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Gli Stranieri del Bologna (1a parte)

  • Scritto da mastri
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GLI STRANIERI DEL BOLOGNA

I PIONIERI

Anche il Bologna, come la maggior parte delle società calcistiche italiane, deve le sue origini a un manipolo di stranieri. Ma se a spargere il seme del football nelle altre città, di solito, ci pensarono marinai o impiegati britannici, a Bologna, legata alla cultura mitteleuropea, furono svizzeri e danubiani, che per motivi di sudio si erano stabiliti sotto le due torri. Ecco spiegato il motivo per cui il primo straniero del Bologna ne è anche il presidente. Si tratta del 30enne svizzero Louis Rauch, dentista che gioca mezzo destro per due stagioni (segnando un gol nel 1911), e che fino al 1914 mantiene le mansioni di allenatore ante litteram.
Nella formazione che scende in campo il 30 marzo 1910, per le due partite che laureano il Bologna campione emiliano di terza divisione, oltre a Rauch sono presenti altri tre giocatori stranieri. Sono il portiere ungherese Koch, la velocissima e tecnica ala destra svizzera GuidoNanni (proveniente dal Grasshoppers di Zurigo) e il centravanti spagnolo Antonio Bernabeu y Este, fratello maggiore di quel Santiago che a metà degli anni ’40 costruirà il mito del grande Real Madrid. Antonio Bernabeu segna 5 gol nel campionato del 1911 e 3 in quello del 1911/12, risultando il capocannoniere della squadra. Se ne andrà nel 1913, contrariato per aver perso il posto in squadra. Un altro studente del Collegio di Spagna che veste la casacca rossoblù dal 1911 al 1916 è l’attaccante spagnolo Natalio Rivas, che all’inizio fatica parecchio a trovare posto nell’ undici titolare, ma poi, grazie anche alle sue doti di atleta e di gran giocoliere del pallone, segna ben 8 gol nel Bologna, risultando capocannoniere di squadra nel 1912/13 con 5 segnature.
Altri due svizzeri che fanno parte della rosa del Bologna che partecipa al campionato del 1911 sono il difensore Paillard (che l’anno successivo passa all’Internazionale) e l’attaccante Muller, autore anche di una segnatura.
Nel 1913 arrivano dall’Argentina (precisamente da Rosario de Santa Fè) quattro fratelli di origini italiane che lasceranno un’importante impronta nella storia del Bologna. Il centromediano Angelo Badini I può essere considerato il primo grande giocatore del Bologna, perno e capitano della squadra rossoblù, di grande grinta e capacità tecniche, unite all’innata lealtà. Essendo il personaggio più carismatico della squadra, ebbe anche il compito di fare le veci dell’allenatore, oltre che di svolgere le mansioni di responsabile delle squadre giovanili. La sua opera fu preziosissima, soprattutto nel periodo d’interruzione dell’attività dei campionati per cause belliche, durante il quale riuscì a tenere unita la compagine rossoblù e a reclutare ottimi giovani. Crebbero sotto la sua guida campioni del calibro di Baldi, Genovesi, Schiavio e Gasperi, che formeranno l’ossatura della squadra che nel 1925 si fregerà del primo Scudetto della storia del Bologna.
Angelo Badini morì per setticemia a soli 27 anni, nel febbraio del 1921, e gli fu intitolato il campo dello Sterlino, all’epoca teatro delle gesta del Bologna. L’altro fratello Badini a entrare in squadra nel 1913 fu l’interno sinistro Emilio, il secondo della dinastia, che giocò nel Bologna fino al 1920 ed ebbe l’onore di essere il primo rossoblù a vestire la maglia della Nazionale italiana. Il popolare “fanfarillo”, così chiamato per la sua esuberanza, alle Olimpiadi del 1920 collezionò due presenze, condite da un gol. Purtroppo a Padova, pochi mesi dopo, un grave infortunio al ginocchio gli tronca irrimediabilmente la carriera; torna in campo un anno dopo con la maglia della Virtus Bologna, ma si rende presto conto di non essere più il giocatore di prima e si ritira definitivamente dall’attività agonistica.
Durante il periodo bellico il campionato viene sospeso, ma si giocano altri tornei, per lo più a livello regionale. Tra i giocatori stranieri impiegati vi è pure la bandiera del Genoa - l’ala inglese Percy Graham "Polidor" Walsingham - oltre al centromediano inglese Williams e al difensore Cesare Badini III.
Infine, dal 1918/19 al 1920/21, fa alcune apparizioni in campo (collezionando anche 3 gol) l’ultimo dei fratelli Badini, l’attaccante Augusto, che rimane tra le fila del Bologna senza giocare fino al 1925/26, stagione in cui gioca la sua ultima partita, a Torino contro i granata locali, inutile partita conclusiva del girone Nord già vinto dai rossoblù, che schierano in campo una formazione di riserve per preservare i titolari in vista delle imminenti finali della lega Nord contro la Juventus.

GLI ANNI ’20 E LE PRIME LIMITAZIONI

Nel campionato 1920/21, tra le riserve, si registra la presenza dell’attaccante spagnolo Giustino Benchimol, resa possibile dalla riapertura delle frontiere – chiuse alla ripresa dell’attività calcistica dopo la Grande Guerra – che permette ai club di tesserare due stranieri provenienti dall’estero. Il Bologna non schiera tra le sue fila altri calciatori stranieri fino al campionato 1925/26, quando acquista due giocatori magiari dal Törekvés, allora discreta formazione di Budapest, che privata dei due neorossoblù retrocede immediatamente posizionandosi all’ultimo posto in classifica. József Urik è una mezzala 28enne con buona predisposizione al gol, che nel 1920 ha collezionato 3 caps e una segnatura in Nazionale (anche se la federazione ungherese nel 1930 le considererà gare non ufficiali) e nel Bologna mette a segno 4 reti in 7 presenze. Lajos Weber è un centromediano, anche lui già Nazionale ungherese, che con i rossoblù scenderà in campo in 11 occasioni. Lo scarso impiego dei due giocatori stranieri è dovuto principalmente al fatto che il Bologna, fresco Campione d’Italia, annovera in rosa i fortissimi Perin (mezzala) e Baldi (centromediano), che inevitabilmente inducono l’allenatore danubiano Felsner ad un impiego limitato dei pur validi ungheresi, i quali torneranno in patria al termine del campionato. Weber si accasa nel Bastya Szeged e rimane nel giro della Nazionale fino al 1929 (in totale collezionerà 6 presenze), mentre di Urik si perdono le tracce.
Il 2 Agosto 1926, con la cosiddetta “Carta di Viareggio”, la federazione italiana sancisce che, fermo restando il limite di due stranieri tesserabili, questi non possono essere schierati contemporaneamente in campo. Inoltre dal 1927, in ossequio ai dettami del governo fascista, è proibito schierare giocatori stranieri. Per aggirare questa norma era possibile ingaggiare dall’estero giocatori di origine italiana, grazie all’escamotage del rimpatrio, e ciò diede di fatto il via all’invasione degli oriundi, utilizzabili anche dalla Nazionale azzurra. La Juventus si affidò a giocatori argentini (Monti, Orsi e Cesarini), la Lazio importò numerosi brasiliani (venne definita BrasiLazio) e il Bologna, per oltre un decennio, volse il suo sguardo oltre frontiera esclusivamente sull’Uruguay, la cui Nazionale, all’epoca, era saldamente ai vertici in tutte le competizioni internazionali (campione olimpica nel 1924 e nel 1928, mondiale nel 1930 e sudamericana nel 1923, nel 1924, nel 1926 e nel 1935).

GLI ORIUNDI DEGLI ANNI ‘30

Il primo oriundo ad indossare la maglia rossoblù dopo la chiusura delle frontiere è l’uruguaiano Francisco “piteta” Fedullo (italianizzato in Francesco), segnalato dall’osservatore Ivo Fiorentini, un italiano che vive in Sud America e che tempo dopo avrà un ruolo importante anche per quanto riguarda gli ingaggi di Sansone ed Occhiuzzi, prima di rientrare in Italia e guidare – nelle vesti di allenatore – il Livorno ad un incredibile secondo posto in campionato, ad un punto dal Grande Torino. Il fortissimo interno sinistro arriva in Italia nel 1930, acquistato dall’Instituciòn Atletica Sud America di Montevideo, un club di secondo piano ma dall’ottimo vivaio. Ha 25 anni e nella Nazionale del suo paese conta solo 5 presenze, anche a causa della squalifica a vita rimediata nel 1929 per aver colpito un arbitro. Poi il trionfo mondiale della celeste nel 1930 dà luogo ad un’amnistia che lo riabilita, previo perdono della parte lesa, a patto che espatrii. A quei tempi, e fino almeno alla fine degli anni ’50, giocare in un campionato estero vuol dire automaticamente perdere la possibilità di essere convocati in Nazionale. Però il suo status di oriundo gli permette di giocare con l’Italia 2 partite (condite da 3 gol, tutti segnati al debutto). L’uruguaiano conferma anche in Italia il suo carattere spigoloso, non concedendo dopo la sua prima partita in Nazionale un’intervista al C.T. azzurro Pozzo, credendo che quest’ultimo volesse prenderlo in giro, ignorandone la doppia veste di allenatore e giornalista de “La Stampa” di Torino. Pozzo non la prese affatto bene e, anche a causa delle polemiche sui troppo oriundi utilizzati in azzurro, gli concesse solo un’altra presenza in Nazionale.
Fedullo è un po’ lento ma ha un sinistro mortifero, oltre ad una tecnica di prim’ordine, che gli permette di mettere a segno ben 56 gol nelle 9 stagioni in rossoblù. Gioca divinamente e gli unici problemi arrivano nel 1935, quando fugge in Uruguay all’insaputa di tutti, al pari di altri celebri oriundi (“il corsaro nero” Guaita, Scopelli, Demaria, Cesarini e Orsi) rimpatriati per paura di essere chiamati alle armi in vista della guerra in Etiopia. Dall’Ara ovviamente s’infuria, ma appena viene a galla che la fuga era motivata dalle gravissime condizioni di salute del padre, il Presidente lo riaccoglie a braccia aperte. La sua parabola agonistica si chiude nel 1939, a 34 anni, quando i venti di guerra che spirano sull’Europa lo inducono a tornare a Montevideo, stavolta definitivamente.
Nel 1931 dal Peñarol arriva un’altra mezzala uruguagia, il 21enne Rafael Sansone (italianizzato in Raffaele). Non ha mai giocato una partita ufficiale con la Nazionale (chiuso, come Fedullo, dai leggendari “peòn” Cea e “mago” Scarone), ma è un asso, che va a formare un’affiatatissima coppia d’interni da favola col connazionale Fedullo. I due avevano già giocato insieme, in una partita non ufficiale, in cui furono schierati in un’inedita Nazionale uruguaiana selezionata dai giornalisti, e avevano fatto faville. I due uruguagi sono tessitori di gioco finissimi, capaci di unire la spettacolarità e l’efficacia nelle giocate, e in rossoblù danno vita a duetti indimenticabili, a tutto beneficio del centravanti Schiavio, che converte in gol i loro passaggi illuminanti. Sansone fa l’interno destro ed è più abile nell’organizzazione di gioco, mentre Fedullo sta a sinistra ed ha più confidenza col gol. Inoltre Sansone è in possesso di uno straordinario repertorio di finte che mandano regolarmente a sedere l’avversario diretto, e quindi di un dribbling difficilissimo da contenere senza commettere fallo. Le modalità dell’acquisto dell’urugaiano da parte del Bologna sono abbastanza singolari, in quanto l’oriundo era destinato alla Fiorentina, espressamente voluto dall’”artillero” Petrone, suo connazionale (il quale era rimasto impressionato dai suoi passaggi perfetti in occasione di due sfide non ufficiali Uruguay – Argentina): durante l’estate l’ex allenatore rossoblù Felsner va a Firenze, e volendo con sé in viola Pitto e Busini III, Sansone viene girato al Bologna come parziale contropartita, scelto anche grazie ai buoni uffici di Fedullo, il quale ne parla benissimo. Nell’estate 1933 torna momentaneamente al Peñarol, un po’ per nostalgia e un po’ per questioni d’ingaggio, ma Dall’Ara capisce che non può fare a meno di un giocatore come Sansone, così nell’estate 1934, non ancora Presidente (la carica era sulle spalle di Bonaveri) ma di fatto già al comando in qualità di commissario straordinario, gli fa ponti d’oro per farlo tornare, oltre a pagare una forte somma ai gialloneri di Montevideo. Il popolare Faele giocherà a lungo in rossoblù (fino al 1944), risultando lo straniero con più presenze nel Bologna (ben 314) e concedendo alla platea dei tifosi petroniani perle come la famosa azione in coppia con Biavati, in una partita contro il Milan: narra il giornalista Alfeo Biagi nel suo libro “Che tempi!” che i due partirono dalla propria area e sempre toccando la sfera di prima divorarono il campo senza che nessun avversario riuscisse a intervenire; al tiro andò Sansone che colpì il palo. Avesse segnato, quel gol sarebbe passato alla storia. Una volta appese le scarpe al chiodo, dopo alcuni anni da allenatore girovago, Faele diventa il braccio destro del Presidente Dall’Ara, sedendo anche per alcune partite sulla panchina della prima squadra, ed alla guida della formazione “primavera” vince il prestigioso Torneo di Viareggio nel 1967.
Nel 1932 sbarca a Bologna un altro uruguaiano, nato a Cosenza, ma emigrato ben presto al seguito della famiglia in Sud America. E’ il 27enne centromediano Francesco Occhiuzzi, proveniente dal Wanderers Montevideo, col quale si è lauraeto campione nazionale nel 1931, approfittando dello sciopero dei calciatori dell’anno prima che, oltre alla cancellazione del campionato, aveva provocato anche una massiccia fuga all’estero dei migliori elementi delle tradizionali grandi squadre (specie al di là del Rio della Plata, per accasarsi nei club argentini). Occhiuzzi vanta 5 partite in Nazionale, non poche per uno che gioca nel ruolo occupato dal fortissimo “patròn” Fernàndez, il perno centrale della famosa linea mediana nota come la “cortina metalica”. Il nuovo uruguaiano rossoblù è roccioso, dinamico, combattivo e nonostante la statura non eccelsa per il ruolo, svetta di testa grazie ad un’elevazione e ad un tempismo eccezionali; dà un ottimo contributo nelle due stagioni di militanza in Italia, nonostante la rottura di una gamba, rimediata a Padova, ne limiti l’impiego nella prima stagione, tagliando fuori il Bologna dalla lotta Scudetto. Nell’estate 1934 Occhiuzzi torna in patria per le ferie, ma quando il Bologna lo convoca in vista degli allenamenti d’inizio stagione, ottiene risposta negativa. Lo sostituisce il mediano laterale Donati, pescato tra le riserve, un buon giocatore, molto potente, ma che dopo aver destato un’ottima impressione nella Coppa dell’Europa Centrale, in campionato non ripete le belle prove mostrate in estate. Il rendimento della compagine felsinea ne risente pesantemente, in quanto il centromediano è il fulcro della squadra schierata secondo i dettami del metodo, schema allora imperante.
Nel 1935 Fedullo, al rientro dopo la fuga per motivi familiari, porta con sè il 23enne centromediano Miguel Angel Andreolo (italianizzato in Michele), proveniente dal Nacional Montevideo (ove aveva già vinto due titoli nazionali), che si rivela ben presto il tipo giusto a cui affidare le chiavi della manovra. Con la celeste ha appena conquistato da riserva (senza mai scendere in campo) la Coppa America, anche lui chiuso dall’intramontabile Fernàndez. Ma è con l’Italia che raccoglie la vera gloria: scelto dal C.T. Pozzo per sostituire il grande, ma ormai anziano, “doble ancho” (doppia anta) Monti, collezionerà 26 presenze (e 1 gol) in azzurro e si laureerà Campione del Mondo nel 1938. Nel 1937, ormai conclamata stella a livello internazionale, ha l’onore di giocare nella selezione dell’Europa Centrale che affronta una pari rappresentativa dell’Europa Occidentale e nel 1938 gioca per il Resto d’Europa contro la Nazionale inglese. Andreolo è piccolo di statura, ma atleticarnente forte, velocissimo, dotato di un formidabile gioco di testa, sa sganciarsi in attacco e trovare con facilità la via del gol. La sua specialità è contrare con aggressività il centravanti avversario e aprire il gioco con lunghi e precisi lanci, grazie al suo senso della manovra istintivo e razionale; in più, dispone di un tiro al tritolo, con cui su punizione trafigge spesso i portieri avversari. Aveva un’unica debolezza tecnica: il calcio di rigore. «Quando mi trovo testa a testa col portiere» confessava candidamente «mi cedono le gambe. Ho coraggio, ma al momento del tiro provo una sensazione d’impotenza». Il tallone d'Achille di un fuoriclasse dalla straordinaria personalità. Andreolo è la trave portante della squadra rossoblù, vero e proprio elemento imprescindibile, e quando manca per infortunio o non è in piena forma, il rendimento del Bologna cala vistosamente. Nel 1940/41, ad esempio, un grave infortunio gli fa saltare le ultime 9 partite di campionato: viene sostituito da Boniforti e la compagine rossoblù crolla, collezionando solo 6 punti nelle ultime 7 partite e mantenendo la testa della classifica grazie al rassicurante vantaggio accumulato in precedenza sull’Ambrosiana Inter. Ancora più emblematica, per evidenziare l’importanza del centromediano uruguaiano, la stagione 1941/42. Andreolo è ancora a mezzo servizio per i postumi del grave infortunio rimediato l’anno prima (sostituito dall’anziano Montesanto) e il Bologna arranca nelle posizioni meno nobili della classifica, finchè il pieno recupero dell’uruguaiano porta la squadra fuori dalla lotta per non retrocedere e al settimo posto finale.
Nel Bologna dà sfoggio delle sue immense doti fino al 1943 (nonostante la serrata corte di prestigiosi club come il Sochaux e il Milan), vincendo 4 scudetti e il Torneo dell’Esposizione di Parigi del 1937, poi passa alla Lazio e al Napoli (allenato dal connazionale Sansone), chiudendo la sua lunghissima carriera nel Catania e nel Forlì, in serie C.
Nel gennaio 1938, proveniente dal Central Español di Montevideo (società di medio cabotaggio del campionato uruguaiano), arriva a Bologna un centravanti di 21 anni, con l'ingrato compito di rinverdire i fasti dell’immenso Angiolino Schiavio, che il livornese Busoni non aveva saputo rimpiazzare a dovere.
Il suo nome è
Héctor Puricelli Seña (italianizzato in Ettore Puricelli) e in Uruguay fonti non ufficiali gli accreditano oltre un’ottantina di gol, indossando le maglie di River Plate di Montevideo e Central. Ettore non può essere immediatamente schierato dal Bologna: per rispettare la prassi del tempo deve attendere alcuni mesi prima di ottenere il nullaosta da parte della federazione uruguaiana. Quando finalmente, all’inizio della stagione 1938/39, giunge il mo­mento di dimostrare sul campo il proprio valore, si rivela attaccante di razza. Segna valanghe di gol, specialmente di testa, tanto che viene presto battezzato “testina d'oro” e vince al primo colpo Scudetto e classifica marcatori. La cosa curiosa è che al suo arrivo in Italia Puricelli non era accreditato di avere un gran colpo di testa, molto probabilmente per la mancanza, nelle squadre in cui aveva fino allora militato, di valide ali in grado di servirlo a dovere. Nel Bologna, invece, lo schema per mandare in rete il centravanti uruguaiano era semplice quanto efficace: Sansone lanciava per Biavati, il quale partiva sulla destra con il famoso “passo doppio” e mandava al centro una palla deliziosa, invitan­te; Puricelli saltava e rimaneva lassù, colpendo il pallone in anticipo sugli avversari e indirizzandolo con potenza e precisione verso la porta, oppure imprimendo alla sfera impercettibili deviazioni che non lasciavano scampo ai portieri. Sebbene questa sua specialità nel gioco aereo finisse inevitabilmente per mettere in ombra le altre doti tecniche, va detto che, nel suo regno (l’area di rigore avversaria), l’uruguaiano metteva in mostra un buon tocco di palla e una certa abilità di palleggio. Puricelli vinse due scudetti con il Bologna (133 partite e 80 gol in tota­le) e giocò una partita nella Nazionale italiana (con un gol), poi dopo la pausa bellica passò al Milan in cambio del geniale Cappello, ed anche in rossonero si confermò ottimo goleador. Chiuse la carriera da giocatore nel Legnano, vincendo la classifica cannonieri di serie B, poi fu a lungo allenatore vincendo anche uno Scudetto col Milan.
Nel campionato 1937/38 il Bologna schiera altri due oriundi uruguaiani - provenienti anch’essi dal Central Español di Montevideo - che però non lasciano che esili tracce in rossoblù: Albanese e Liguera.Vicente Albanese (italianizzato in Vincenzo) è un interno di 25 anni che ha giocato anche una partita nella Nazionale “oriental” in un torneo amichevole sudamericano nel 1936. Nel Bologna viene utilizzato 7 volte, senza rivelare grosse doti, e a fine stagione torna in patria.
Norberto Liguera è un’ala 25enne che scende in campo con la maglia rossoblù in due sole occasioni, senza entusiasmare, e che al termine del campionato passa all’Anconitana e l’anno dopo gioca nel Molinella (entrambe in serie B, categoria dove colleziona in tutto 35 presenze e 9 gol).
Il decennio si chiude con l’ennesimo oriundo rimpatriato dall’Uruguay. Nel 1939 viene acquistato dall’Instituciòn Atletica Sud America di Montevideo Hugo Estebán Porta (italianizzato in Stefano), fratello di Roberto, già attaccante dell’Ambrosiana Inter qualche anno prima. Hugo è un interno di 25 anni che debutta nel campionato italiano andando a segno contro il Torino; poi seguono alcune altre partite da titolare, ove mette in mostra una costante partecipazione alla manovra, ma l’allenatore Felsner ben presto gli preferisce Andreoli. Porta chiude l’esperienza in rossoblù dopo una sola stagione, contando 7 presenze e 2 gol.

LE ANNESSIONI IN TEMPO DI GUERRA

Analogamente a quanto avvenuto con l’annessione all’Italia dell’Albania nel 1939, che in ambito calcistico diede la possibilità a Roma e Bari d’ingaggiare i fuoriclasse Krieziu e Lushta, l’annessione della Dalmazia del 1941 permette al Bologna di acquistare, nella stagione 1942/43, la stella dell’Hajduk Split Frane Matošić, attaccante 24enne con spiccate doti realizzative (messe in evidenza fin dall’esordio, a 16 anni, quando realizza una tripletta contro lo Slavia Sarajevo). Nel 1940/41, militando nella squadra spalatina, Frane si laurea campione della momentaneamente indipendente Croazia e quando approda in rossoblù vanta già 7 presenze e 2 gol nella Nazionale jugoslava. Inoltre, al cospicuo bottino di 44 reti segnate nel campionato slavo (sospeso nel 1940), vanno aggiunte quelle realizzate nel campionato croato. Nel Bologna Matošić gioca da interno di manovra, mostrando un tocco di palla discreto e buona visione di gioco, ma in patria ha sempre fatto il centravanti, ruolo occupato in rossoblù dall’inamovibile Puricelli. In 28 presenze il croato mette a segno 13 gol, miglior realizzatore della squadra felsinea, grazie all’abilità nel calciare rigori e punizioni e alla precisione del tiro dalla distanza. Al termine della stagione Matošić fa ritorno nell’Hajduk, anche a causa dell’invasione alleata che provoca l’inasprirsi della guerra civile in Italia e l’inevitabile sospensione dell’attività calcistica. Dopo la seconda guerra mondiale la carriera di Matošić riprende brillantemente, tanto che nel 1946 vince classifica dei cannonieri (con 13 gol) e campionato croato e nel 1948/49 è capocannoniere del campionato jugoslavo con 17 gol; nel 1950, nel 1952 e nel 1954/55 si laurea campione di Jugoslavia e gioca in Nazionale fino al 1953 (in totale 16 presenze e 6 gol), vincendo la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1948, pur senza mai scendere in campo. Frane, a parte la parentesi bolognese e un anno (1938/39) nel BSK Beograd (ove vince il campionato jugoslavo) per assolvere agli obblighi militari, compie la sua parabola agonistica lunga ben 21 anni tutta nell’Hajduk Split, della quale è il miglior goleador all time (fonti non ufficiali, ma senza dubbio attendibili, gli attribuiscono 729 gol in 739 partite). Nel 1956 si ritira dall’attività di calciatore col considerevole bottino di 193 gol nel campionato jugoslavo e intraprende la carriera di allenatore, diventando anche C.T. della Jugoslavia.

LA RIPRESA DEI CAMPIONATI NEL DOPOGUERRA

Nel 1946, dopo una stagione di assestamento disputata con la formula dei due gironi (Nord e Sud), la serie A torna a girone unico e la federazione riapre le frontiere: ora è possibile tesserare 2 stranieri e 3 oriundi.
Il Bologna preleva dal Ferencvaros di Budapest, squadra magiara tra le più importanti all’epoca, gli ungheresi Vilmos “Willy” Sipos e Bela Sarosi III, appena fuggiti per motivi politici dalla loro patria. Il primo è un’ ala destra ormai un po’ attempata (30 anni), nato in Jugoslavia (col nome di battesimo di Vilim), selezionato in 13 occasioni (tra il 1935 e il 1939) per la Nazionale del suo paese natale - con la quale ha segnato anche un gol – e che a livello di club ha militato a lungo nella gloriosa HASK Gradjanski di Zagabria (progenitrice dell’attuale Dinamo). Approfittando delle origini ungheresi dei genitori gitani, durante la seconda guerra mondiale acquisisce la cittadinanza magiara, entra a far parte del Ferencvaros e gioca anche 2 partite nella Nazionale ungherese (nel 1945 e nel 1946). In rossoblù Sipos viene utilizzato all’ala destra, all’ala sinistra e anche come interno, mostra ancora qualche sprazzo di classe, ma il fisico non lo sorregge più come ai bei tempi, così dopo una sola stagione (nella quale totalizza 9 presenze) viene scaricato in quarta serie (al Correggio), concludendo la carriera in serie C, con le maglie del Grosseto e del Messina (una stagione in toscana e due in Sicilia, fino al 1951).

Bela Sarosi III è un centromediano metodista 27enne, fratello minore del grandissimo attaccante György (che sarà tecnico rossoblù nel 1957/58 in sostituzione dell’esonerato Ljubo Bencic, portando la squadra ad un ottimo sesto posto), molto apprezzato in patria, dove ha collezionato 25 gettoni (e 1 gol) con la Nazionale magiara, partecipando da riserva (giovanissimo, senza mai scendere in campo) ai Mondiali del 1938. Tecnicamente è molto valido, calcia la sfera con notevole eleganza e svetta sui palloni aerei, ma la mole non ne agevola mobilità e velocità. Nonostante i limiti dinamici Sarosi anche sotto le due torri si rivela giocatore di caratura internazionale, disputando tre buonissime stagioni e brillando particolarmente nelle partite disputate su campi pesanti; poi nel 1949 il Bologna passa dal Metodo al Sistema (che arretra il centromediano e lo trasforma da catalizzatore del gioco a semplice difensore centrale, stopper in marcatura sul centravanti avversario) e l’ungherese viene ceduto al Bari, ove pone fine degnamente alla carriera di calciatore.

Nel 1947 un’altra lieve modifica dei regolamenti porta a 3 il numero degli stranieri tesserabili, fermo restando a 5 il limite di non italiani (stranieri e oriundi) in rosa.
Al confermato Sarosi III si aggiunge un altro ungherese, anch’egli fuggito da Budapest e proveniente dal Ferencvaros: è l’attaccante 23enne Istvan Miki Mayer, subito ribattezzato dagli italiani Mike, nomignolo col quale compare nelle cronache e nei tabellini dell’epoca. Mike è un’ala destra che può disimpegnarsi con disinvoltura anche nel ruolo di centravanti, grazie al fisico atletico e alle gambe granitiche, e il suo pezzo forte sono le terrificanti bordate che lascia partire preferibilmente in corsa (da qui il soprannome di “pista”), le quali molto spesso non lasciano scampo ai malcapitati portieri avversari. Nella Nazionale ungherese conta appena 4 presenze e 1 gol, dal 1945 al 1947, chiuso nel ruolo di centravanti da Ferenc “bamba” Déak, poderoso attaccante dall’impressionante media gol. Il ruolo di ala destra è invece occupato da un giocatore che sta muovendo i primi passi sulla scena internazionale, uno dei rappresentanti più luminosi della generazione di fenomeni che daranno vita al mito dell’Aranycsapat (letteralmente: squadra d’oro, la selezione magiara che incanterà il mondo nella prima metà degli anni ’50), ovvero l’epocale Nàndor Hidegkuti, non ancora spostato nella posizione di centravanti arretrato che gli darà fama eterna. Nel Bologna Mike inizia un po’ in sordina, segnando 6 gol nel primo campionato, quando viene schierato un po’ ala destra e un po’ centravanti, in concorrenza con Baiocchi, Biavati e Cappello. Alla sua seconda stagione in Italia, spostato stabilmente sulla fascia destra dell’attacco dove può sfruttare appieno il suo tiro di mezzo esterno (che alla potenza accoppiava un maligno effetto), esplode fragorosamente, mettendo a segno la bellezza di 21 gol (terzo in classifica cannonieri alle spalle degli interisti Nyers e Amadei), con la ciliegina del pokerissimo inflitto al Livorno. Anche nel 1949/50 le sue medie realizzative sono tutt’altro che disprezzabili (14 gol), ma a fine stagione viene ceduto alla Lucchese, più che altro per far posto al mediano danese Pilmark, stante la normativa (datata estate 1949) che pone a 3 il numero massimo di stranieri tesserabili, senza più distinzioni tra oriundi e non. In toscana l’ala ungherese infila in porta 13 palloni e l’anno successivo passa al Napoli, dove rende un po’ al di sotto delle sue potenzialità (solo 8 gol). Nel 1952, essendo ormai in Italia da almeno 5 anni, Mike è considerato un fuoriquota, cioè non rientra nel limite di 3 stranieri per squadra (per il Bologna sono i danesi Jensen e Pilmark e l’uruguiano Garcia), e può quindi tornare in rossoblù per sostituire il centravanti Cappello, sotto pesante squalifica per aver colpito un arbitro durante un torneo amatoriale bolognese. La sua stagione è più che decorosa ed in 28 incontri realizza 10 reti, poi nel 1953/54 Cappello, finito di scontare la squalifica, si riappropria della maglia numero 9 e Mike deve accontentarsi di scendere in campo in sole 11 occasioni (di solito al posto dell’ala Valentinuzzi), nelle quali segna 2 gol. Chiude la carriera agonistica l’anno successivo nel Genoa, con 16 pesenze e 2 realizzazioni.
Il 1947 non è solo l’anno dell’arrivo a Bologna di Mike, ma anche di altri tre ungheresi che non daranno alcun contributo alla causa. Uno è il difensore Horvàth, giocatore di valore che dopo soli due mesi e alcune amichevoli in rossoblù, non appena percepito l’ingaggio (dell’ammontare di un milione di Lire) fugge per tornarsene in patria. Il misterioso magiaro è uno dei pochissimi uomini che si possono vantare di aver raggirato lo scaltrissimo Presidente Renato Dall’Ara. Gli altri due ungheresi sono i mediani Samu e Mezsaros, meno dotati di Horvàth, che scendono in campo con la maglia rossoblù solo in qualche match amichevole. Completa la legione straniera del Bologna 1947/48 una mezzala argentina di 27 anni proveniente dall’Audax Italiano di Santiago del Cile, con la quale nel 1945 ha vinto la classifica dei cannonieri con 17 gol: il suo nome è Hugo Giorgi e si fa valere più dal punto di vista tecnico che da quello della gagliardia fisica, tanto che in molti sospettano che abbia qualche anno in più rispetto a quelli dichiarati all’anagrafe. Non va oltre al ruolo di affidabile riserva, collezionando nella prima stagione 10 presenze e 2 gol e nella seconda (e ultima) le presenze sono 12 e i gol 3.
La rotta Santiago del Cile – Bologna continua ad essere trafficata anche nel 1948, quando arrivano in rossoblù gli argentini Ramon Villasanta e Juan Zarate, provenienti anch’essi dall’Audax Italiano. Villasanta è un terzino e Zarate è un giovane interno dal gol facile, che ha appena vinto la classifica cannonieri del campionato cileno con 22 gol, ripetendo l’exploit del 1945, quando miltando nel Green Cross fu capocannoniere in coabitazione con Hugo Giorgi e l’uruguaiano Cruche. I due argentini non scenderanno mai in campo in una partita ufficiale: l’attaccante tornerà in Sud America nel 1949, seguito qualche anno dopo dal difensore, che nel frattempo giocherà anche nella Centese.
Il 1948 è anche l’anno delle Olimpiadi di Londra, ove destano sensazione - nel torneo calcistico – le formazioni scandinave. La Svezia conquista la medaglia d’oro e la Danimarca (dopo aver eliminato l’Italia con un fragoroso 5 – 3) quella di bronzo. I club italiani saccheggiano gli elementi migliori delle due Nazionali del nord Europa e nel nostro campionato arrivano autentici fuoriclasse, come per esempio gli svedesi Gunnar Nordahl, Gren, Liedholm e i danesi Karl Aage Hansen, Sørensen, John Hansen, Praest, Pilmark e Jensen. Ma non è solo per seguire la moda del momento che ai primi di dicembre del 1949 il Bologna ingaggia il 27enne mediano sinistro Ivan Tage Jensen, proveniente dall’Akademisk Bold Klub København, col quale ha appena terminato il campionato classificandosi al secondo posto. Ivan fa anche parte della Nazionale danese, con la quale ha disputato 25 partite e segnato 2 gol, prima di trasferirsi in Italia e acquisire lo status di professionista (in Danimarca il professionismo verrà introdotto solo nel 1978), perdendo così la possibilità d’indossare la maglia rossa della selezione scandinava.
Il Bologna ha bisogno di un laterale avvezzo allo schema sistemista (il WM inventato dall’allenatore dell’Arsenal Chapman nel 1925), modulo di gioco al quale la squadra felsinea si è convertita - tra le ultime in Italia ad abbandonare il Metodo - all’inizio della stagione 1949/50 con esiti disastrosi, e il mediano danese si rivela l’uomo giusto contribuendo alla salvezza con 26 presenze ed un gol. Nel Sistema i due mediani laterali si accentrano diventando il perno della manovra - in luogo del centromediano retrocesso in terza linea con compiti esclusivamenti difensivi - e devono far partire le azioni d’attacco, fungendo da primi costruttori di gioco, mentre nel Metodo erano in pratica dei semplici difensori che dovevano principalmente contrare le ali avversarie. Jensen è un interdittore dall’eccezionale carica agonistica, sempre pronto all’intervento sulla mezzala avversaria ed all’immediato rilancio della manovra, unendo la qualità alla quantità, senza mai lanciarsi in azioni inutili o pericolose. Il professore (così soprannominato perché in patria svolgeva questa professione) rimane in rossoblù fino al 1955/56, stagione in cui a 36 anni perde il posto di titolare in favore dell’ottimo francese Bonifaci, risultando sempre tra i giocatori col rendimento più elevato, nonostante in quegli anni il Bologna alterni buoni campionati ad altri nei quali acciuffa la salvezza nelle ultime battute. Di caratteristiche e temperamento agli antipodi rispetto al danese è l’altro straniero ingaggiato da Dall’Ara – su suggerimento del talent scout Sansone - nel 1949, vale a dire il 23enne interno destro uruguaiano Josè Garcia, proveniente dal Defensor Montevideo. Il focoso uruguagio, nonostante faccia parte di un club non di primissimo piano, è nel giro della Nazionale, con la quale ha collezionato 21 presenze e 2 gol, disputando anche ben tre edizioni della Coppa America. Nel 1945 e nel 1946 l’Uruguay si classifica al quarto posto e Garcia viene schierato nei vari ruoli d’attacco, non essendo titolare fisso, mentre nel 1947, giostrando nel suo ruolo naturale d’interno destro contribuisce con ottime prestazioni al terzo posto della celeste. Il “Loncha” (chiamato così a causa dei lineamenti che ricordano quelli del terrificante attore americano Lon Chaney) è un talento naturale - con due piedi d’oro che gli consentono di sciorinare un palleggio finissimo - e nonostante il fisico minuto ama irridere l’avversario con dribbling e sberleffi, causandone spesso la rabbiosa reazione. La prima stagione bolognese di Garcia è piuttosto travagliata: infortunatosi alla prima amichevole (stiramento al polpaccio) torna in campo ad ottobre ed il suo rendimento è alquanto discontinuo, attirando su di sè le aspre critiche dei giornalisti. Il “muchacho” (altro soprannome dell’uruguagio) conferma il suo carattere facilmente infiammabile assestando un pugno in faccia ad un malcapitato giornalista reo di averlo criticato, causando un putiferio presto ricomposto dall’intervento della società. Garcia cambia completamente registro (almeno per quanto concerne le sue prestazioni in campo) nella stagione 1950/51, durante la quale segna 9 gol (è anche il rigorista rossoblù) e dà vita a splendidi duetti con l’ala Cervellati, con la quale forma un ottimo asse destro d’attacco. Nelle due successive stagioni il suo bottino di gol cala drasticamente, pur conservando il posto di titolare, giostrando indifferentemente da interno destro o sinistro, alternando come sua abitudine grandi giocate a lunghe pause. Nel novembre 1953 Garcia, a causa dei ricorrenti litigi con l’allenatore Viani, torna in Uruguay, sostituito egregiamente dall’ex veronese Pozzan che può contare sull’ottima intesa a centrocampo con l’altro ex gialloblu Pivatelli. Il “muchacho” pentito torna in rossoblu nel 1954, ma i ruoli d’interno di centrocampo sono occupati: a sinistra c’è il prezioso regista Pozzan e a destra ci sono il prolifico Pivatelli (presto spostato al centro dell’attacco) e il dinamico jolly Randon. Garcia deve così accontentarsi di 11 presenze e a fine stagione viene ceduto all’Atalanta, dove colleziona solo 13 apparizioni, soprattutto perché, durante un match contro il Bologna, ebbe la bella pensata di prendere in giro con i suoi irriverenti giochetti il difensore Ballacci, rude capitano dei rossoblù, il quale per tutta risposta gli mollò un tremendo calcione, che in pratica pose fine alla carriera del centrocampista uruguagio.

I MEDIANI DI GRAN RENDIMENTO E LE DELUDENTI STELLE DEGLI ANNI ‘50
Per mettere a punto al meglio l’applicazione degli schemi sistemisti del tecnico inglese Crawford, nel 1950 viene acquistato il 25enne mediano destro danese
Axel Peter Pilmark, proveniente dal KB København, squadra con la quale si è laureato per tre volte consecutive campione di Danimarca. Consigliato al Presidente Dall’Ara dal connazionale Jensen, Pilmark ha inoltre conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1948 con la Nazionale danese, con la quale è sceso in campo in 18 occasioni e segnato 1 gol. I due “pastorini” danesi formano un’ottima coppia di mediani, perfettamente assortita, con Pilmark - la cui classe brilla luminosamente - più portato alla spinta offensiva e Jensen che bada di più al contenimento: due pistoni di un motore potente. Il forte quadrilatero di centrocampo, completato dalle mezzali Garcia e Bernicchi (o in alternativa dall’ex interista Campatelli), porta il Bologna ad un buon settimo posto in campionato. Pilmark rimane in rossoblù per 9 stagioni, fino al 1958/59, sempre da titolare inamovibile e indossando anche la fascia di capitano dal 1957 in poi, collezionando in tutto 278 presenze e 4 reti, risultando tra i giocatori più rappresentativi del Bologna dal dopoguerra ad oggi. Nel 1959/60 veste i panni del vice allenatore, affiancando Allasio, poi al termine della stagione torna in Danimarca, alla sua fabbrica di componenti meccanici, ma non si scorderà del Bologna, segnalando a Dall’Ara un promettente centravanti danese: Harald Nielsen.
Il 17 maggio 1953, in occasione dell’inaugurazione dello stadio Olimpico di Roma, l’Italia subisce un pesante 0 – 3 dall’Ungheria di Puskas e 12 giorni dopo il Sottosegretario agli Interni Andreotti chiude d’imperio le frontiere calcistiche. Fermo restando il limite di tre stranieri per squadra (oltre ai fuoriquota), per due stagioni è possibile importare dall’estero solo oriundi, poi dalla stagione 1955/56 i nostri club possono prelevare da federazioni estere uno straniero all’anno, oltre ad un altro giocatore impiegabile in azzurro grazie a più o meno remote origini italiane. Nel 1953, dal Nice, l’Inter acquista un francese di origini italiane che passerà un paio di anni più tardi in rossoblù. Nell’autunno del 1955, per ovviare al declino di Jensen (ormai 36enne) e risolvere il problema di un centrocampo scricchiolante e poco equilibrato, il Bologna acquista dai nerazzurri meneghini il 24enne francese Antoine Bonifaci: mediano incontrista di discreto livello, già 12 volte nazionale bleu (con 2 gol), elegante nell’appoggio ma che si fa sentire anche in fase d’interdizione. All’inizio – grazie all’ottima tecnica di base - viene schierato nel ruolo di mezzala, poi nel girone di ritorno passa definitivamente nella posizione di mediano, sostituendo di fatto Jensen. La presenza del francese rimette in sesto il centrocampo del Bologna, che piano piano si risolleva in classifica, fino ad ottenere un sorprendente quinto posto finale. Il transalpino viene confermato per la stagione successiva, dove fornisce un buon rendimento e contribuisce al sesto posto dei rossoblù disputando 32 partite (con 1 gol). A completare il trio di stranieri arriva nell’autunno del 1956, dal Deportivo Independiente di Medellin, il 25enne interno destro argentino Renè Enri Seghini, portato a Bologna dal solito Sansone. Cresciuto nel Boca Juniors, a vent’anni gioca 26 partite segnando 8 gol con la maglia xeneize, poi passa al Sarmiento e al Platense e nel 1955 emigra, attratto come tanti altri giocatori del tempo dall’”Eldorado del futbol sudamericano”, quella Colombia che, pur non essendo riconosciuta dalla FIFA, garantisce ingaggi faraonici alle stelle straniere del suo campionato “fuorilegge”, il Dimayor. Nel Deportivo Independiente di Medellin Seghini va a completare una prima linea esplosiva, composta da Josè Manuel “el Charro” Moreno, Felipe Marino (argentini), Orlando Larraz e Carlos Arango, che trascina il DIM al titolo di campione colombiano. Seghini in Sudamerica ha una solida fama di virtuoso del pallone, maestro dell’assist ed abile goleador, ma in rossoblù è una meteora. Debutta a Firenze e secondo le cronache gioca abbastanza bene, servendo anche un assist per Cervellati; del suo esordio scrive il prestigioso settimanale “Lo Sport Illustrato” : “ha classe e numeri per farsi rispettare nel nostro torneo, la palla gli corre veloce tra i piedi, sa celermente servire i compagni e non disdegna di lasciar partire briscole verso la porta avversaria”. Il fantasista viene riproposto la settimana successiva a Palermo, dove evidenzia un certo disagio nel calarsi nel clima infuocato del campionato italiano, rivelandosi un fuscello destinato a soccombere nei duri scontri con i rudi mediani avversari, che lo fermano con tackle e strattoni ai quali l’argentino, coi suoi 157 cm di altezza, può opporre scarsa resistenza. Scende in campo per l’ultima volta a Torino contro la Juventus, poi la nostalgia della moglie per il Sud America lo convince a far ritorno in Colombia dove, inseguito inutilmente dalla squalifica della FIFA a seguito della denuncia di un inviperito Dall’Ara, porta il DIM al titolo del 1957, sostituendo il tecnico Moreno nel finale di stagione nelle vesti di allenatore – giocatore; nel 1959 passa al Deportivo Cali, chiudendo la carriera nel soccer USA.
Nel 1957 la federazione italiana cambia nuovamente le norme e ad ogni squadra è consentito schierare uno straniero, un oriundo e un fuoriquota. Il Bologna non bada a spese ed allestisce una formazione sulla carta molto competitiva, in cui il trio di oltre frontiera è composto dal confermatissimo Pilmark e da due assi del calibro di Humberto Dionisio Maschio e Bernard Vukas. Per far posto al primo, oriundo argentino, si cede al Torino l’ottimo Bonifaci, in cambio del giovanissimo Romano Fogli (con conguaglio in denaro a favore dei torinesi), che però viene lasciato per un anno in prestito ai granata. Il 24enne interno di regia Maschio aveva cominciato la carriera nell’Arsenal di Lavallol, passando ben presto al più quotato Quilmes, col quale vinse il campionato cadetto argentino nel 1953, giocando di punta e segnando ben 26 reti. L’exploit lo fa notare dalla celebre “Academia del futbol”, vale a dire la squadra della sua città natale, il Racing di Avellaneda, della quale diventa ben presto l’elemento chiave del centrocampo: è dotato di tecnica sopraffina ed ha un’innata capacità di amministrare saggiamente il gioco, indirizzando precisi palloni verso i compagni d’attacco, senza perdere il fiuto del gol che lo fa diventare vicecannoniere del campionato nel 1955, con 18 gol. Ma è con la maglia della Nazionale argentina che assurge alla gloria internazionale, trascinando l’albiceleste al trionfo nella Coppa America del 1957 a suon di gol (9, capocannoniere del torneo alla pari con l’uruguagio Ambrois), insieme agli altri due componenti del famoso trio degli “angeles da la cara sucia” (gli angeli dalla faccia sporca) Angelillo e Sivori. La sua cessione al Bologna da parte del Racing di Avellaneda (per la bellezza di 87 milioni di Lire) rischiò di scatenare una sommossa popolare: Maschio, infatti, non era un idolo soltanto per i tifosi del suo club, ma era ormai divenuto una sorta di icona del calcio argentino. Sotto le Due Torri l’arrivo del sudamericano risveglia antichi entusiasmi, complice anche un brillante precampionato (storico il 6-1 alla Juve, con l’argentino che incanta la platea con numeri d’alta scuola calcistica), ma la squadra allenata da Bencic (presto sostituito da Sarosi) tradisce le attese, con Maschio che fornisce un rendimento molto altalenante, nonostante vada 8 volte in gol. L’argentino evidenzia inoltre diversi problemi di adattamento, dovuti anche al suo carattere chiuso, e troppo spesso viene tolto dalla cabina di regia per essere utilizzato da incursore offensivo, ruolo non adatto alle sue caratteristiche fisiche (è molto lento) e che lo espone alle ruvidezze dei mediani e dei difensori avversari.
Nel 1958/59 Maschio disputa una stagione molto deludente (solo 15 presenze e 5 gol), anche perché il nuovo allenatore Alfredo Foni, vessillifero del catenaccio, per dare maggior equilibrio al centrocampo, spesso gli preferisce il dinamico jolly Randon. Maschio lascia intravedere solo a sprazzi il suo immenso talento, come durante un Juventus-Bologna in cui il presidente dell’Atalanta Tentorio, presente in tribuna, si innamora a prima vista di quel sudamericano così atipico, dal tocco fine ma di grande sostanza.Così a fine torneo il club bergamasco, bisognoso di una mezzala, riesce a strappare (senza troppa fatica) il giocatore al Bologna. In nerazzurro Maschio trova un ambiente consono al proprio carattere: gli obiettivi sono più modesti, il pubblico, meno esigente, lascia lavorare la squadra senza eccessive pressioni e l’argentino ritrova se stesso. Inoltre il tecnico Valcareggi lo mette definitivamente in cabina di regia e come d’incanto l’argentino ritorna un campione, perfetto nel calibrare palloni per i compagni, implacabile realizzatore sui calci piazzati, correttissimo in campo ed idolo di un’intera città. Nel 1961 gioca due partite nella neonata selezione di Lega, che raggruppa le migliori stelle straniere della serie A e nel 1962 il suo status di oriundo gli consente di partecipare con la maglia azzurra ai disgraziati mondiali cileni, dove durante il match contro i padroni di casa Lionel Sanchez gli spacca il naso sferrandogli un pugno, con l’ineffabile arbitro inglese Aston che non ha nulla da eccepire sul comportamento del cileno. Passa poi all’Inter (chiuso da Suarez nel suo ruolo naturale) dove vince uno Scudetto ed alla Fiorentina, disputando una prima stagione appena sufficiente ed una seconda letteralmente strepitosa. Sul finire del 1965, dopo due sole presenze nella sua terza esperienza in viola, cede alle insistenti richieste dell’allenatore argentino Pizzuti e torna al Racing, dove raggiunto con caparbietà uno stato di forma accettabile vince subito il campionato e nell’anno successivo anche la coppa Libertadores e la coppa Intercontinentale, chiudendo la carriera a 35 anni, nel 1968. Da allenatore dirige il suo Racing, l’Independiente e per un breve periodo anche la selecciòn argentina.
L’altra luminosissima stella straniera del mercato rossoblù 1957 è il croato Bernard “Badjo” Vukas, 30enne mezzala sinistra proveniente dall’Hajduk Split, ove ha vinto tre campionati (1950, 1952 e 1955) e una classifica cannonieri (20 gol nel 1955), disputando 202 partite e segnando 89 reti con il club spalatino. Con la Nazionale jugoslava Vukas, schierato a volte anche all’ala, ha giocato 59 partite (con 22 gol) conquistando 2 medaglie d’argento alle Olimpiadi (1948 e 1952), partecipando anche ai mondiali del 1950 (slavi eliminati al primo turno) e del 1954 (quando un suo infortunio al secondo minuto del quarto di finale contro la Germania lascia in 10 la sua squadra, condannandola in pratica alla sconfitta); il 12 maggio 1957 ha contribuito a demolire l’Italia 6 –1, segnando l’ultimo gol con uno spettacolare tiro al volo. Inoltre, essendo tra i più ammirati calciatori europei, ha partecipato a due prestigiose partite: nel 1953 con la maglia di una selezione FIFA contro i maestri inglesi in occasione del 90esimo anniversario della Football Association (finisce 4-4) e nel 1955 tra le fila del Resto d’Europa contro una selezione britannica per festeggiare il 75esimo anniversario della Federazione irlandese (segna tre gol nel vittorioso 4-1). Il croato è un estroso, dal superbo dribbling e dalla classe cristallina, che alle prime prove in rossoblù dà spettacolo, nonostante risulti subito insofferente ai contrasti e al gioco duro praticato su di lui dagli avversari. Al debutto nel campionato italiano, contro l’Udinese, segna con un tiro ad effetto quasi dalla linea di fondo, costringendo spesso al fallo il suo marcatore Pantaleoni, che non riesce assolutamente ad arginarlo in altro modo; nel successivo incontro – a Roma contro la Lazio – Vukas segna ancora e incanta l’Olimpico. Purtroppo però la prima esperienza all’estero (primo slavo del dopoguerra a espatriare diventando professionista) fa perdere la testa al neoacquisto rossoblù, che si dà alla pazza gioia passando le notti tra cene e belle ragazze ed evidenziando ben presto in campo i deleteri effetti atletici di quella vita dissoluta, acuiti dalla non più giovanissima età e dalla lunga e logorante carriera che ha alle spalle; inoltre a dicembre si ammala di epatite, dalla quale però guarisce bene. Sorretto dal talento e dalla gran visione di gioco di cui è in possesso non sfigura troppo nelle due stagioni che disputa col Bologna, ma non ripete che rarissimamente le scintillanti prove d’esordio. Nel 1958/59, dopo un lusinghiero girone d’andata, a causa di disturbi reumatici e al nervo sciatico perde il posto di titolare in favore del giovane Fascetti e a fine campionato fa ritorno all’Hajduk, rimanendovi fino al 1963 (65 presenze e 5 reti) e chiudendo la carriera in Austria con le maglie di GAK Graz, Austria Klagenfurt e KSV Kapfenberg. Nel 2000 riceve due importanti riconoscimenti, anche se purtroppo postumi: è eletto dal Vecemji List sportivo croato del secolo e dalla UEFA calciatore croato del secolo.
Nell’estate 1959, scaricato senza troppi rimpianti il deludente duo di mezzali Maschio - Vukas, Dall’Ara spedisce il fido Sansone in Sud America, alla ricerca di talenti. Faele torna a Bologna con un interno oriundo uruguaiano proveniente dal Defensor di Montevideo, il 23enne Hèctor Demarco (italianizzato in Ettore). Nel 1957 era stato il leader della nazionale giovanile uruguaiana vincitrice del campionato sudamericano di categoria e nella Nazionale maggiore aveva disputato 13 partite con 3 gol. Pur non essendo un giocatore dalle doti tecniche eccelse - possiede però un buon tiro dalla distanza ed è un generoso combattente - conquista subito una maglia da titolare e nel primo campionato col Bologna segna 8 gol in 29 partite. Nella stagione successiva il suo bottino di reti in campionato si dimezza, pur disputando un cospicuo numero di partite (23), ma va a segno due volte anche in Coppa Italia. Nel 1961/62 Demarco dopo un ottimo avvio di campionato (doppietta al Lecco alla seconda gionata) perde il posto in squadra in favore di Franzini, cursore dai piedi più morbidi rispetto all’uruguagio, prelevato dalla Lazio su espressa richiesta dell’allenatore Bernardini; inoltre la definitiva consacrazione di Bulgarelli gli chiude ogni residuo varco per entrare a far parte dell’11 titolare. Nonostante ciò, grazie al suo carattere allegro e ottimista, non si abbatte e trascina a suon di gol (5) un Bologna spesso imbottito di riserve alla vittoria della Mitropa Cup; tra queste figura anche il misteriosissimo Slawoski, schierato col numero 9 contro l’Austria Wien e poi mai più riproposto in campo tra le fila rossoblù.
A complicare la corsa ad una maglia da titolare all’uruguaiano ci si mette anche l’ennesimo cambiamento delle regole di utilizzo dei calciatori di fuori via: nell’aprile 1956 gli oriundi che hanno giocato almeno 3 partite nella Nazionale azzurra vengono considerati, a partire dalla stagione successiva alla terza gara nell’Italia, italiani a tutti gli effetti (il numero di partite verrà esteso a 5 nel luglio 1960); poi nel 1962 questa regola viene abrogata (dopo aver italianizzato i nazionali Maschio, Sivori, Sormani, Angelillo e Altafini) e nel contempo la federazione elimina tutti i distinguo (oriundi e fuoriquota) e consente ad ogni club di tesserare 3 giocatori stranieri, potendone utilizzare solamente 2 in campo contemporaneamente. E così nei suoi ultimi due campionati in rossoblù Demarco, chiuso dai fuoriclasse Haller e Nielsen, disputa appena 4 partite, mettendo però la sua firma sullo Scudetto 1963/64, segnando su perfetto lancio di Bulgarelli il gol vincente nella trasferta contro la Lazio, con un tiro a mezz’altezza carico d’effetto. Lasciata Bologna per approdare al Vicenza, Hèctor disputa 4 discrete stagioni in serie A, tornando al termine del campionato 1967/68 in Uruguay per chiudere degnamente la carriera agonistica.

ARRIVANO GLI EROI DELLO SCUDETTO 1964
Nel 1960 l’allenatore Allasio crede che Pivatelli sia in precoce declino e vuole al suo posto il centravanti brasiliano del Napoli Luis De Menezes Vinicio. Dall’Ara coglie l’occasione per rimpinguare le casse societarie e spedisce sotto il vesuvio, oltre a Pivatelli, anche Mialich e Bodi, ricevendo in cambio “o’ lione” più un cospicuo conguaglio in denaro. Il 28enne Vinicio - giocatore completo, forte di testa, dal tiro potente, dotato di dribbling, inventiva e velocità - è reduce da 5 splendide stagioni nel Napoli (che lo aveva prelevato 23enne dal Botafogo), arricchite da 69 gol, anche se nelle ultime due il bottino sotto rete si era alquanto impoverito (solo 7 gol a campionato). Accolto a Bologna come un re e circondato da grandi attese, dal punto di vista strettamente numerico è una mezza delusione. Se nel Napoli Vinicio era il classico centravanti di sfondamento, sempre in agguato nell’area avversaria e coraggiosissimo nell’affrontare i difensori e cercare costantemente la porta, a Bologna si trasforma in suggeritore avanzato: duetta di fino con l’ala Perani, costruisce molto gioco, imposta assai bene le manovre del reparto offensivo, fornisce precisi assist per i compagni, ma segna poco per essere la punta di diamante di una squadra ambiziosa (11 gol nella prima stagione e 6 nella seconda). Nel campionato 1961/62 soffre la concorrenza del 20enne Nielsen per aggiudicarsi la maglia numero 9 e le presenze del brasiliano calano drasticamente (solo 17), anche perché l’allenatore Bernardini, nonostante le pressioni in tal senso del presidente Dall’Ara, si rifiuta categoricamente d’impiegarli in coppia nell’attacco rossoblù. Al termine della sua seconda stagione nel Bologna Vinicio, ritenuto ormai irrimediabilmente sul viale del tramonto, viene ceduto al Lanerossi Vicenza, dove ritrova la vena di goleador, vincendo la classifica marcatori nel 1966 (a 34 anni) e guadagnandosi la chiamata dell’Inter. Chiude la carriera agonistica a Vicenza, nel 1967/68, dopo aver collezionato 348 presenze e 155 gol in serie A e intraprende una discreta carriera di allenatore, che registra i suoi picchi sulle panchine di Napoli e Avellino. Ma chi è questo giovane danese che pone fine all’avventura sotto le due torri di “o’lione”? Harald Nielsen è un finalizzatore nato, che a nemmeno 18 anni vince la classifica marcatori del campionato danese, militando nel modesto Frederikshavn, e alle Olimpiadi del 1960 si mette in mostra trascinando a suon di gol (7, vicecannoniere del torneo) la sua nazionale alla medaglia d’argento. Tra il 1959 e il 1961 Nielsen nella Danimarca - tra l’altro più giovane esordiente di sempre (prima partita a 17 anni) - segna 15 gol in 14 incontri, poi emigra in Italia e, come già successo a Jensen e Pilmark, con lo status di professionista perde la possibilità di essere convocato nella selezione scandinava. L’impatto col campionato italiano non è dei migliori: evidenzia un controllo di palla approssimativo, un dribbling goffo e un tocco grezzo; inoltre pare che non si ambienti al meglio, per cui dopo pochi mesi la stampa comincia a paventarne il taglio. Però dimostra di sapere come si fa a sbattere in rete il pallone (8 gol in campionato e 2 in Mitropa cup, nonostante sia impiegato in alternanza a Vinicio), e questa sua peculiarità convince l’allenatore Bernardini a puntare decisamente su di lui per la stagione 1962/63. “Dondolo” - nomignolo che deve al suo classico dribbling ciondolante, sperimentato per la prima volta per sfuggire la terzino spagnolo del Venezia Santisteban e presto diventato un suo marchio di fabbrica – segna a raffica, sia in campionato (19 gol, capocannoniere in coabitazione col romanista “piedone” Manfredini) che in Mitropa cup (11 gol), grazie alla sua abilità in acrobazia e nel gioco aereo, unite al tiro secco, spesso a fil di palo e rasoterra, che risulta quasi imparabile. Senza dimenticare che dall’estate 1962 può contare sugli assist geniali del fuoriclasse Helmut Haller, che il presidente del Bologna Renato Dall'Ara - innamoratosi di questo 23enne tedesco tracagnotto che per carattere e tocco di palla sembra un sudamericano dopo averlo visto all’opera con la Germania Ovest in tv - preleva personalmente (ascoltando anche alcune relazioni positive del fidato Sansone) dal BC Augsburg, compagine bavarese di non eccelso livello. Sulla strada del ritorno la leggenda narra che la macchina guidata da Sansone cappottò e finì in un fosso, ma Dall'Ara risalì prontamente con il contratto in mano urlando "Haller è qui, ce l'ho in pugno!". E così nella stagione 1962/63 il Bologna può schierare uno dei migliori centrocampisti offensivi in circolazione, per la gioia dei tifosi e del presidente, che si esalta dichiarando che "Haller vale tre Sivori!". Haller è un giocatore di caratura internazionale, che con la Nationalmanschaff ha esordito nel 1958 ed ai recenti mondiali cileni ha segnato una rete, fornendo numerose palle gol all’implacabile panzer Uwe Seeler. A dispetto del fisico non proprio atletico, Haller non salta una partita nelle prime due stagioni bolognesi e mostra tutto il suo vasto repertorio, fatto di fantasia ai massimi livelli, ispirazioni continue sulla trequarti che fruttano splendidi assist, progressioni in dribbling irresistibili e grande capacità di tirare da tutte le posizioni (rigori compresi) che gli consente di segnare un discreto bottino di gol. Per far posto ad Haller nel suo ruolo naturale di mezzala di punta, Bernardini sposta più indietro Bulgarelli, lasciando ampi spazi e libertà tattica al tedesco, il quale accende una prima linea (gli altri sono Perani, Bulgarelli, Nielsen e Pascutti) che raggiunge le massime vette di rendimento e spettacolarità. Haller è una stella del campionato e viene chiamato due volte nella Nazionale di Lega: nel 1962 contro la Scozia (4 – 3 con un gol del tedesco) e nel 1964 in coppia con Nielsen contro l’Inghilterra (1 – 0). I tifosi rossoblù eleggono Helmut a loro beniamino, e lui li ripaga sciorinando prodezze a ripetizione e trascinando il Bologna alla conquista del settimo scudetto nel 1963/64, che gli vale il 14° posto nella classifica del pallone d'oro 1964. Entrerà in questa prestigiosa classifica anche nel 1966 (18°) e nel 1967 (16°). Nell’anno dello Scudetto anche il centravanti Nielsen si conferma a grandi livelli, segnando 21 gol in campionato (capocannoniere), oltre a quello che fissa il punteggio sul 2 – 0 nello spareggio contro l’Inter all’Olimpico, con un suo classico diagonale a filo d’erba. Tra le riserve della formazione degli eroi che si cuciono il ticolore sul petto vi è una mezzala brasiliana, il 18enne Francisco De Mecenas, che trova spazio solo in Mitropa cup (3 presenze e 1 gol), poi nel 1966 passa all’Ascoli in serie C e nel 1968 al Lecce, prima di scendere nei dilettanti con la Pistoiese all’alba degli anni ’70.
Purtroppo la successiva avventura in coppa Campioni termina al primo turno, soprattutto a causa della scarsa vena realizzativa di Nielsen che nello spareggio con l'Anderlecht (a Barcellona) spreca alcune ghiotte occasioni, provocando il risentimento di Haller, acuito negli anni da una certa gelosia tra i due, alimentata anche dalla terribile moglie del tedesco (frau Waltraud, che le fa anche da procuratore), la quale sostiene che il danese riceve popolarità e soldi solo perchè sfrutta gli splendidi passaggi di suo marito. La "guerra" tra i due stranieri rossoblù produce dapprima una diminuzione del potenziale d'attacco del Bologna e poi una spaccatura sempre più marcata nel tifo e nello spogliatoio felsinei, con due fazioni (pro Haller e pro Nielsen) che in pratica si detestano.
A discapito dell’attaccante danese, che comunque in campionato continua a raccogliere bottini di gol in doppia cifra, vi è pure, nel 1965, la sostituzione del tecnico Bernardini (in pratica il suo padre putativo) con il ruvido argentino Carniglia, amante dei giocatori dalla tecnica raffinata, che imputa a Nielsen di avere un tocco troppo ruvido. La querelle tra i due stranieri del Bologna viene risolta nel 1967, con la cessione del declinante centravanti danese all'Inter in cambio del forte stopper Guarneri, del centravanti brasiliano Clerici (che il club nerazzurro preleva appositamente dal Lecco) e di un robusto conguaglio economico. Nielsen però accusa dei seri problemi alla schiena e non può più fornire un rendimento all’altezza della sua fama, così viene presto ceduto al Napoli, chiudendo la carriera agonistica nella Sampdoria, a soli 29 anni. Haller invece è in piena forma e nel 1966 è tra i grandi protagonisti del mondiale, con 6 gol risulta vicecannoniere alle spalle di Eusebio e porta la sua Germania Ovest a giocarsi la finale con l'Inghilterra padrona di casa, persa solo per un gol "fantasma" dell'inglese Hurst. Il tedesco si vendica portandosi a casa il pallone della finale (che per tradizione britannica spetterebbe ad Hurst in qualità d'autore di una tripletta) come si apprenderà circa trent'anni dopo.
Le bizze di Helmut non accennano a diminuire nemmeno in mancanza del “nemico” Nielsen, e ne fanno le spese sia i rappresentanti della stampa che i compagni meno dotati tecnicamente. Come ad esempio nel maggio 1968, quando alla vigilia dell'andata della semifinale di coppa delle Fiere a Budapest contro il Ferencvaros, a seguito di un articolo del "Guerin Sportivo", Haller si rifiuta di scendere in campo, poi l'allenatore in seconda Cervellati lo convince, ma non offre una prestazione esaltante e il Bologna perde 3 a 2. Al ritorno i rossoblù pareggiano 2 a 2 e sono eliminati, ed i tifosi, esasperati dal clima d'insubordinazione e di polemica all'interno dello spogliatoio, riempono d'insulti tutti i giocatori, con Haller che viene addirittura inseguito e quasi preso ad ombrellate.
Al termine della stagione 1967/68, giocata in tono minore e non più amatissimo dai tifosi, viene ceduto alla Juventus per 450 milioni dal presidente Goldoni, che credendolo ormai sul viale del tramonto ne approfitta per rimettere in sesto le casse societarie.
In bianconero, in 5 stagioni giocate da protagonista, anche se ormai ultratrentenne e in sovrappeso, vince due scudetti, disputa una finale di coppa dei Campioni e partecipa ai mondiali del 1970. A coronamento di una carriera scintillante, nel 2000 è stato eletto miglior centrocampista d'attacco tedesco del secolo dalla stampa del suo paese.

L’ULTIMO DEI MOHICANI
Il 1 gennaio 1965 la federazione italiana blocca le importazioni di giocatori stranieri provenienti da federazione estera, provvedimento da ridiscutere ogni 2 anni; la disfatta della Nazionale ai mondiali del 1966 contro la Corea induce i vertici federali a protrarre il blocco per 5 anni, poi periodicamente rinnovato fino al 1980.
Gli stranieri già presenti in Italia possono continuare la loro attività nei club italiani, ma il loro numero ovviamente si assottiglia di anno in anno, fino ad arrivare ad un solo rappresentante nel campionato 1977/78: l’”ultimo dei Mohicani” è il “gringo” Clerici.
Nell’estate 1967, nell’ambito della cessione di Nielsen all’Inter, arriva a Bologna un attaccante brasiliano di origine italiana: Sergio Clerici, 26enne centravanti che il Lecco aveva prelevato nel gennaio 1961 dalla Portuguesa. Nelle 7 stagioni in bluceleste il “gringo” aveva segnato col contagocce in serie A (7 gol in 3 campionati), timbrando il cartellino con buona regolarità in serie B (52 gol in 4 campionati), referenze non proprio esaltanti per sostituire degnamente il bomber danese. E infatti la prima esperienza in rossoblù di Clerici si conclude dopo appena un anno, con un bottino di sole 4 reti, ceduto all’Atalanta come contropartita tecnica nell’operazione di mercato che porta l’attaccante nerazzurro Giuseppe Savoldi in rossoblù. Clerici comincia ad avere un discreto feeling col gol, specialmente una volta scollinato il traguardo delle 30 primavere, segnando 76 reti in serie A in 7 stagioni con le maglie di Atalanta, Verona, Fiorentina e Napoli.
Sotto il Vesuvio il “gringo” è involontario protagonista di un tentativo d’illecito del presidente del Verona Geronzi, il quale telefona al brasiliano alla vigilia di un Napoli – Verona decisivo per la lotta salvezza del campionato 1973/74, prospettandogli di aiutarlo ad aprire una concessionaria FIAT in Brasile e pregandolo di non impegnarsi troppo in campo contro gli scaligeri. L’ufficio inchieste della federcalcio chiama Clerici e Geronzi a testimoniare sui contenuti della telefonata per chiarire l’accaduto, ma il presidente dei gialloblù mente e nega di aver sentito recentemente l’attaccante del Napoli alimentando i sospetti : la sentenza della CAF condanna il Verona alla retrocessione in serie B. Nell’estate 1974 le strade di Savoldi e Clerici s’incrociano una seconda volta, perché il club partenopeo per strappare Beppegol al Bologna cede ai rossoblù l’ala Rampanti e il “gringo” ed aggiunge un ingente conguaglio economico (1,2 miliardi di Lire), per una valutazione complessiva stellare : 2 miliardi di Lire, record dell’epoca. Pur non raggiungendo le vette di rendimento in zona gol di Savoldi, Clerici nelle due stagioni al Bologna segna 15 gol, facendosi apprezzare dai tifosi oltre che per le doti tecniche anche per il coraggio e la generosità che mostra in campo. Il centravanti brasiliano s’ingobbisce, puntando in verticale verso la porta, e con dribbling a secchi scarti laterali (quasi delle rasoiate) riesce spesso a far fuori il proprio marcatore liberandosi per scoccare il potente tiro di cui è in possesso; inoltre è un buon rigorista e a volte segna anche su punizione. Nel campionato 1975/76 Clerici è capocannoniere stagionale del Bologna (insieme a Chiodi), ripetendo l’exploit anche nel 1976/77, anno in cui segna il suo 100esimo gol in serie A (la rete della vittoria contro il Perugia) e mette a segno un gol nel 4 –1 contro la Sampdoria alla penultima giornata, partita che decreta la salvezza del Bologna. Nel 1977/78 Clerici passa alla Lazio, dove segna un solo gol (il 103esimo in serie A), ma che rimane storico, in quanto è l’ultimo segnato da un giocatore straniero, prima che la riapertura delle frontiere del 1980 dia modo all’argentino Daniel Bertoni di riprendere la serie dei goleador d’oltrefrontiera.
Terminata la carriera agonistica Clerici intraprende una breve e poco significativa carriera di allenatore in Brasile, riapparendo a Bologna sul finire degli anni ’80 nelle vesti di procuratore, portando con sé per un provino le presunte giovani promesse brasiliane Gilson, Lula e Petrolio, presto scartate dallo staff tecnico rossoblù.


LA RIAPERTURA DELLE FRONTIERE DEL 1980

GLI ANNI ’90 FINO ALLA LEGGE BOSMAN

IL DOPO BOSMAN

LA GLOBALIZZAZIONE DEL NUOVO MILLENNIO
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