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Periodo 1981-1987 (cap. 23)

  • Scritto da PuntoG
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Periodo 1981-1987


Dopo tre salvezze conquistate in extremis, fra mille sospetti, e una stagione contrappuntata dalle nefandezze del calcio-scommesse, il 7° posto nel campionato '80-'81 (che senza i 5 ounti di penalizzazione sarebbe stato un ottimo 5°) sotto la guida di Radice rappresentava uno straordinario recupero di credibilità e di immagine per il Bologna e per Bologna.

Ma non fu possibile programmare un futuro con Gigi: attratto dall'ammaliante sirena rossonera (la trattativa con Rivera avvenne durante il Mundialito in Uruguay, a fine 1981, nella fazenda dell'ex compagno milanista Schiaffino) Radice tornò al Milan.

Il Bologna, che aveva assunto Paolo Borea come direttore sportivo, ripiegò su Tarcisio Burgnich, grande protagonista dell'Inter euro-mondiale di Herrera e della Nazionale Anni Settanta, ma tecnico con una sola esperienza in A (Catanzaro, 9°). Neumann, Mozzini, Chiorri e Chiodi furono i discutibili rinforzi; mentre se ne andarono Eneas, Dossena, Bachlechner e, a ottobre, Garritano e Vullo. Di fatto era stata smantellata una squadra che aveva fatto benissimo, e senza una logica di mercato.

All'inseperienza della panchina si sommavano gli squilibri di un ambiente piagato e non del tutto risanato dallo scandalo del calcio-scommesse: il super-ingaggio di Neumann, poi, aveva spaccato lo spogliatoio. Intanto la guida del presidente Fabbretti appariva sempre più malferma: era stato squalificato (un anno per omessa denuncia, in relazione al calcio-scommesse) perché denunciato dal suo ex braccio destroed ex vice-presidente, Fontanelli.

Priva dell'infortunato Neumann, la squadra non girava. Due sole vittorie all'andata, tanti pareggi, nonostante l'esplosione di Robertino Mancini, talentissimo che, debuttanto in A a 17 anni non ancora compiuti, segnava con grande continuità: 30 partite, cioè tutte, e 9 reti senza rigori, il suo splendido score finale.

Dopo una navigazione sempre con quattro o cinque squadre alle spalle, il 14 marzo dell'82 il Bologna incappò in un pesantissimo 4-1 sul campo di Cesena. Fabbretti propose la direzione tecnica a Edmondo Fabbri, con Franco Liguori allenatore. Poi qualcuno lo consigliò di puntare decisamente sul tecnico delle giovanili, ancor più inesperto di Burgnich.

Illusero la vittoria sulla Roma e il pareggio con la Juve avviata a conquistare lo scudetto. Quattro sconfitte consecutive (Napoli, Fiorentina, Udinese, al Comunale, e Genoa) precipitarono i rossoblu sempre più in basso. Così, nonostante il successo su un'Inter assai arrendevole alla penultima (3-1) per la salvezza sarebbe stato necessario vincere ad Ascoli e sperare nella sconfitta di Cagliari o Genoa. E ad Ascoli il Bologna andò in vantaggio con Mozzini. Ma i risultati del Genoa e del Cagliari (pari a Napoli e a Firenze) condannavano ormai i rossoblu quando Greco, dopo il pareggio di Torrisi, segnò la rete del 2-1 che sanciva la retrocessione.

Domenica 16 maggio 1982, in una giornata gonfia di afa grigia e irrespirabile, il Bologna usciva per la prima volta dalla serie A che l'aveva visto fin lì sempre presente assieme solo a Juventus e Inter. Era la fine di una gran fetta di storia rossoblu, e l'inizio di un calvario sportivo con l'onta della caduta in serie C.

Uomo capace di istintive intuizioni, Fabbretti pensò che per far digerire il rospo ai bolognesi, avrebbe dovuto fare qualcosa di speciale. Così il 25 maggio, nove giorni appena dopo la vergognosa retrocessione, annunciò che Radice sarebbe tornato a guidare il Bologna della rinascita.

Bruciato dall'esonero al Milan, Gigi er apieno di entusiasmo e pronto al bis, con David d.s. e Ferretti vice. Vennero ingaggiati Bachlechner di ritorno dall'Inter, Sclosa dal Torino e Frappampina dal Bari. Ma, mentre l'Italia diventava Mundial in Spagna, in quaranta giorni si rovesciò tutto. Martedì 6 luglio in una drammatica conferenza stampa Radice annunciava che non avrebbe guidato un Bologna privo di Mancini, ormai venduto dal presidente. Che l'indomani confermò: Robertino alla Samp per quattro miliardi.

Un affare incomprensibile, comunque oscuro, condotto in Svizzera, direttamente col presidente blucerchiato Mantovani, che nel frattempo aveva ingaggiato Paolo Borea come d.s., accettando anche in cambio giocatori non eccelsi come Galdiolo, Logozzo, Roselli e Brondi. La replica di Fabbretti fu velenosa: "Radice aveva trattato la cessione di Mancini alla Juve, l'affare voleva farlo lui. Sono gli allenatori di questo genere che rovinano le società". La polemica fu durissima.

Senza allenatore, violentemente contestato (vennero mandati in frantumi i vetri di una sua agenzia di assicurazione, e qualche irresponsabile appiccò anche fuoco agli infissi di casa sua), Fabbretti cercò un paracadute in Bulgarelli, strappato al Modena e riproposto come general manager, con Carlo Montanari direttore sportivo.

Difficile trovare un allenatore a metà luglio. Bulgarelli, dopo il no di Sonetti, dovette ripiegare su Alfredo Magni, che aveva dato il meglio si sè alla guida del Monza in B. Al raduno del 21 luglio, senza Neumann finito in Svizzera, ma con Gil De Ponti, la gente contestò anche Bulgarelli, acusato di dare copertura a Fabbretti. Gli abbonati, che dieci anni prima erano 14.600, scesero di colpo a 2.500.

A ottobre arrivarono Gibellini e Russo per l'attacco, Turone come libero, Guidolin a centrocampo. Ma la squadra non aveva anima, Magni era spaesato e dopo la sconfitta di Como, 7 novembre '82, fu esonerato: 7 punti in 9 partite, media da retrocessione, altro che da ritorno in A, da molti pronosticato.

Scelto Paolo Carosi, gran via vai di giocatori: partirono Fiorini (per l'ennesima volta), Pileggi, Brondi e Fabio Poli. Ma la situazione precipitò a livello societario. Giovedì 9 dicembre, infatti, Fabbretti venne arrestato dalla Guardia di Finanza per vicende legate alla gestione delle sue società di assicurazione e finì in carcere a Ferrara.

Si aprì una fase estremamente confusa. Mentre i giocatori lamentavano la mancata corresponsione di premi pattuiti sottobanco, si aprirono ipotesi di un ritorno in sella di Conti, scesero in pista anche Stagni, industriale bolognese, e l'ex consigliere Grillini. Ma tutto restò nelle mani della Finsport (la finanziaria di Fabbretti che controllava il Bologna).

Mentre in campo le cose non miglioravano e Bulgarelli e Carosi accusavano i giocatori di non lottare abbastanza, il 9 febbraio, dietro pagamento di una sostanziosa cauzione, Fabbretti uscì dal carcere. E solo cinque giorni più tardi si dimise da presidente conferendo pieni poteri a Enzo Mariniello, uomo d'affari cesenate, inesperto di calcio e ben presto contestato dai giocatori.

Nuovo contatto con Radice, il 3 marzo, mentre era già stato dato il benservito a Carosi (13 punti in 14 partite, forse il meno colpevole di tutti). Trattativa fallita per la richiesta del tecnico (120 milioni per tre mesi di lavoro) e nuovo ricorso all'eterno Cervellati, chiamato all'ennesimo miracolo, il più difficile.

Intorno alla società allo sbando si scatenarono tutti: nasceva "Forza Bologna '83", associazione promossa da Dino Sarti e Raffaele Pisu tendente a un azionariato popolare; un gruppo di soci di minoranza chiedeva la nomina di un amministratore giudiziale; e intanto c'era una denuncia per truffa a carico di Fabbretti e dei consiglieri Lodi e Nalon; infine il consiglio intero venne denunciato per falso nei bilanci di febbraio. I giocatori avvertirono il rischio di perdere altro denaro, il 10 aprile ci fu una furibonda lite sui premi negli spogliatoi di San Benedetto fra Mariniello e Colomba e compagni.

Il 15 aprile apparve per la prima volta Giuseppe Brizzi, fiduciario della Lusi, società che nel Bologna rappresentava le azioni di Fabbretti, vale a dire la maggioranza. Brizzi era stato contattato, per conto dell'ex presidente, da Ferruccio Recchia, ex collaboratore dell'Avellino e veronese come Brizzi, che nel dopo-Garonzi, da capo dei tifosi, era diventato anche presidente dei gialloblu.

Brizzi tentò di tranquillizzare con un po' di milioni i giocatori. Ma ormai era troppo tardi: quattro sconfitte di fila (Milan, Pistoiese, Como e Samb) stendevano la squadra. Così, dopo le ulteriori sconfitte con Cavese e Catania, arrivò la penultima giornata a Cremona. Il 5 giugno dell'83, in una giornata caldissima, soffocante, plumbea, quattro gol precipitarono impietosamente il Bologna nel baratro della C.

In dodici mesi una delle squadre più gloriose del calcio italiano conosceva l'ignominia di una doppia retrocessione. Del Bologna di un tempo non era rimasto davvero più nulla. E il fatto che a vivere questa dolorosissima esperienza fossero in prima persona Cesarino Cervellati e Giacomo Bulgarelli, due delle più gloriose "bandiere" rossoblu, non faceva che acuire il rammarico.

Il Bologna in C appariva un oltraggio a tutto il calcio, ma anche un'esemplare condanna per anni di conduzioni avventurose. I tifosi furono privati di uno spettacolo che avevano sempre finanziato di tasca loro.

Brizzi e Recchia, in ogni caso, intuirono la grande occasione, al contrario di molti imprenditori bolognesi poco lungimiranti, che non videro l'affare anche economico. Partirono Gibellini, Bachlechner, Colomba, Roselli, Frappampina, Marco Marocchi, Zinetti, Sclosa, Guidolin, Macina, Boschin, Pileggi, Sella. Restavano Logozzo, De Ponti e Paris, che si stava riprendendo da un grave infortunio patito a metà della stagione precedente. Gli acquisti non erano nomi non altisonanti, ma uomini adatti alla categoria: Bianchi e Maiani portieri, Bombardi e Zagano difensori, Donà, Ferri, Pin e Facchini centrocampisti, Frutti, uomo-gol doc. A guidare la truppa venne chiamato Giancarlo Cadè, 54 anni, uomo di grande esperienza e affidabilità.

Quando arrivò il Napoli in Coppa lo stadio era pieno come un uovo: slanci di un pubblico strano, costante nel suo affetto. Spesso sarebbero stati in trentamila a vedere squadre mai conosciute prima, come il Fanfulla di Lodi, battuto 3 a 2 nel benaugurante debutto del 18 settembre '83.

Cadè aveva costruito una formazione chiara: Bombardi e Logozzo in marcatura, Fabbri dietro, Donà e Ferri a spingere, Pin in regia, Facchini a rifinire, Frutti e De Ponti a finalizzare, Gazzaneo e Marocchi, due prodotti del vivaio, inseriti gradualmente. Eppure nasceva in contrasto con Recchia che si interessava troppo di questioni tecniche.

All'inizio dell'anno, in poco più di un mese due svolte. Il 6 gennaio Brizzi, considerato fin dall'inizio l'uomo di paglia di Fabbretti, rilevava la maggiornaza delle azioni per un paio di miliardi o forse meno, non senza dover battagliare con l'ex presidente. Poi il 19 febbraio venne il 2-0 a tavolino sul Vicenza per la monetina che aveva colpito il portiere Bianchi: risultato comunque importante, perché il Vicenza fino all'ultimo avrebbe insidiato la promozione, assieme al Parma, senza farcela.

Il 3 giugno dell'84 era un giorno speciale: era il ventennale della scomparsa di Renato Dall'Ara, al quale con una breve e suggestiva cerimonia venne intitolato l'ex Littoriale ed ex Comunale con un busto opera di Paolo Todeschini, scultore che fu anche giocatore rossoblu. Nello stesso giorno il gol di Facchini al 44' segnò la vittoria su un Trento ormai retrocesso eppure fin troppo determinato e valse la promozione a pari punti (48) col Parma. Da Frutti, con i suoi 16 gol, a Cadè, meritavano tutti un lunghissimo applauso. Compresi Brizzi e Recchia: vincere un campionato non è mai facile.

Comunque più difficile programmare un futuro adeguato. Si cominciò male, non riconfermando Cadè. Il d.s. Recchia pose l'alternativa: o lui o io. Così arrivò Santin, che aveva fatto buone cose alla Cavese per poi incappare in un esonero alla prima occasione importante a Napoli. E fra i giocatori Marocchino, ex talento juventino che la Samp non aveva saputo rivalutare, poi Greco e Romano, in prestito da Ascoli e Genoa, Piangerelli dalla Cavese (a lungo bloccato da un braccio ingessato), e Zinetti di ritorno dalla Triestina, e soprattutto Marronaro dal Monza, l'unico azzeccato. Partì, invece, Donà.

Senza chiarezza e tranquillità dentro e fuori dal campo, Brizzi e Recchia finirono sempre più nel mirino per questioni di immagini e di credibilità. Poi scoppiò la lite Santin-Marocchino, venuti quasi alle mani. Recchia si schierò a difesa di Marocchino e ottenendo l'esonero dell'allenatore il 17 ottobre, dopo cinque giornate nelle quali erano arrivate una vittoria tre pari e una sconfitta.

Arrivava così Bruno Pace, il simpatico mattocchio degli anni a cavallo fra i Sessanta e i Settanta: ma a Bologna non era più tempo di scherzi e di divertimenti. La squadra cigolava, Marocchino restava un enigma, meglio fece Marocchi che risultò il cannoniere con 6 gol.

Brizzi si rese conto di non farcela ad andare avanti da solo, così accettò di considerare l'offerta di Gaetano e Valerio Gruppioni, industriali dell'alluminio, azionisti della società, i quali rappresentavano sicuramente anche altri, a cominciare da Luciano Conti che non intendeva comunque esporsi in prima persona. Ci fu anche una drammatica riunione in casa dei Gruppioni, nella quale vennero registrate le richieste di pagamento in nero avanzate da Brizzi per mollare il Bologna. La cosa fece saltare la trattativa, anche perché i giornalisti erano nella stanza accanto. Intanto la squadra arrancava: fra il 3 marzo e il 2 giugno vennero otto pareggi e sei sconfitte, 8 punti su 28 disponibili e il rischio di una clamorosa retrocessione si faceva assai concreto.

Ma intanto Brizzi aveva già perfezionato il suo affare; e il 3 giugno annunciava di aver ceduto oltre il 50% delle azioni a Luigi, detto Gino, Corioni, un industriale bresciano, ramo sanitari da bagno, che era già stato in passato nel consiglio del Milan. Si parlò di quattro miliardi, ma altri avrebbe dovuto sborsarne Corioni per colmare vuoti che sarebbero sopraggiunti via via. Restavano bruciati per la seconda volta consecutiva gli industriali bolognesi: "Brizzi ci ha traditi" esclamò Gazzoni Frascara, presidente dell'Assoindustriali bolognese "c'erano i soldi e anche l'aiuto della Juventus".

Eravamo intanto alla vigilia della partita decisiva: il 9 giugno '85 alla penultima, il Bologna giocava a Varese un incontro delicatissimo, decisivo per la salvezza, e lo vinse grazie a una rete di Gazzaneo. Tre giorni dopo Corioni fece il suo ingresso in sede come nuovo patron. Brizzi era accanto a lui, per restare come presidente, ma la cosa sarebbe durata pochissimo. Su esposto di Corioni alla magistratura, il giudice Attilio Dardani (lo stesso che aveva indagato per Fabbretti) nel gennaio '86 mandò una comunicazione giudiziaria a Brizzi e Recchia per falso in bilancio e appropriazione indebita. Quello che davvero contava, in ogni caso, era che il Bologna si fosse salvato: tredicesimo a quota 36, sia pure dopo molti affanni.

Corioni mostrò di avere idee precise. Ingaggiò Carletto Mazzone, Nello Governato, ex calciatore ed ex giornalista, come d.s., e Tiberi al settore giovanile, con Mosconi e Adelio Moro uomini di fiducia. Arrivarono Ottoni dal Como, difensore affidabilissimo, Nicolini e De Vecchi, centrocampisti stagionati, Pradella dal Padova a ricostruire con Marronaro la coppia dei felici tempi monzesi. E ancora Lancini e Quaggiotto dall'Ospitaletto, altra squadra di Corioni salita in C1. Partirono Romano, Greco e fra molte polemiche parte anche Frutti.

Ma la città guardava con circospezione questo nuovo presidente venuto da fuori. La squadra dava la sensazione di poter fare bene, arrivò anche Limido dall'Atalanta a ottobre, ma l'andata si chiuse con soli 19 punti: De Vecchi deluse, Marocchino andava a sprazzi, Luppi denunciava qualche immaturità. Così, anche se nel ritorno i punti furono 22, arrivò solo il sesto posto finale, dietro l'Ascoli di Boskov, il Brescia, il Vicenza, l'Empoli e la Triestina. Vicenza e Triestina vennero poi penalizzate per il secondo episodio di calcio-scommesse, e a beneficiare della terza poltrona fu l'Empoli, nonostante successive indagini accertino coinvolgimenti del suo presidente Pinzani. Il Bologna chiese giustizia, ma i verdetti non cambiarono.

Cambiò invece Corioni che, deluso per la mancata promozione, scaricò Mazzone senza permettergli di mettere a frutto l'esperienza. Squadra a Vincenzo Guerini, bresciano come Corioni. Se ne andarono De Vecchi, Ferri, Limido, Piangerelli e soprattutto Gazzaneo (all'Avellino) un prodotto del vivaio sul quale sarebbe stato giusto insistere, ma anche uno dei pochi "pezzi" pregiati per incamerare denaro fresco. In cambio arrivarono Galvani dalla Cremonese, Stringara dal Siena, Musella e Sommella dal Napoli.

Ma soprattutto da sotto al Vesuvio tornò a casa Eraldo Pecci, il giocatore di maggior classe che il Bologna abbia avuto dopo Bulgarelli. Eraldo fu subito allenatore in campo. In Coppa Italia il Bologna si qualificò assieme all'Inter, poi eliminò negli ottavi nientemeno che la Roma, arrendendosi nei quarti al Napoli di Maradona. In campo stabilmente anche Renato Villa prelevato, dall'Orceana in C2.

Difficile coabitazione fra Pecci e Nicolini, troppi gol subiti, uno a partita, solo 9 gol Marronaro e 8 Pradella, esattamente come l'ex Frutti nel Modena. Troppo pochi 17 punti a fine andata, Bologna sest'ultimo a fine gennaio '87, dopo tre sconfitte interne con Catania, Pescara e Cremonese. Così alla ventinovesima per Guerini arrivò G.B. Fabbri, bolognese che coronava il sogno di allenare la squadra della sua città. Con buonsenso e simpatia Fabbri rasserenò l'ambiente chiudendo al 10° posto. Troppo poco. Così Corioni cominciò a progettare la rivoluzione.

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