gol olimpico").
Geovani, dopo un periodo di appannamento tra dicembre e gennaio, torna titolare fornendo alcune discrete prestazioni, ma nel finale di stagione il suo rendimento altalenante costringe l'allenatore Maifredi a relegarlo in panchina, nonostante mostri chiaramente in alcune giocate che la classe cristallina di cui è in possesso non è svanita a seguito del viaggio transoceanico, ma il suo incedere alla moviola lo trasforma spesso in un lusso insostenibile per una squadra di seconda fascia come il Bologna, che deve sopperire con l'agonismo e la corsa al gap tecnico che lo separa dalle squadre più forti. Tifosi e dirigenti rossoblù si aspettavano ben altro dal campione brasiliano, per cui la delusione generale ne rende inevitabile la cessione: finisce al Karlsruher SC, squadra di medio livello della Bundesliga, dove inizia alla grande, segnando anche un paio di reti, ma poi naufraga definitivamente travolto dal frenetico agonismo del calcio europeo, assolutamente incompatibile col ritmo di gioco del "pequeño principe". Nel 1991 chiude definitivamente il rapporto con la Seleçao (22 presenze e 5 reti) e nel 1992 torna al Vasco da Gama, portando con i suoi assist i "cruzmaltinos" al titolo carioca nel 1993, poi passa al Tigres de Monterrey in Messico, ritorna al Vasco e dal 1997 gira i più importanti club dello stato dell'Espírito Santo, vincendo ben 3 titoli statali consecutivi dal 1998 al 2000, rispettivamente con Linhares, Serra e Desportiva Capixaba. Nel 2001 conclude la carriera di calciatore ed intraprende quella di politico, ottenendo nel 2006 l'elezione a deputato statale dell'Espírito Santo. Purtroppo la sua vita è funestata da una rara malattia degenerativa del sistema nervoso, la polineuropatia, e quando nel 2008 è invitato a porre l'impronta dei suoi piedi nella "Calçada da Fama" del Maracanã, l'hall of fame del calcio brasiliano, le foto lo ritraggono con a fianco il bastone che usa per camminare.
Al posto del deludente Demol, per la stagione 1989/90 il Bologna ingaggia il 25enne difensore centrale bulgaro Nikolaij Stefanov Iliev, che in parte ne ricalca le caratteristiche: rispetto al belga è ugualmente prestante fisicamente, forte di testa e terribilmente lento, più duro e grintoso, ma meno dotato tecnicamente. Iliev proviene dal Vitosha Sofia (denominazione del Levski Spartak dal 1985), dove ha disputato oltre 180 partite (con 21 reti) in massima divisione, vincendo 2 campionati e 2 coppe nazionali, oltre a 3 coppe dell'Armata Sovietica; ha già
disputato oltre 30 partite nella Bulgaria ed è stato eletto nel 1988 giocatore bulgaro dell'anno. Viene dipinto come un libero un po' rigido nei movimenti e in difficoltà nell'anticipo, ma dall'ottimo senso della posizione e pericolosissimo in area avversaria, dove fa valere la sua notevole statura: a Bologna metterà in evidenza soprattutto i suoi difetti. In settembre, impegnato in amichevole contro l'Italia, si presenta segnando un autogol nel 4-0 con cui gli azzurri seppelliscono i bulgari, facendo subito presagire il peggio ai tifosi felsinei che lo guardano in tv.
Nel Bologna Niki è chiuso dagli inamovibili Villa e De Marchi, e quando alla nona giornata (a Roma contro la Lazio) gli viene data finalmente una maglia da titolare si fa espellere per un fallaccio, causando la prima sconfitta stagionale dei rossoblù. L'allenatore Maifredi considera Iliev solo una discreta riserva, e quando viene chiamato in causa in sostituzione di un compagno di reparto o per blindare maggiormente la difesa con l'ausilio di un terzo centrale gioca piuttosto male. A fine stagione collezionerà 23 partite in campionato (di cui solo 16 dall'inizio) e 1 gol nell'accademica sconfitta per 2-4 al Dall'Ara, alla penultima giornata, che spiana la strada verso il secondo Scudetto al Napoli di Maradona. Nonostante il rendimento deficitario Iliev viene confermato per la stagione 1990/91: il bulgaro gioca le prime 5 partite di campionato, segnando il gol della vittoria rossoblù alla quarta giornata contro il Torino (con un perentorio colpo di testa) e quello della bandiera (su rigore) nel 3-1 di Roma contro la Lazio, poi viene tagliato per far posto all'attaccante svizzero Türkyilmaz. Ancora sotto contratto col Bologna ma inutilizzabile, prova presso alcuni club inglesi ma fatica ad ottenere il permesso di soggiorno, poi accasatosi al Wolverhampton vivacchia qualche mese nella formazione riserve, finchè non passa all'Herta Berlino (seconda divisione tedesca) nel gennaio 1992. Pur rimanendo quasi 2 anni senza squadra di club Iliev mantiene il posto in Nazionale, segno che in patria è ancora molto reputato, e nel 1992/93 ritorna al Levski Sofia (ennesima nuova denominazione del Vitosha), vincendo da protagonista il campionato (14 partite e 7 reti), nonostante finisca la stagione fuori rosa, da separato in casa. Dapprima il suo impiego è limitato da un infortunio al ginocchio, poi viene definitivamente accantonato a seguito delle clamorose polemiche seguite alla sua autolesionistica denuncia contro gli arbitri che favorirebbero sfacciatamente il Levski, evidentemente non gradita ai vertici della società di Sofia. Si trasferisce al Rennes, militante in seconda divisione francese, ma gioca solo 1 partita a causa di un grave infortunio, che non gli impedisce però di far parte della spedizione mondiale della sorprendente Bulgaria (quarta), pur senza mai scendere in campo, concludendo l'avventura in Nazionale al termine del torneo iridato con uno score totale di 54 partite e 5 gol. Gioca la sua ultima stagione da calciatore ancora nel Rennes, neopromosso in Ligue 1, appendendo le scarpe al chiodo ad appena 31 anni, nel 1995. Torna a Bologna nel 2004, sfruttando le molte amicizie che il suo carattere allegro e aperto gli aveva regalato in città, proponendosi come osservatore per l'Est europeo, ma finora le sue segnalazioni non hanno portato a nessuna trattativa conclusa.
Il terzo straniero della stagione 1989/90 arriva ad ottobre, quando durante il mercato di riparazione il Bologna preleva dal Bayer Leverkusen il centravanti di manovra Herbert Waas per rimpiazzare il disastroso "Pino" Lorenzo. Waas ha 26 anni ed ha fatto parte della selezione della Germania Ovest campione europea Juniores nel 1981, è stato una speranza dell'under 21 tedesca (11 presenze e 2 gol) e dal 1983 al 1988 ha giocato nella Nazionale maggiore (11 presenze e 1 gol).
A livello di club a 18 anni segna 11 gol nella Zweite Liga (la serie cadetta tedesca) col TSV 1860 München e si guadagna l'ingaggio da parte del Bayer Leverkusen, dove in 7 campionati diventa il miglior realizzatore della storia del club dei "farmacisti" in Bundesliga (72 reti, superato nel 1996 dall'implacabile Ulf Kirsten). Però sommando i gol degli ultimi due campionati (1987/88 e 1988/89) arriva appena a 6 reti, dando l'impressione di essere avviato verso un precoce declino, anche se non mancano i lampi di classe, come quando nel 1988 vince da protagonista la coppa UEFA: entra nel secondo tempo della finale di ritorno e imperversa sulla fascia scodellando cross a ripetizione, poi segna uno dei rigori
post partita che permettono al Bayer Leverkusen di completare la rimonta sull'Español, che si era imposto per 3-0 all'andata. Waas comincia la stagione 1989/90 dalla panchina, una collocazione che deteriora irrimediabilmente l'ormai logoro rapporto con allenatore e compagni di squadra e consiglia la dirigenza di disfarsi del suo ricco ingaggio. Il Bologna intavola la trattativa e se lo aggiudica in prestito con diritto di riscatto, puntando sulla voglia di rivincita dell'ancora giovane bomber teutonico. L'attaccante tedesco appena arriva sotto le Due Torri è vittima di un infortunio muscolare che ne ritarda di un paio di mesi il debutto in rossoblù, che avviene il 12 dicembre nella partita interna col Lecce, quando al 38esimo minuto sostituisce Geovani, mostrando di essere un giocatore rapido, molto mobile e dalla buona tecnica. Da quella partita in poi Waas sarà sempre schierato titolare, andando in rete per la prima volta contro la Fiorentina in coppa Italia e ripetendosi 4 giorni dopo contro la Juventus in campionato, con un rapinoso tocco di pancia che fa sognare per alcuni minuti una clamorosa vittoria sui bianconeri (la gara terminerà 1-1). Il fiuto del gol non è più quello degli anni d'oro, però fornisce spesso delle buone prestazioni, e con 4 reti in 20 partite può a buon diritto mettere anche la sua firma in calce all'ottavo posto in campionato, che consente eccezionalmente al Bologna di qualificarsi per la coppa UEFA in virtù del favoloso en plein delle formazioni italiane nelle coppe europee della stagione 1989/90. Il Bologna sborsa 2 miliardi di Lire per riscattare l'intero cartellino di Waas, che viene così confermato anche nella stagione 1990/91. L'attaccante si presenta al via della nuova stagione privo dei suoi caratteristici baffi, e con essi paiono svanite anche le sue doti calcistiche: pur disputando 32 partite in campionato non dà che un modestissimo contributo in termini di gioco e di gol (solo 2), del tutto insufficiente ad evitare al Bologna l'ultimo posto in classifica. Il suo unico sussulto coincide con la più emozionante partita di quella disgraziatissima stagione, il ritorno degli ottavi di finale di coppa UEFA contro i viennesi dell'Admira Wacker.
All'andata i rossoblù sono stati sconfitti in trasferta per 3-0 ed il retour match del Dall'Ara viene aperto dopo 6 minuti da un fantastico gol di Waas: il tedesco è posizionato spalle alla porta nei pressi del primo palo e ricevendo il pallone dal calcio d'angolo lo accarezza al volo con l'esterno destro, beffando il portiere austriaco. Il Bologna segna altre 2 reti e per decretare la squadra che passerà ai quarti di finale bisogna ricorrere ai rigori, dove Herbert fa il suo dovere trasformando il quarto penalty della sequenza conclusa dalla botta nel sette di "Pino" Lorenzo che sancisce una vittoria storica (prima squadra italiana a passare il turno in una coppa europea dopo aver perso con 3 gol di scarto all'andata).
In serie B non è possibile avere in rosa più di 2 stranieri, per cui stante la conferma di Detari e Türkyilmaz si rende necessaria la cessione di Waas, che torna nel campionato tedesco con l'Hamburger SV e si conferma ormai al tramonto segnando solo 2 gol in 33 partite. Il finale di carriera lo gioca con le maglie di FC Zürich (squadra di media classifica del modesto campionato svizzero) con la quale segna 19 gol in 69 partite dal giugno 1992 al gennaio 1995, finendo la stagione 1994/95 con solo 5 presenze nella Dynamo Dresden che si classifica all'ultimo posto della Bundesliga. Non segue però i gialloneri nella serie cadetta perché si ritira dall'attività agonistica, a 32 anni non ancora compiuti.
Luca Mastri
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Il Bologna, vistosi privato per squalifica a seguito del calcio scommesse del bomber Savoldi, decide di pescare il sostituto in Brasile, la patria degli attaccanti per eccellenza. L'allenatore Radice, dopo un breve blitz in Sud America, torna con un allampanato giocoliere paulista 26enne - Eneas De Camargo - accreditato di un buon bottino di gol (179 in 376 partite) e stella della mediocre Portuguesa, con la quale ha vinto una Taça São Paulo nel 1973; inoltre, appena 17enne, vanta 4 presenze, condite da un gol, nel torneo preolimpico 1971 con la Nazionale Olimpica e dopo l'esordio nel 1974 nella Seleçao vera e propria colleziona altre 2 presenze impreziosite da un gol in un torneo amichevole vinto dal Brasile (la Taça do Atlântico del 1976). Peccato che il numero di reti messe a segno in carriera da Eneas tragga in inganno lo staff tecnico rossoblù, che non tiene conto della relativa libertà di manovra che le difese brasiliane lasciano agli attaccanti avversari, facilitandone spesso le giocate con clamorosi errori di disimpegno e di marcatura. E' così che, convinto di essersi assicurato un prolifico centravanti, Radice si trova tra le sue fila un raffinato trequartista assolutamente inadatto a sostituire il classico centravanti Savoldi. Oltre ai problemi tattici l'inserimento di Eneas nel campionato italiano è ostacolato anche da problemi burocratici e da un infortunio muscolare che ne ritardano l'impiego, ma dopo alcune partite di rodaggio mostra di essere una punta mobile dal tocco felpato, dalle geniali rifiniture, dalla bella falcata in progressione, ancorchè di scarsa vigoria atletica specialmente nei contrasti. Però per un brasiliano il gol non può essere l'arida stilettata finale, la fredda esecuzione di uno schema, ma deve essere lo svolazzo prezioso, il punto esclamativo a uno slancio di fantasia; così si espone a clamorosi errori sottoporta, costellando la sua strada di gol perduti, spesso per la ricerca del tocco in più oltre che per mancanza di freddezza quando si trova a tu per tu col portiere.
ritmo e verticalità, che sta dando ottimi risultati sia dal punto di vista spettacolare che della classifica (i 5 punti di penalizzazione comminati a causa degli illeciti commessi la stagione precedente nell'ambito del calcio scommesse non impediscono al Bologna di agguantare un buonissimo settimo posto finale). Ma lo splendido feeling del “nigrazz” (il negraccio, come viene soprannominato assolutamente senza connotazioni razziste) con il pubblico rossoblù non risente affatto del rendimento insufficiente fornito ormai in troppe partite, come dimostrano i festeggiamenti al primo gol segnato a Bologna: il boato dei tifosi mentre Eneas rimane a lungo aggrappato alla cancellata della curva Andrea Costa è del tutto sproporzionato per un inutile gol (ancorchè di pregevole fattura: colpo di testa in tuffo) del 4-0 al derelitto Perugia, ma è la lampante conferma che Eneas è definitivamente entrato nel cuore dei tifosi. Anche perché se così non fosse, in una tiratissima semifinale di andata di Coppa Italia contro il Torino, lo stadio intero non reagirebbe con un'affettuosa risata allorchè Eneas, togliendo il pallone dai piedi di Marco Marocchi che si sta apprestando a tirarlo in porta, si inciampa e lo fa carambolare oltre la linea di fondo. Per farsi perdonare l'attaccante brasiliano aprirà le marcature nella partita di ritorno, finita 3-2 per i granata dopo i tempi supplementari, ma lo staff tecnico ha ormai deciso che l'avventura in rossoblù del colored è giunta al termine dopo 23 presenze e 4 gol stagionali.
In luogo del deludente trequartista brasiliano per la stagione 1981/82 il Bologna ingaggia la 27enne mezzala tedesca Herbert Neumann, reduce da un buon campionato nell'Udinese ed apparentemente l'uomo giusto per sostituire in mezzo al campo il nazionale Dossena, tornato alla base granata dopo anni di proficuo pellegrinaggio in giro per l'Italia a farsi le ossa. Il biondo tedesco era nel mirino rossoblù già da tempo, in quanto fu segnalato dall'indimenticato ex Helmut Haller in previsione dell'imminente riapertura delle frontiere, poi -come visto- la squalifica di Savoldi indusse i dirigenti bolognesi ad ingaggiare la punta Eneas.
rossoblù addirittura a sprofondare in Serie C1, le presenze in campionato sono 14 e i gol 2. Proprio durante questa annata avviene un piccolo ma significativo episodio che evidenzia bene lo spirito con cui Macina si approccia al calcio: essendo un giocatore molto tecnico, veloce e dotato di un dribbling difficilmente contenibile la giovanissima ala rossoblù si diverte a ridicolizzare in allenamento il suo marcatore - il rude terzino Logozzo - che esasperato, dopo l'ennesima figuraccia, molla un sonoro ceffone all'irriverente “cinno”. Macina è ingenuamente convinto che sia sufficiente il suo enorme talento per sfondare ad alti livelli e, forse anche perché ha alle spalle una famiglia benestante, non ha alcuna intenzione di trascurare l'aspetto ludico e divertente del gioco e fare i sacrifici necessari per diventare un vero calciatore professionista. Il sammarinese rimane ancora nel club felsineo dando il suo piccolo ma significativo apporto all'immediata risalita in B, segnando il gol della vittoria interna contro la Reggiana depositando il pallone in porta dopo un perfetto dribbling al portiere in uscita (che fissa il suo score totale nel Bologna a 4 reti in 32 gare) e ad ottobre viene ceduto all'Arezzo, in serie B. Poi cambia squadra ogni anno: Parma (B), Milan (il tecnico Liedholm stravede per lui, ma colleziona solo 5 presenze), Reggiana e Ancona (entrambe in C1), raccogliendo poca gloria e dando la netta sensazione di essere ormai il classico giocatore con un grande futuro dietro le spalle. Proprio mentre milita nella formazione marchigiana Macina si lesiona gravemente i legamenti del ginocchio e quando torna arruolabile, essendo in scadenza di contratto, decide di stare fermo 2 anni per diventare proprietario del cartellino e poter essere ingaggiato a parametro 0.
Per far fronte al duro impatto con la serie A, nella stagione 1988/89 Maifredi si affida all'esperienza dell'ex juventino, che all'inizio è coinvolto nella crisi di gioco e di risultati del Bologna, poi cresce alla distanza (insieme a tutta la squadra) e trova anche il modo di segnare 2 gol decisivi negli scontri diretti con Pisa (1-0) e Cesena (2-2).
Nel 1913 arrivano dall’Argentina (precisamente da Rosario de Santa Fè) quattro fratelli di origini italiane che lasceranno un’importante impronta nella storia del Bologna. Il centromediano Angelo Badini I può essere considerato il primo grande giocatore del Bologna, perno e capitano della squadra rossoblù, di grande grinta e capacità tecniche, unite all’innata lealtà. Essendo il personaggio più carismatico della squadra, ebbe anche il compito di fare le veci dell’allenatore, oltre che di svolgere le mansioni di responsabile delle squadre giovanili. La sua opera fu preziosissima, soprattutto nel periodo d’interruzione dell’attività dei campionati per cause belliche, durante il quale riuscì a tenere unita la compagine rossoblù e a reclutare ottimi giovani. Crebbero sotto la sua guida campioni del calibro di Baldi, Genovesi, Schiavio e Gasperi, che formeranno l’ossatura della squadra che nel 1925 si fregerà del primo Scudetto della storia del Bologna.
Nel 1931 dal Peñarol arriva un’altra mezzala uruguagia, il 21enne Rafael Sansone (italianizzato in Raffaele). Non ha mai giocato una partita ufficiale con la Nazionale (chiuso, come Fedullo, dai leggendari “peòn” Cea e “mago” Scarone), ma è un asso, che va a formare un’affiatatissima coppia d’interni da favola col connazionale Fedullo. I due avevano già giocato insieme, in una partita non ufficiale, in cui furono schierati in un’inedita Nazionale uruguaiana selezionata dai giornalisti, e avevano fatto faville. I due uruguagi sono tessitori di gioco finissimi, capaci di unire la spettacolarità e l’efficacia nelle giocate, e in rossoblù danno vita a duetti indimenticabili, a tutto beneficio del centravanti Schiavio, che converte in gol i loro passaggi illuminanti. Sansone fa l’interno destro ed è più abile nell’organizzazione di gioco, mentre Fedullo sta a sinistra ed ha più confidenza col gol. Inoltre Sansone è in possesso di uno straordinario repertorio di finte che mandano regolarmente a sedere l’avversario diretto, e quindi di un dribbling difficilissimo da contenere senza commettere fallo. Le modalità dell’acquisto dell’urugaiano da parte del Bologna sono abbastanza singolari, in quanto l’oriundo era destinato alla Fiorentina, espressamente voluto dall’”artillero” Petrone, suo connazionale (il quale era rimasto impressionato dai suoi passaggi perfetti in occasione di due sfide non ufficiali Uruguay – Argentina): durante l’estate l’ex allenatore rossoblù Felsner va a Firenze, e volendo con sé in viola Pitto e Busini III, Sansone viene girato al Bologna come parziale contropartita, scelto anche grazie ai buoni uffici di Fedullo, il quale ne parla benissimo. Nell’estate 1933 torna momentaneamente al Peñarol, un po’ per nostalgia e un po’ per questioni d’ingaggio, ma Dall’Ara capisce che non può fare a meno di un giocatore come Sansone, così nell’estate 1934, non ancora Presidente (la carica era sulle spalle di Bonaveri) ma di fatto già al comando in qualità di commissario straordinario, gli fa ponti d’oro per farlo tornare, oltre a pagare una forte somma ai gialloneri di Montevideo. Il popolare Faele giocherà a lungo in rossoblù (fino al 1944), risultando lo straniero con più presenze nel Bologna (ben 314) e concedendo alla platea dei tifosi petroniani perle come la famosa azione in coppia con Biavati, in una partita contro il Milan: narra il giornalista Alfeo Biagi nel suo libro “Che tempi!” che i due partirono dalla propria area e sempre toccando la sfera di prima divorarono il campo senza che nessun avversario riuscisse a intervenire; al tiro andò Sansone che colpì il palo. Avesse segnato, quel gol sarebbe passato alla storia. Una volta appese le scarpe al chiodo, dopo alcuni anni da allenatore girovago, Faele diventa il braccio destro del Presidente Dall’Ara, sedendo anche per alcune partite sulla panchina della prima squadra, ed alla guida della formazione “primavera” vince il prestigioso Torneo di Viareggio nel 1967.
Nel gennaio 1938, proveniente dal Central Español di Montevideo (società di medio cabotaggio del campionato uruguaiano), arriva a Bologna un centravanti di 21 anni, con l'ingrato compito di rinverdire i fasti dell’immenso Angiolino Schiavio, che il livornese Busoni non aveva saputo rimpiazzare a dovere.
Analogamente a quanto avvenuto con l’annessione all’Italia dell’Albania nel 1939, che in ambito calcistico diede la possibilità a Roma e Bari d’ingaggiare i fuoriclasse Krieziu e Lushta, l’annessione della Dalmazia del 1941 permette al Bologna di acquistare, nella stagione 1942/43, la stella dell’Hajduk Split Frane Matošić, attaccante 24enne con spiccate doti realizzative (messe in evidenza fin dall’esordio, a 16 anni, quando realizza una tripletta contro lo Slavia Sarajevo). Nel 1940/41, militando nella squadra spalatina, Frane si laurea campione della momentaneamente indipendente Croazia e quando approda in rossoblù vanta già 7 presenze e 2 gol nella Nazionale jugoslava. Inoltre, al cospicuo bottino di 44 reti segnate nel campionato slavo (sospeso nel 1940), vanno aggiunte quelle realizzate nel campionato croato. Nel Bologna Matošić gioca da interno di manovra, mostrando un tocco di palla discreto e buona visione di gioco, ma in patria ha sempre fatto il centravanti, ruolo occupato in rossoblù dall’inamovibile Puricelli. In 28 presenze il croato mette a segno 13 gol, miglior realizzatore della squadra felsinea, grazie all’abilità nel calciare rigori e punizioni e alla precisione del tiro dalla distanza. Al termine della stagione Matošić fa ritorno nell’Hajduk, anche a causa dell’invasione alleata che provoca l’inasprirsi della guerra civile in Italia e l’inevitabile sospensione dell’attività calcistica. Dopo la seconda guerra mondiale la carriera di Matošić riprende brillantemente, tanto che nel 1946 vince classifica dei cannonieri (con 13 gol) e campionato croato e nel 1948/49 è capocannoniere del campionato jugoslavo con 17 gol; nel 1950, nel 1952 e nel 1954/55 si laurea campione di Jugoslavia e gioca in Nazionale fino al 1953 (in totale 16 presenze e 6 gol), vincendo la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1948, pur senza mai scendere in campo. Frane, a parte la parentesi bolognese e un anno (1938/39) nel BSK Beograd (ove vince il campionato jugoslavo) per assolvere agli obblighi militari, compie la sua parabola agonistica lunga ben 21 anni tutta nell’Hajduk Split, della quale è il miglior goleador all time (fonti non ufficiali, ma senza dubbio attendibili, gli attribuiscono 729 gol in 739 partite). Nel 1956 si ritira dall’attività di calciatore col considerevole bottino di 193 gol nel campionato jugoslavo e intraprende la carriera di allenatore, diventando anche C.T. della Jugoslavia.
Nel 1947 un’altra lieve modifica dei regolamenti porta a 3 il numero degli stranieri tesserabili, fermo restando a 5 il limite di non italiani (stranieri e oriundi) in rosa.
Il Bologna ha bisogno di un laterale avvezzo allo schema sistemista (il WM inventato dall’allenatore dell’Arsenal Chapman nel 1925), modulo di gioco al quale la squadra felsinea si è convertita - tra le ultime in Italia ad abbandonare il Metodo - all’inizio della stagione 1949/50 con esiti disastrosi, e il mediano danese si rivela l’uomo giusto contribuendo alla salvezza con 26 presenze ed un gol. Nel Sistema i due mediani laterali si accentrano diventando il perno della manovra - in luogo del centromediano retrocesso in terza linea con compiti esclusivamenti difensivi - e devono far partire le azioni d’attacco, fungendo da primi costruttori di gioco, mentre nel Metodo erano in pratica dei semplici difensori che dovevano principalmente contrare le ali avversarie. Jensen è un interdittore dall’eccezionale carica agonistica, sempre pronto all’intervento sulla mezzala avversaria ed all’immediato rilancio della manovra, unendo la qualità alla quantità, senza mai lanciarsi in azioni inutili o pericolose. Il professore (così soprannominato perché in patria svolgeva questa professione) rimane in rossoblù fino al 1955/56, stagione in cui a 36 anni perde il posto di titolare in favore dell’ottimo francese Bonifaci, risultando sempre tra i giocatori col rendimento più elevato, nonostante in quegli anni il Bologna alterni buoni campionati ad altri nei quali acciuffa la salvezza nelle ultime battute. Di caratteristiche e temperamento agli antipodi rispetto al danese è l’altro straniero ingaggiato da Dall’Ara – su suggerimento del talent scout Sansone - nel 1949, vale a dire il 23enne interno destro uruguaiano Josè Garcia, proveniente dal Defensor Montevideo. Il focoso uruguagio, nonostante faccia parte di un club non di primissimo piano, è nel giro della Nazionale, con la quale ha collezionato 21 presenze e 2 gol, disputando anche ben tre edizioni della Coppa America. Nel 1945 e nel 1946 l’Uruguay si classifica al quarto posto e Garcia viene schierato nei vari ruoli d’attacco, non essendo titolare fisso, mentre nel 1947, giostrando nel suo ruolo naturale d’interno destro contribuisce con ottime prestazioni al terzo posto della celeste. Il “Loncha” (chiamato così a causa dei lineamenti che ricordano quelli del terrificante attore americano Lon Chaney) è un talento naturale - con due piedi d’oro che gli consentono di sciorinare un palleggio finissimo - e nonostante il fisico minuto ama irridere l’avversario con dribbling e sberleffi, causandone spesso la rabbiosa reazione. La prima stagione bolognese di Garcia è piuttosto travagliata: infortunatosi alla prima amichevole (stiramento al polpaccio) torna in campo ad ottobre ed il suo rendimento è alquanto discontinuo, attirando su di sè le aspre critiche dei giornalisti. Il “muchacho” (altro soprannome dell’uruguagio) conferma il suo carattere facilmente infiammabile assestando un pugno in faccia ad un malcapitato giornalista reo di averlo criticato, causando un putiferio presto ricomposto dall’intervento della società. Garcia cambia completamente registro (almeno per quanto concerne le sue prestazioni in campo) nella stagione 1950/51, durante la quale segna 9 gol (è anche il rigorista rossoblù) e dà vita a splendidi duetti con l’ala Cervellati, con la quale forma un ottimo asse destro d’attacco. Nelle due successive stagioni il suo bottino di gol cala drasticamente, pur conservando il posto di titolare, giostrando indifferentemente da interno destro o sinistro, alternando come sua abitudine grandi giocate a lunghe pause. Nel novembre 1953 Garcia, a causa dei ricorrenti litigi con l’allenatore Viani, torna in Uruguay, sostituito egregiamente dall’ex veronese Pozzan che può contare sull’ottima intesa a centrocampo con l’altro ex gialloblu Pivatelli. Il “muchacho” pentito torna in rossoblu nel 1954, ma i ruoli d’interno di centrocampo sono occupati: a sinistra c’è il prezioso regista Pozzan e a destra ci sono il prolifico Pivatelli (presto spostato al centro dell’attacco) e il dinamico jolly Randon. Garcia deve così accontentarsi di 11 presenze e a fine stagione viene ceduto all’Atalanta, dove colleziona solo 13 apparizioni, soprattutto perché, durante un match contro il Bologna, ebbe la bella pensata di prendere in giro con i suoi irriverenti giochetti il difensore Ballacci, rude capitano dei rossoblù, il quale per tutta risposta gli mollò un tremendo calcione, che in pratica pose fine alla carriera del centrocampista uruguagio.
Per mettere a punto al meglio l’applicazione degli schemi sistemisti del tecnico inglese Crawford, nel 1950 viene acquistato il 25enne mediano destro danese Axel Peter Pilmark, proveniente dal KB København, squadra con la quale si è laureato per tre volte consecutive campione di Danimarca. Consigliato al Presidente Dall’Ara dal connazionale Jensen, Pilmark ha inoltre conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1948 con la Nazionale danese, con la quale è sceso in campo in 18 occasioni e segnato 1 gol. I due “pastorini” danesi formano un’ottima coppia di mediani, perfettamente assortita, con Pilmark - la cui classe brilla luminosamente - più portato alla spinta offensiva e Jensen che bada di più al contenimento: due pistoni di un motore potente. Il forte quadrilatero di centrocampo, completato dalle mezzali Garcia e Bernicchi (o in alternativa dall’ex interista Campatelli), porta il Bologna ad un buon settimo posto in campionato. Pilmark rimane in rossoblù per 9 stagioni, fino al 1958/59, sempre da titolare inamovibile e indossando anche la fascia di capitano dal 1957 in poi, collezionando in tutto 278 presenze e 4 reti, risultando tra i giocatori più rappresentativi del Bologna dal dopoguerra ad oggi. Nel 1959/60 veste i panni del vice allenatore, affiancando Allasio, poi al termine della stagione torna in Danimarca, alla sua fabbrica di componenti meccanici, ma non si scorderà del Bologna, segnalando a Dall’Ara un promettente centravanti danese: Harald Nielsen.
portato a Bologna dal solito Sansone. Cresciuto nel Boca Juniors, a vent’anni gioca 26 partite segnando 8 gol con la maglia xeneize, poi passa al Sarmiento e al Platense e nel 1955 emigra, attratto come tanti altri giocatori del tempo dall’”Eldorado del futbol sudamericano”, quella Colombia che, pur non essendo riconosciuta dalla FIFA, garantisce ingaggi faraonici alle stelle straniere del suo campionato “fuorilegge”, il Dimayor. Nel Deportivo Independiente di Medellin Seghini va a completare una prima linea esplosiva, composta da Josè Manuel “el Charro” Moreno, Felipe Marino (argentini), Orlando Larraz e Carlos Arango, che trascina il DIM al titolo di campione colombiano. Seghini in Sudamerica ha una solida fama di virtuoso del pallone, maestro dell’assist ed abile goleador, ma in rossoblù è una meteora. Debutta a Firenze e secondo le cronache gioca abbastanza bene, servendo anche un assist per Cervellati; del suo esordio scrive il prestigioso settimanale “Lo Sport Illustrato” : “ha classe e numeri per farsi rispettare nel nostro torneo, la palla gli corre veloce tra i piedi, sa celermente servire i compagni e non disdegna di lasciar partire briscole verso la porta avversaria”. Il fantasista viene riproposto la settimana successiva a Palermo, dove evidenzia un certo disagio nel calarsi nel clima infuocato del campionato italiano, rivelandosi un fuscello destinato a soccombere nei duri scontri con i rudi mediani avversari, che lo fermano con tackle e strattoni ai quali l’argentino, coi suoi 157 cm di altezza, può opporre scarsa resistenza. Scende in campo per l’ultima volta a Torino contro la Juventus, poi la nostalgia della moglie per il Sud America lo convince a far ritorno in Colombia dove, inseguito inutilmente dalla squalifica della FIFA a seguito della denuncia di un inviperito Dall’Ara, porta il DIM al titolo del 1957, sostituendo il tecnico Moreno nel finale di stagione nelle vesti di allenatore – giocatore; nel 1959 passa al Deportivo Cali, chiudendo la carriera nel soccer USA.
Nel 1958/59 Maschio disputa una stagione molto deludente (solo 15 presenze e 5 gol), anche perché il nuovo allenatore Alfredo Foni, vessillifero del catenaccio, per dare maggior equilibrio al centrocampo, spesso gli preferisce il dinamico jolly Randon. Maschio lascia intravedere solo a sprazzi il suo immenso talento, come durante un Juventus-Bologna in cui il presidente dell’Atalanta Tentorio, presente in tribuna, si innamora a prima vista di quel sudamericano così atipico, dal tocco fine ma di grande sostanza.Così a fine torneo il club bergamasco, bisognoso di una mezzala, riesce a strappare (senza troppa fatica) il giocatore al Bologna. In nerazzurro Maschio trova un ambiente consono al proprio carattere: gli obiettivi sono più modesti, il pubblico, meno esigente, lascia lavorare la squadra senza eccessive pressioni e l’argentino ritrova se stesso. Inoltre il tecnico Valcareggi lo mette definitivamente in cabina di regia e come d’incanto l’argentino ritorna un campione, perfetto nel calibrare palloni per i compagni, implacabile realizzatore sui calci piazzati, correttissimo in campo ed idolo di un’intera città. Nel 1961 gioca due partite nella neonata selezione di Lega, che raggruppa le migliori stelle straniere della serie A e nel 1962 il suo status di oriundo gli consente di partecipare con la maglia azzurra ai disgraziati mondiali cileni, dove durante il match contro i padroni di casa Lionel Sanchez gli spacca il naso sferrandogli un pugno, con l’ineffabile arbitro inglese Aston che non ha nulla da eccepire sul comportamento del cileno. Passa poi all’Inter (chiuso da Suarez nel suo ruolo naturale) dove vince uno Scudetto ed alla Fiorentina, disputando una prima stagione appena sufficiente ed una seconda letteralmente strepitosa. Sul finire del 1965, dopo due sole presenze nella sua terza esperienza in viola, cede alle insistenti richieste dell’allenatore argentino Pizzuti e torna al Racing, dove raggiunto con caparbietà uno stato di forma accettabile vince subito il campionato e nell’anno successivo anche la coppa Libertadores e la coppa Intercontinentale, chiudendo la carriera a 35 anni, nel 1968. Da allenatore dirige il suo Racing, l’Independiente e per un breve periodo anche la selecciòn argentina.
L’altra luminosissima stella straniera del mercato rossoblù 1957 è il croato Bernard “Badjo” Vukas, 30enne mezzala sinistra proveniente dall’Hajduk Split, ove ha vinto tre campionati (1950, 1952 e 1955) e una classifica cannonieri (20 gol nel 1955), disputando 202 partite e segnando 89 reti con il club spalatino. Con la Nazionale jugoslava Vukas, schierato a volte anche all’ala, ha giocato 59 partite (con 22 gol) conquistando 2 medaglie d’argento alle Olimpiadi (1948 e 1952), partecipando anche ai mondiali del 1950 (slavi eliminati al primo turno) e del 1954 (quando un suo infortunio al secondo minuto del quarto di finale contro la Germania lascia in 10 la sua squadra, condannandola in pratica alla sconfitta); il 12 maggio 1957 ha contribuito a demolire l’Italia 6 –1, segnando l’ultimo gol con uno spettacolare tiro al volo. Inoltre, essendo tra i più ammirati calciatori europei, ha partecipato a due prestigiose partite: nel 1953 con la maglia di una selezione FIFA contro i maestri inglesi in occasione del 90esimo anniversario della Football Association (finisce 4-4) e nel 1955 tra le fila del Resto d’Europa contro una selezione britannica per festeggiare il 75esimo anniversario della Federazione irlandese (segna tre gol nel vittorioso 4-1). Il croato è un estroso, dal superbo dribbling e dalla classe cristallina, che alle prime prove in rossoblù dà spettacolo, nonostante risulti subito insofferente ai contrasti e al gioco duro praticato su di lui dagli avversari. Al debutto nel campionato italiano, contro l’Udinese, segna con un tiro ad effetto quasi dalla linea di fondo, costringendo spesso al fallo il suo marcatore Pantaleoni, che non riesce assolutamente ad arginarlo in altro modo; nel successivo incontro – a Roma contro la Lazio – Vukas segna ancora e incanta l’Olimpico. Purtroppo però la prima esperienza all’estero (primo slavo del dopoguerra a espatriare diventando professionista) fa perdere la testa al neoacquisto rossoblù, che si dà alla pazza gioia passando le notti tra cene e belle ragazze ed evidenziando ben presto in campo i deleteri effetti atletici di quella vita dissoluta, acuiti dalla non più giovanissima età e dalla lunga e logorante carriera che ha alle spalle; inoltre a dicembre si ammala di epatite, dalla quale però guarisce bene. Sorretto dal talento e dalla gran visione di gioco di cui è in possesso non sfigura troppo nelle due stagioni che disputa col Bologna, ma non ripete che rarissimamente le scintillanti prove d’esordio. Nel 1958/59, dopo un lusinghiero girone d’andata, a causa di disturbi reumatici e al nervo sciatico perde il posto di titolare in favore del giovane Fascetti e a fine campionato fa ritorno all’Hajduk, rimanendovi fino al 1963 (65 presenze e 5 reti) e chiudendo la carriera in Austria con le maglie di GAK Graz, Austria Klagenfurt e KSV Kapfenberg. Nel 2000 riceve due importanti riconoscimenti, anche se purtroppo postumi: è eletto dal Vecemji List sportivo croato del secolo e dalla UEFA calciatore croato del secolo.
che risulta quasi imparabile. Senza dimenticare che dall’estate 1962 può contare sugli assist geniali del fuoriclasse Helmut Haller, che il presidente del Bologna Renato Dall'Ara - innamoratosi di questo 23enne tedesco tracagnotto che per carattere e tocco di palla sembra un sudamericano dopo averlo visto all’opera con la Germania Ovest in tv - preleva personalmente (ascoltando anche alcune relazioni positive del fidato Sansone) dal BC Augsburg, compagine bavarese di non eccelso livello. Sulla strada del ritorno la leggenda narra che la macchina guidata da Sansone cappottò e finì in un fosso, ma Dall'Ara risalì prontamente con il contratto in mano urlando "Haller è qui, ce l'ho in pugno!". E così nella stagione 1962/63 il Bologna può schierare uno dei migliori centrocampisti offensivi in circolazione, per la gioia dei tifosi e del presidente, che si esalta dichiarando che "Haller vale tre Sivori!". Haller è un giocatore di caratura internazionale, che con la Nationalmanschaff ha esordito nel 1958 ed ai recenti mondiali cileni ha segnato una rete, fornendo numerose palle gol all’implacabile panzer Uwe Seeler. A dispetto del fisico non proprio atletico, Haller non salta una partita nelle prime due stagioni bolognesi e mostra tutto il suo vasto repertorio, fatto di fantasia ai massimi livelli, ispirazioni continue sulla trequarti che fruttano splendidi assist, progressioni in dribbling irresistibili e grande capacità di tirare da tutte le posizioni (rigori compresi) che gli consente di segnare un discreto bottino di gol. Per far posto ad Haller nel suo ruolo naturale di mezzala di punta, Bernardini sposta più indietro Bulgarelli, lasciando ampi spazi e libertà tattica al tedesco, il quale accende una prima linea (gli altri sono Perani, Bulgarelli, Nielsen e Pascutti) che raggiunge le massime vette di rendimento e spettacolarità. Haller è una stella del campionato e viene chiamato due volte nella Nazionale di Lega: nel 1962 contro la Scozia (4 – 3 con un gol del tedesco) e nel 1964 in coppia con Nielsen contro l’Inghilterra (1 – 0). I tifosi rossoblù eleggono Helmut a loro beniamino, e lui li ripaga sciorinando prodezze a ripetizione e trascinando il Bologna alla conquista del settimo scudetto nel 1963/64, che gli vale il 14° posto nella classifica del pallone d'oro 1964. Entrerà in questa prestigiosa classifica anche nel 1966 (18°) e nel 1967 (16°). Nell’anno dello Scudetto anche il centravanti Nielsen si conferma a grandi livelli, segnando 21 gol in campionato (capocannoniere), oltre a quello che fissa il punteggio sul 2 – 0 nello spareggio contro l’Inter all’Olimpico, con un suo classico diagonale a filo d’erba. Tra le riserve della formazione degli eroi che si cuciono il ticolore sul petto vi è una mezzala brasiliana, il 18enne Francisco De Mecenas, che trova spazio solo in Mitropa cup (3 presenze e 1 gol), poi nel 1966 passa all’Ascoli in serie C e nel 1968 al Lecce, prima di scendere nei dilettanti con la Pistoiese all’alba degli anni ’70.
Le bizze di Helmut non accennano a diminuire nemmeno in mancanza del “nemico” Nielsen, e ne fanno le spese sia i rappresentanti della stampa che i compagni meno dotati tecnicamente. Come ad esempio nel maggio 1968, quando alla vigilia dell'andata della semifinale di coppa delle Fiere a Budapest contro il Ferencvaros, a seguito di un articolo del "Guerin Sportivo", Haller si rifiuta di scendere in campo, poi l'allenatore in seconda Cervellati lo convince, ma non offre una prestazione esaltante e il Bologna perde 3 a 2. Al ritorno i rossoblù pareggiano 2 a 2 e sono eliminati, ed i tifosi, esasperati dal clima d'insubordinazione e di polemica all'interno dello spogliatoio, riempono d'insulti tutti i giocatori, con Haller che viene addirittura inseguito e quasi preso ad ombrellate.
Nell’estate 1967, nell’ambito della cessione di Nielsen all’Inter, arriva a Bologna un attaccante brasiliano di origine italiana: Sergio Clerici, 26enne centravanti che il Lecco aveva prelevato nel gennaio 1961 dalla Portuguesa. Nelle 7 stagioni in bluceleste il “gringo” aveva segnato col contagocce in serie A (7 gol in 3 campionati), timbrando il cartellino con buona regolarità in serie B (52 gol in 4 campionati), referenze non proprio esaltanti per sostituire degnamente il bomber danese. E infatti la prima esperienza in rossoblù di Clerici si conclude dopo appena un anno, con un bottino di sole 4 reti, ceduto all’Atalanta come contropartita tecnica nell’operazione di mercato che porta l’attaccante nerazzurro Giuseppe Savoldi in rossoblù. Clerici comincia ad avere un discreto feeling col gol, specialmente una volta scollinato il traguardo delle 30 primavere, segnando 76 reti in serie A in 7 stagioni con le maglie di Atalanta, Verona, Fiorentina e Napoli.
Arriva a Bologna nell'estate 1987, insieme all'allenatore Maifredi e ad altri elementi di spicco dell'Ospitaletto appena promosso in C1, con i quali il presidente Corioni ha intenzione di costruire una squadra giovane e a basso costo, ma che possa puntare alla promozione. Il 21enne De Marchi si dimostra subito un elemento chiave per i rossoblù, anche perchè è importante che a guidare la difesa, nel ruolo di centrale, sia un giocatore che conosca i meccanismi e i movimenti che richiede il nuovo gioco a zona col quale schiera la squadra il rivoluzionario tecnico bresciano.
Il Bologna arriva ottavo e si qualifica per la coppa UEFA, al termine di un brillante campionato dove molti giocatori felsinei si mettono in luce, spiccando così il volo verso grossi club. De Marchi segue Luppi e Maifredi alla Juventus, ma i tre disputano una stagione disastrosa.