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Periodo 1945-1952 (cap. 17)

  • Scritto da PuntoG
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Periodo 1945-1952


L'inverno del '45 era stato particolarmente duro per Bologna. La "linea gotica", ferma sugli Appennini, aveva fatto della pianura Padana l'obiettivo di pesanti bombardamenti. Non era certo il momento di pensare al calcio. E quando, nell'aprile del '45, la città fu liberata dagli alleati, anche il Bologna rinacque a nuova vita. E quando si pensò di rimettere assieme società e squadra, fu un plebiscito per l'uomo che aveva conquistato quattro scudetti in sei stagioni: un centinaio di appassionati promosse l'Assemblea dei soci, che si tenne al Modernissimo, uno dei cinema del centro rimasto in piedi, e il mandato per Dall'Ara fu unanime e caloroso.

Si trattava a quel punto di ricostruire, proprio come si vedeva fare tutto intorno. Soprattutto c'erano da sostituire nomi mitici: se n'erano andati Sansone e Andreolo al Napoli, il primo come allenatore e il secondo come giocatore. Questione di età. E se n'era dovuto andare anche Ettore Puricelli, compromesso col regime e in difficoltà in una città il cui sindaco Dozza era comunista. Dall'Ara aveva trattato la cessione di Puricelli al Milan, chiedendo in cambio Gino Cappello, un lungagnone dal naso arcuato e dalla classe cristallina che aveva ammirato in un match con i rossoneri. Assieme al fuoriclasse di origine padovana (davvero un talento come pochi altri se n'erano e se ne sarebbero visti) erano arrivati anche Todeschini e Ferruccio Valcareggi, il quale avrebbe poi conosciuto tanta gloria come commissario tecnico della Nazionale italiana.

Sulla carta la formazione che prese parte al primo campionato del dopoguerra (1945-46) non era male. In panchina Dall'Ara aveva chiamato l'austriaco Popovich, ma da gennaio, visti i non brillantissimi risultati, aveva puntato sulla mozione degli affetti, costituendo una commissione formata da Pietro Genovesi e Angiolino Schiavio, due nomi mitici. Eppure le cose non erano molto migliorate; sicché, da aprile arrivò Giuseppe Viola. Non in tempo però per conquistare uno dei primi quattro posti per partecipare al girone finale del Campionato Alta Italia. Sesto posto finale e una sola consolazione, la vittoria nella Coppa Alta Italia, che i rossoblu conquistarono nel turno conclusivo su Vicenza, Modena e Novara, con l'inserimento di Tatti, acquistato dalla Pistoiese, e con Gino Cappello capace di infilare 21 gol in 13 partite.

La stagione successiva (1946-47) si aprì in maniera assai confortante: per ben sette incontri il Bologna non subì una rete, dando gloria al trio difensivo: Vanz (ormai subentrato a Ferrari), con la protezione di Spadoni e Ricci, rimase imbattuto per 663 minuti. Ma la grandinata di Torino (4-0 per la Juventus) fece squillare il primo campanello d'allarme. Nel frattempo, Carletto Reguzzoni aveva lasciato la maglia rossoblu dopo una militanza di 14 stagioni con 379 presenze (terzo assoluto dietro Bulgarelli e Gasperi) e 145 gol (secondo solo a Schiavio). Una sostituzione per nulla facile. Ci provò Tatti, come poteva. Viola venne sostituito ad aprile da Lelovich e la squadra chiuse la quinto posto senza infamia e senza lode.

Imperava il sistema, e se ne rese conto anche l'ormai anziano Ermanno Felsner, richiamato alla direzione tecnica della squadra da Dall'ara nella stagione successiva (1947-48), con Lelovich confermato come allenatore. Fra i due non c'era accordo, ma soprattutto l'adozione ormai diffusa del sistema concorreva a mettere spesso in crisi le squadre ancora legate al metodo, come il Bologna appunto. Sicché non risultarono utili neppure gli arrivi dall'Ungheria di Horvarth, giocatore di valore ma presto rientrato alla base, e dei meno dotati Samu e Meszaros.

Molto più proficuo, come si sarebbe poi potuto verificare anche in seguito, l'arrivo da Budapest di Stefano Mike, arrivato come profugo. Con lui vennero pure Gritti, una mezzala di classe rimarchevole, autore del gol vittoria (dopo un'attesa durata trent'anni) il 1° febbraio 1948 sul campo della Juventus. In quel campionato, concluso all'ottavo posto, c'era stata anche una vittoria altrattanto storica, il 2 novembre 1947, sui campioni in carica, il Torino di Valentino Mazzola, grazie a una punizione di Gino Cappello, che non aveva nulla da invidiare agli specialisti di questi tiri.

Ancora un quinto posto nella stagione 1948-49: alla guida tecnica, ripartito Felsner dopo la terza apparizione in rossoblu, era arrivato, sempre dall'Austria, Tony Cargnelli. Ma soprattutto quello fu l'anno del debutto in prima squadra di un personaggio destinato ad alimentare la galleria dei campioni "bolognesi purosangue", dopo Della Valle, Schiavio e Biavati: si tratta di Cesarino Cervellati, prelevato da una squadra giovanile, il Tomasini, e lanciato all'Olimpico di Roma contro la Lazio: un debutto da brivido, visto che il Bologna venne sconfitto per 8-2!

Ma Cervellati avrebbe presto trovato il modo di farsi apprezzare adeguatamente per la sua velocità, accostata alla tecnica sopraffina di Cappello. Il quale proprio pochi mesi più tardi (22 maggio 1949) debuttò a Firenze nella Nazionale del dopo-Superga. Cargnelli arretrò Ballacci  a terzino a far coppia con Giovannini (il trio era completato dal portiere Vanz) mentre il "bombardiere" Mike con 21 reti terminava al terzo posto nella classifica dei marcatori.

Ormai i tempi reclamavano la rinuncia al metodo, in omaggio all'imperante sistema. Ma non era Cargnelli il più indicato: lo si capì fin dalla prima giornata del campionato (1949-50) quando l'Atalanta venne a maramaldeggiare allo Stadio (6-2 l'11 settembre 1949) con Ballacci che seguiva il centravanti avversario lasciando ampi corridoi al centro, nel quale i bergamaschi andavano a concludere. Dall'Ara corse ai ripari, sostituendo a novembre il tecnico con Genovesi (ancora lui!) d.t. e l'inglese Crowford allenatore. Proprio questi volle un mediano sistemista, e lo trovò nel danese Jensen che poi avrebbe fatto coppia col connazionale Pilmark. Le undici partite utili consecutive non bastarono comunque ad evitare il rischio di retrocessione fino all'ultima giornata: il quindicesimo posto con 32 punti, alla pari con la Lucchese, era il peggior piazzamento mai ottenuto dai rossoblu.

Meglio andarono le cose l'anno successivo (1950-51), quando dalla Danimarca arrivò anche Pilmark e dall'Inter un giocatore di classe superiore come Campatelli, un po' avanti negli anni ma a lungo inseguito da Dall'Ara (il quale gli avrebbe poi affidato la squadra a metà degli Anni Cinquanta). Con qualche magia del piccolo ed estroso Garcia e un rendimento più che accettabile, la squadra infilò cinque vittorie consecutive all'inizio, prima di subire 5 gol (a zero) allo Stadio ad opera della Juve. Ma ci fu il tempo per prendersi la soddisfazione di andare a vincere per 2-1 (il 26 novembre del '50) in casa del Milan, che sarebbe poi diventato campione d'Italia. Sesto posto finale, piazzamento che non avrebbe fatto prevedere le difficoltà dell'anno successivo, 1951-52.

Tutto nacque, probabilmente, dalla grande girandola di allenatori messa in atto da Dall'Ara, il quale non riusciva a trovare l'uomo giusto per la panchina: non convinto di Crowford, lo sostituì, ma solo per 5 domeniche, con Sansone, rientrato dal Napoli e destinato a rimanere più a lungo in società, come osservatore, talent scout (Garcia l'aveva segnalato lui), tecnico delle giovanili, confidente e uomo di fiducia del presidente. Poi a dicembre toccò a Galluzzi, finché nell'ultimo mese di campionato subentrò ancora Lelovich, giusto in tempo per andare a cogliere quel rocambolesco 2-0 sul campo dell'Udinese che, sommato al 2-2 della domenica successiva a San Siro con l'Inter, consentì ai rossoblu di evitare il baratro, per chiudere poi al sedicesimo posto, con 33 punti. Sarà, quello, il peggior piazzamento per il Bologna in serie A.

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