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Periodo 1961-1964. Arriva il 7° scudetto (cap. 19)

  • Scritto da PuntoG
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Periodo 1961-1964


L'andamento sussultorio della squadra affidata ad Allasio non poteva soddisfare Dall'Ara. Così il presidentissimo, con una di quelle intuizioni che lo resero celebre, pescò l'uomo che avrebbe aperto l'ultima era di autentico splendore del Bologna, riportandolo agli altissimi livelli di un tempo.

Autentico esteta del calcio, grande innovatore, Bernardini anche umanamente non era l'ideale complemento di Dall'Ara, il quale preferiva tipi sanguigni, pragmatici, alla Viani, alla Rocco. Però quel matrimonio s'aveva da fare. E "Fuffo", un tempo definito "er mejo sorriso der Terminillo", arrivò a Bologna con la voglia di confezionare un'altra impresa, sul tipo di quella realizzata con la Fiorentina, in grado di strabiliare tutti. Gianni Brera gli aveva affibbiato il soprannome di "dottor Pedata". Meritatissimo per un personaggio che è stato la storia del nostro calcio, realizzando - dopo l'impresa bolognese - anche una fondamentale "rivoluzione" nella Nazionale del '74. Assieme a Carlo Montanari, neo-direttore sportivo, discepolo di Gipo Viani, Bernardini aggiunse alla squadra alcuni tasselli che si sarebbero rivelati fondamentali. Dalla Lazio giunsero Franco Janich e Bruno Franzini, un pilastro della difesa e un generosissimo cursore di centrocampo. Il primo, addirittura, sarebbe poi stato uno dei più longevi superstiti dello scudetto. Ma Dall'Ara di suo aggiunse un ragazzino danese dal viso rotondo, che nell'estate precedente aveva fatto mirabilie ai Giochi Olimpici di Roma con la Nazionale del suo paese, risultando capocannoniere della manifestazione: Harald Nielsen, prelevato dal Frederikshavn, la squadra della sua città, e destinato a far delirare con i suoi gol i tofosi bolognesi.

Il resto della squadra dava già affidamento: in particolare, c'era Bulgarelli, che a 21 anni prometteva tantissimo e cresceva continuamente, c'erano Perani e Pascutti sulle fasce, c'era il positivissimo Fogli a dettare gioco a centrocampo. Una bella squadra, senza dubbio, una squadra tutta votata al gioco d'attacco. Che aveva però il difetto di subire troppo. Come si vede, per esempio, in quel campionato '61-'62, nello spettacolare 6-4 del 3 dicembre '61 col quale l'Inter risolse il confronto di San Siro a suo favore. Nielsen appariva davvero amletico: grandi pause, grandi assenze, poi guizzi scarni ed efficaci, e gol. Ma a Bernardini la cosa non andava. Così dopo le prime partite gli preferì Luis Vinicio, giocatore generosissimo ma ancor meno votato al gol (infatti alla fine furono otto le reti del danese e sei quelle del brasiliano). Solo nel finale Harald, detto "Dondolo" dal pubblico che l'aveva ormai adottato, esplode con quattro gol fra Torino e Mantova e uno al Vicenza. Fu quella, anche, l'ultima stagione di Cesarino Cervellati, impiegato sette volte in regia a centrocampo e poi passato a fare il vice di Bernardini: un altro grandissimo della galleria rossoblu, ottavo cannoniere di sempre con 86 reti, in una milizia iniziata nel '48-'49, è decimo nella graduatoria dei fedelissimi con 300 presenze. Il quarto posto finale, anche se Dall'Ara soffriva a vedere la squadra perdere regolarmente con le grandi dopo aver dato spettacolo con le squadre di medio livello, rappresentava il miglior piazzamento degli ultimi 20 anni, assieme a quello del '54-'55 (ottenuto sotto la guida di Viani, al quale il presidente era rimasto legato). In più era arrivato il successo nella Mitropa Cup, non più prestigiosa come prima della guerra, ma pur sempre importante. Merito anche di Allasio, che aveva superato le eliminatorie nel '61.

La stagione successiva, '62-'63, venne affrontata con un solo inserimento, di grandissimo peso però. Rivelato dai Mondiali che in estate si erano svolti in Cile (ai quali avevano partecipato anche Tumburus, Janich, Pascutti e Bulgarelli, debuttante con due reti contro la Svizzera) er arrivato dalla Germania Helmut Haller. L'inserimento di Haller portò un'ulteriore ventata di freschezza e di inventiva in una squadra che già produceva gioco di prim'ordine.

Arretrato Bulgarelli a gestire il traffico del centrocampo, Bernardini lasciò ampia libertà di movimento al tedesco, il quale esaltò col suo estro la concretezza in zona-gol di Pascutti (sempre a segno nelle prime tre partite). Il 14 ottobre, dopo lo spettacolare 7-1 al Modena allenato da Malagoli, ex rossoblu, il "dottor Pedata" non seppe trattenersi: "Così si gioca solo in paradiso", esclamò estasiato. Senonché, i rossoblu tornarono con altrettanti 3-1 dalle trasferte in casa della Juve, del Milan e della Roma. E quando - trovatisi in testa alla classifica alla tredicesima - vennero bastonati a domicilio dall'Inter per 4-0, Dall'Ara non seppe nascondere la delusione, ribadì che lui amava i tecnici come Rocco. Ci fu polemica con Bernardini, il quale non gradiva e aveva presente il problema. "E' una questione di maturità" andava ripetendo. "Io prima insegno i fondamentali ai miei giocatori, poi le tattiche. Per i grandi traguardi ci vuole tempo".

C'era anche il problema del portiere. Alcune incertezze costarono il posto ad Attilio Santarelli, sostituito da Cimpiel, e questi da Rado. Ma alla fine fu quarto posto a sette punti dall'Inter del "mago" Herrera, con 58 gol fatti, 2 più dell'Inter, e 39 gol subiti, 20 più dei nerazzurri! Nielsen capocannoniere, con 19 reti, assieme a Manfredini, annunciava di essere ormai un goleador di prima classe, una volta liberato dall'incubo di Vinicio, passato al Vicenza. In più, a primavera, era venuto il successo in Mitropa Cup sui cechi del Nitra (2-2 fuori e 3-0 al Comunale): nulla a che vedere con le coppe d'anteguerra, ma sempre un risultato confortante. Confermato dal 2° posto nella edizione del 1962 della stessa manifestazione, ottenuto nei mesi successivi alle spalle del Vasas Budapest, dopo aver eliminato Stella Rossa, Slovan Bratislava e Honved Budapest e poi, in semifinale, la Dinamo Zagabria.

Ormai, del resto, era stata messa a punto la "macchina" che avrebbe portato alla conquista del settimo e ultimo (per ora) scudetto della storia rossoblu. Dal Mantova era arrivato a risolvere definitivamente il problema del portiere "Carburo" Negri, un longilineo approdato già alla Nazionale guidata da Edmondo Fabbri, una vera e propria sicurezza. E il "dottore" aveva provveduto ad arretrare di qualche mertro Romanino Fogli, affidandogli la custodia della mezza punta avversaria. "Se riusciamo a prendere un po' meno gol, allo scudetto possiamo arrivarci pure noi", assicurava Bernardini, e Dall'Ara cominciava a crederci pure lui.

L'inizio del torneo '63-'64 vide, tra l'altro, tre 0-0 fuori casa (Torino, Spal e Inter) dimostrando che la squadra era cambiata, era diventata più concreta: continuava a segnare tanto, ma ormai subiva poco. Così la marcia cominciò a essere impressionante, nonostante il pubblico di tutta Italia continuasse a beccare Pascutti, sospeso dalla Nazionale per la reazione al fallo di Dibinski in Urss-Italia a Mosca.

Il 9 febbraio il Bologna rimase solo in testa alla classifica, grazie allo scivolone interno del Milan (0-1 con la Lazio): era venuto il gran momento. Ma poco dopo cominciarono a circolare le voci secondo le quali qualcuno (Bulgarelli, si disse) conosceva in anticipo quali squadre sarebbero state sottoposte al controllo antidoping. E i rossoblu non fecero a tempo a godersi il successo nella partita della verità del 1° marzo a San Siro col Milan, che seguiva al secondo posto in classifica a quota 32 con l'Inter, rispetto ai 34 dei bolognesi. Fu 2-1 finale, con Nielsen e Pascutti che ribaltarono il gol di Amarildo.

Ma solo tre giorni dopo, il 4 marzo, scoppiò il "giallo del doping". Nella stessa giornata il Milan aveva esonerato Carniglia, afidando la squadra al duo Viani-Liedholm, ma la notizia più importante arrivò dalla Lega: il Bologna era accusato perché erano state trovate tracce di anfetamina nelle urine di cinque giocatori (Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti) in occasione dell'incontro col Torino del 2 febbraio, stravinto da un Bologna da favola. Immediato il provvedimento del giudice sportivo: 3 punti di penalizzazione, 18 mesi di squalifica all'allenatore Bernardini e al medico sociale Igino Poggiali.

La CAF, alla quale il Bologna si era naturalmente appellato, riesaminò la vicenda e alle ore 16,20 del 16 maggio fu deliberato "di assolvere il Bologna, Bernardini, il dottor Poggiali per non essere stata accertata in forma non dubbia l'infrazione alle norme di cui all'art. 22 del regolamento di giustizia".

Il Bologna è innocente, gli vengono ridati i suoi tre punti che lo riportano al vertice della classifica alla pari con l'Inter (49 a 49). Vale la pena di sottolineare quel finale incandescente. Il "giallo della radiolina", con Bernardini sorpreso a suggerire le mosse tattiche a Cervellati con una ricetrasmmittente dalla tribuna dell'Olmpico, contro la Roma il 22 marzo; e poi la cosiddetta "Pasqua di sangue", con l'Inter che venne a vincere a Bologna il 29 marzo (gol di Corso e Jair, e di Furlanis) contro una squadra traumatizzata e priva di Nielsen, seconda e ultima sconfitta dopo quella con la Sampdoria all'inizio. I quattro punti da recuperare sembrarono troppi, fino alla sentenza della CAF a maggio, che restituì i 3 punti, consentendo ai rossoblu di tornare in testa alla pari con i nerazzurri. Una volata fino allo spareggio del 7 giugno a Roma, arbitro Lo Bello. Il primo spareggio del dopoguerra, ancora un supplemento per i rossoblu. Come nel '24-'25 e nel '28-'29, in occasione dei primi due titoli.

Roma porta ancora fortuna ai rossoblu, che superano l'Inter 2-0 gon i gol di Fogli e Nielsen, per il settimo titolo.

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