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Gli Stranieri del Bologna (2a parte)

  • Scritto da mastri
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LA RIAPERTURA DELLE FRONTIERE DEL 1980

 

Sul finire degli anni '70 le pressioni esercitate sulla FIGC dalla Comunità Economica Europea, dagli organi di stampa (il prestigioso settimanale Guerin Sportivo su tutti) e dai club di serie A rendono improcrastinabile la riapertura delle frontiere calcistiche. Così nel luglio del 1979 la Federazione abolisce il blocco delle importazioni di giocatori stranieri provenienti dall'estero a decorrere dalla stagione 1980/81. Da parte loro, nel marzo 1980, le società calcistiche s'impegnano a limitare ad 1 il numero degli stranieri da inserire in rosa e nel maggio 1980 il Consiglio Federale, recependo l'autolimitazione della Lega, ufficializza la riapertura delle frontiere (valida solo per la serie A) fissando il tetto di un giocatore straniero per squadra; le compagini retrocesse in serie B potranno mantenere il giocatore in organico. Il campionato italiano sta vivendo forse il momento più difficile della sua storia, squassato dallo scandalo del calcio scommesse che, oltre ad appiedare per mesi o addirittura anni alcuni tra i migliori giocatori, fa allontanare una grossa parte di pubblico dagli stadi, ormai disgustato da un calcio povero di spettacolo ed oltretutto rivelatosi marcio. L'arrivo di esotici e celebrati pedatori da fuorivia è una ventata di aria nuova che contribuisce a ricreare l'interesse degli spettatori e fa sognare i tifosi. Purtroppo la decisione definitiva della FIGC arriva solamente nel maggio del 1980, per cui c'è pochissimo tempo per seguire e valutare i giocatori impegnati negli altri campionati, ed è inevitabile che la corsa allo straniero (alla quale a dire il vero non tutte le squadre di serie A partecipano) sia irta di ostacoli e le bufale e i bidoni siano tutt'altro che rari. Così accanto a fuoriclasse del calibro di Daniel Bertoni (Fiorentina), Falcão (Roma), Lyam Brady (Juventus), Herbert Prohaska (Inter) e Ruud Krol (Napoli) arrivano illustri sconosciuti che falliranno miseramente come Luis Silvio (Pistoiese) e Fortunato (Perugia).

Il Bologna, vistosi privato per squalifica a seguito del calcio scommesse del bomber Savoldi, decide di pescare il sostituto in Brasile, la patria degli attaccanti per eccellenza. L'allenatore Radice, dopo un breve blitz in Sud America, torna con un allampanato giocoliere paulista 26enne - Eneas De Camargo - accreditato di un buon bottino di gol (179 in 376 partite) e stella della mediocre Portuguesa, con la quale ha vinto una Taça São Paulo nel 1973; inoltre, appena 17enne, vanta 4 presenze, condite da un gol, nel torneo preolimpico 1971 con la Nazionale Olimpica e dopo l'esordio nel 1974 nella Seleçao vera e propria colleziona altre 2 presenze impreziosite da un gol in un torneo amichevole vinto dal Brasile (la Taça do Atlântico del 1976). Peccato che il numero di reti messe a segno in carriera da Eneastragga in inganno lo staff tecnico rossoblù, che non tiene conto della relativa libertà di manovra che le difese brasiliane lasciano agli attaccanti avversari, facilitandone spesso le giocate con clamorosi errori di disimpegno e di marcatura. E' così che, convinto di essersi assicurato un prolifico centravanti, Radice si trova tra le sue fila un raffinato trequartista assolutamente inadatto a sostituire il classico centravanti Savoldi. Oltre ai problemi tattici l'inserimento di Eneas nel campionato italiano è ostacolato anche da problemi burocratici e da un infortunio muscolare che ne ritardano l'impiego, ma dopo alcune partite di rodaggio mostra di essere una punta mobile dal tocco felpato, dalle geniali rifiniture, dalla bella falcata in progressione, ancorchè di scarsa vigoria atletica specialmente nei contrasti. Però per un brasiliano il gol non può essere l'arida stilettata finale, la fredda esecuzione di uno schema, ma deve essere lo svolazzo prezioso, il punto esclamativo a uno slancio di fantasia; così si espone a clamorosi errori sottoporta, costellando la sua strada di gol perduti, spesso per la ricerca del tocco in più oltre che per mancanza di freddezza quando si trova a tu per tu col portiere.

Alla quarta giornata il Bologna è di scena al Comunale di Torino contro la Juventus ed Eneas è autore di una prova straordinaria: fa ammattire il suo marcatore Osti costringendolo a causare il rigore che Paris trasforma, consentendo ai rossoblù di battere i bianconeri a domicilio. Due giornate dopo, ancora in trasferta contro una squadra dalla maglia bianconera (l'Udinese) il colored brasiliano segna la sua prima rete italiana: lancio verticale di Dossena, Eneas controlla il pallone e dribbla due avversari presentandosi così davanti al portiere Della Corna, che viene battuto da un bel diagonale dopo che questi aveva respinto il primo tiro.

La sfortuna è però in agguato e in pratica non abbandonerà più l'attaccante paulista: in novembre si procura un serio infortunio muscolare (nell'eseguire un colpo di tacco) ed esce di scena proprio nel momento in cui stava toccando il massimo rendimento. Uno degli inverni più freddi degli ultimi anni non facilita il recupero del brasiliano, abituato a ben altri climi (celeberrimo lo scherzo che gli fece Sali allorchè lo convinse ad assaggiare la neve, assicurandogli che era un cibo prelibato), e nonostante l'immenso affetto dei compagni di squadra e della tifoseria s'insinua nell'animo di Eneas la temutissima saudade (nostalgia) che immalinconisce anche una persona di animo solitamente allegro e spensierato come lui (in Brasile era soprannominato “Seneca”, che sta ad indicare una persona con la testa fra le nuvole). Il brasiliano torna in campo a gennaio (ovviamente indossando guanti e calzamaglia per difendersi dal freddo) e nello scialbo 0-0 interno contro il Catanzaro si procura
il rigore poi sprecato da Paris, ma col passare delle giornate le sue prestazioni sono sempre più opache e viene spesso sostituito (sia a partita in corso che nell'11 titolare) dall'imprevedibile e razzente punta Fiorini, molto più adatto di Eneas al gioco praticato da Radice, tutto ritmo e verticalità, che sta dando ottimi risultati sia dal punto di vista spettacolare che della classifica (i 5 punti di penalizzazione comminati a causa degli illeciti commessi la stagione precedente nell'ambito del calcio scommesse non impediscono al Bologna di agguantare un buonissimo settimo posto finale). Ma lo splendido feeling del “nigrazz” (il negraccio, come viene soprannominato assolutamente senza connotazioni razziste) con il pubblico rossoblù non risente affatto del rendimento insufficiente fornito ormai in troppe partite, come dimostrano i festeggiamenti al primo gol segnato a Bologna: il boato dei tifosi mentre Eneas rimane a lungo aggrappato alla cancellata della curva Andrea Costa è del tutto sproporzionato per un inutile gol (ancorchè di pregevole fattura: colpo di testa in tuffo) del 4-0 al derelitto Perugia, ma è la lampante conferma che Eneas è definitivamente entrato nel cuore dei tifosi. Anche perché se così non fosse, in una tiratissima semifinale di andata di Coppa Italia contro il Torino, lo stadio intero non reagirebbe con un'affettuosa risata allorchè Eneas, togliendo il pallone dai piedi di Marco Marocchi che si sta apprestando a tirarlo in porta, si inciampa e lo fa carambolare oltre la linea di fondo. Per farsi perdonare l'attaccante brasiliano aprirà le marcature nella partita di ritorno, finita 3-2 per i granata dopo i tempi supplementari, ma lo staff tecnico ha ormai deciso che l'avventura in rossoblù del colored è giunta al termine dopo 23 presenze e 4 gol stagionali.

L'anno seguente, in Brasile, giocò senza lampi nel Palmeiras, poi scese rapidamente le scale del futebol fino alla terza divisione indossando le maglie di XV de Piracicaba, Juventude, Desportiva Espirito Santo, Ponta Grossa e Central Brasileira de Cotia. Quando aveva ormai lasciato il calcio professionistico, il 27 dicembre 1988 (a 34 anni) perse la vita a seguito dei postumi del gravissimo incidente stradale occorsogli in agosto. Il 31 dicembre, prima del calcio d'inizio di Bologna - Ascoli, venne osservato un minuto di raccoglimento alla sua memoria e tutti (sia chi l'aveva visto giocare sia chi lo conosceva solo attraverso i racconti delle sue gesta) parteciparono in rispettoso silenzio e con sincera emozione.

In luogo del deludente trequartista brasiliano per la stagione 1981/82 il Bologna ingaggia la 27enne mezzala tedesca Herbert Neumann, reduce da un buon campionato nell'Udinese ed apparentemente l'uomo giusto per sostituire in mezzo al campo il nazionale Dossena, tornato alla base granata dopo anni di proficuo
pellegrinaggio in giro per l'Italia a farsi le ossa. Il biondo tedesco era nel mirino rossoblù già da tempo, in quanto fu segnalato dall'indimenticato ex Helmut Haller in previsione dell'imminente riapertura delle frontiere, poi -come visto- la squalifica di Savoldi indusse i dirigenti bolognesi ad ingaggiare la punta Eneas.

Però la segnalazione venne raccolta da Perani, con cui Haller giocava nel torneo “veterani”, il quale una volta insediatosi sulla panchina dell'Udinese fece acquistare Neumann dai friulani, rimasti in serie A a seguito di un ripescaggio. Il nuovo centrocampista tedesco rossoblù è un regista a tutto campo abile nel colpo di testa e nel dribbling, con discreta propensione al gol (37 in 184 presenze in Bundesliga, 4 in 25 gare di coppe europee e ben 16 in una trentina di match di coppa nazionale: tutte con la maglia del forte 1. FC Köln), ma con un carattere piuttosto lunatico e scorbutico. Nel 1978 fa la sua prima (e unica) apparizione con la Nationalmanschaft in amichevole contro l'Inghilterra, a coronamento di un biennio che porta il suo Köln a vincere un campionato (1977/78) e due coppe di Germania (1976/77 e 1977/78). Purtroppo ad uno stiramento al tendine che lo costringe ad un prolungato riposo seguono un deciso calo di rendimento e un aspro litigio col tecnico renano Heddergott, che portano Neumann ai margini della prima squadra e quindi alla sua cessione alla fine dell'estate del 1980.

L'avventura bolognese del centrocampista è disastrosa: dopo molte prove assolutamente sotto tono Neumann dà segni di risveglio sul finire del girone d'andata, quando segna con un bel colpo di testa il classico gol dell'ex allo stadio Friuli e gioca un altro paio di gare ad ottimo livello, prima d'infortunarsi ed essere costretto a saltare una decina di partite. Il suo contributo nel cercare di risollevare la compagine felsinea, che per tutto il campionato si dibatte in zona retrocessione, è piuttosto scarso (20 presenze e 1 gol) e i tifosi, più che dalle sue giocate sul campo, rimangono abbagliati dalla bellezza della moglie Maria, una portoghese bruna e sinuosa. A fine stagione il Bologna precipita ignominiosamente in serie B per la prima volta nella sua storia ed il tedesco fa le valige, anche se il regolamento permetterebbe di mantenere in organico lo straniero anche nella cadetteria. Torna a Colonia per una stagione dove gioca solo 10 partite in campionato a causa di un infortunio al ginocchio, ma è in campo nel derby di finale di coppa di Germania vinta dal suo FC Köln contro il Fortuna, poi passa ai greci dell' Olympiakos e chiude la carriera di giocatore nella serie B Svizzera, col FC Chiasso, dove nel 1989 comincia una modesta carriera di allenatore che lo porta anche in Olanda, sulla panchina del Vitesse Arnhem.

 

I SAMMARINESI

Anche se non possono essere considerati stranieri a tutti gli effetti è giusto soffermarsi sulle vicissitudini dei due giocatori originari della piccola Repubblica di San Marino che hanno vestito il rossoblù, anche perché lo status dei calciatori sammarinesi in Italia cambia proprio a seguito di una vicenda che vede coinvolto un giovane che milita nel Bologna, ovvero la promettentissima ala sinistra Marco Macina.

Nel biennio 1980/82 Macina trascina la Nazionale italiana Under 16 al titolo europeo, segnando a coronamento di uno splendido torneo il gol della vittoria in finale contro la Germania Ovest e nel novembre 1982, quando è ormai una delle stelle della Nazionale Juniores, con 2 gol in 3 partite porta l'Italia alla conquista del prestigioso torneo di Montecarlo. In quell'occasione le avversarie degli azzurri fecero reclamo perchè l'Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano: l'UEFA intervenne, fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva Macina e tutti gli altri giocatori sammarinesi non poterono più vestire la maglia azzurra, pur continuando a non essere considerati stranieri a livello di club.

Macina è uno degli elementi più forti della squadra “Allievi” del Bologna che nel 1982 vince lo Scudetto di categoria e appena 17enne gioca 8 partite in Serie A, nella disastrosa stagione 1981/82. Nella tragica stagione 1982/83, che porta i rossoblù addirittura a sprofondare in Serie C1, le presenze in campionato sono 14 e i gol 2. Proprio durante questa annata avviene un piccolo ma significativo episodio che evidenzia bene lo spirito con cui Macina si approccia al calcio: essendo un giocatore molto tecnico, veloce e dotato di un dribbling difficilmente contenibile la giovanissima ala rossoblù si diverte a ridicolizzare in allenamento il suo marcatore - il rude terzino Logozzo - che esasperato, dopo l'ennesima figuraccia, molla un sonoro ceffone all'irriverente “cinno”. Macina è ingenuamente convinto che sia sufficiente il suo enorme talento per sfondare ad alti livelli e, forse anche perché ha alle spalle una famiglia benestante, non ha alcuna intenzione di trascurare l'aspetto ludico e divertente del gioco e fare i sacrifici necessari per diventare un vero calciatore professionista. Il sammarinese rimane ancora nel club felsineo dando il suo piccolo ma significativo apporto all'immediata risalita in B, segnando il gol della vittoria interna contro la Reggiana depositando il pallone in porta dopo un perfetto dribbling al portiere in uscita (che fissa il suo score totale nel Bologna a 4 reti in 32 gare) e ad ottobre viene ceduto all'Arezzo, in serie B. Poi cambia squadra ogni anno: Parma (B), Milan (il tecnico Liedholm stravede per lui, ma colleziona solo 5 presenze), Reggiana e Ancona (entrambe in C1), raccogliendo poca gloria e dando la netta sensazione di essere ormai il classico giocatore con un grande futuro dietro le spalle. Proprio mentre milita nella formazione marchigiana Macina si lesiona gravemente i legamenti del ginocchio e quando torna arruolabile, essendo in scadenza di contratto, decide di stare fermo 2 anni per diventare proprietario del cartellino e poter essere ingaggiato a parametro 0. Ma il mondo del calcio non è ancora maturo a recepire i dettami di quella che nel 1996 diverrà nota come “legge Bosman” (dal nome di un modesto quanto ostinato giocatore belga), così questa sua avventata azione di forza gli procura l'ostracismo dei dirigenti di tutti i club clacistici professionistici, costringendolo a concludere la carriera a soli 24 anni. Gli rimane solamente la Nazionale di San Marino, nella quale ha esordito fin dalla prima partita ufficiale giocata nel 1986 contro il Canada Olimpico, quando la rappresentativa della piccola repubblica ubicata sul monte Titano è affiliata all'UEFA ancora provvisoriamente (per il definitivo riconoscimento da parte degli organi calcistici internazionali bisogna aspettare il 1988), con la quale conclude definitivamente la sua avventura pedatoria nel 1990, dopo aver collezionato solamente 3 partite senza gol.

L'altro sammarinese a vestire la maglia rossoblù è Massimo Bonini. Dopo 7 stagioni passate tra le fila della Juventus, club nel quale ha vinto tutto sia in Italia che nel Mondo (a livello individuale vince inoltre l'importante premio “Bravo” 1983 come miglior giocatore under 24 che partecipa alle coppe europee), sulla soglia dei 29 anni i dirigenti bianconeri, ritenendolo ormai al capolinea, lo cedono al Bologna. Bonini è un buon mediano, che ha speso i suoi anni migliori al servizio di "roi" Michel Platini. Celebre una battuta del fuoriclasse francese, che sorpreso a fumare negli spogliatoi dal mister juventino Trapattoni, esclamò: "l'importante è che non fumi Bonini!". Nonostante la gran mole di lavoro e di energie spese durante la carriera, Bonini ha ancora molto da dare e in rossoblù dimostra di non essere solo un maratoneta, ma un centrocampista completo dotato anche di un discreto bagaglio tecnico.

Per far fronte al duro impatto con la serie A, nella stagione 1988/89 Maifredi si affida all'esperienza dell'ex juventino, che all'inizio è coinvolto nella crisi di gioco e di risultati del Bologna, poi cresce alla distanza (insieme a tutta la squadra) e trova anche il modo di segnare 2 gol decisivi negli scontri diretti con Pisa (1-0) e Cesena (2-2).

Nelle prime due stagioni nel Bologna Bonini dà un prezioso e sostanzioso contributo alla salvezza prima e alla qualificazione in coppa UEFA poi (1989/90, la sua migliore stagione in rossoblù), risultando spesso tra i migliori in campo e formando un'ottima cerniera di centrocampo con l'inseparabile amico Bonetti.

Nel 1990/91 esordisce nel migliore dei modi, segnando il gol vittoria a Lubino, nel primo turno di coppa UEFA, e nonostante la squadra rossoblù appaia fin dalle prime uscite inadeguata e troppo debole per sperare nella salvezza, Bonini tiene in piedi il centrocampo quasi da solo, fino al tremendo infortunio al ginocchio patito il 30 dicembre 1990, durante Fiorentina - Bologna, che lo tiene lontano dal campo per quasi un anno. Rientra il 10 novembre 1991, in Bologna - Reggiana 0 - 2, 11^ giornata della serie B 1991/92, ma anche a causa dell'avanzare dell'età non ritornerà più ai livelli di rendimento di prima dell'incidente. Nella sua ultima stagione in rossoblù (1992/93), colleziona solo 6 presenze, ed oltre all'onta della retrocessione in serie C1 deve subire lo smacco dell'assurda e immeritata esclusione dalla rosa della prima squadra (insieme ad altri "senatori") da parte degli scherani di Casillo (proprietario occulto, ma non troppo, del Bologna).

A livello di club la sua carriera termina nell'estate 1993, ma continua a indossare la maglia della Nazionale di San Marino fino al 1995, vestendo anche i panni del CT dal gennaio 1996 fino al 1998. La carriera di Bonini in Nazionale è particolare. All'inizio degli anno '80 gioca 9 gare con l'Under 21 dell'Italia in quanto la federcalcio di San Marino (FSGC) all'epoca non era affiliata alla UEFA ed i giocatori sammarinesi erano considerati al pari degli italiani. Quando, a causa del “caso Macina”, le regole cambiano a Bonini è vietato giocare con la Nazionale italiana e deve aspettare il 1990 per indossare la maglia del San Marino, quando gioca nello stesso girone degli ottavi di finale dell'Europeo Under 21 dell'Italia, ma non bastano le sontuose prove del biondo centrocampista per far passare il turno alla debole selezione sammarinese. Bonini è stato eletto calciatore del secolo di San Marino dalla FIFA.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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