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Periodo 1990-1993. Doppia retrocessione e fallimento (cap. 25)

  • Scritto da PuntoG
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Periodo 1990-1993 - Doppia retrocessione e fallimento


Se il Bologna finì per la seconda volta in B, e poi addirittura in serie C, la "colpa" fu tutta di Madama. Della sbandata che a Torino (prima Boniperti e successivamente Luca Montezemolo) avevano preso per Gigione Maifredi, considerato la risposta "zonarola" a quel Sacchi che nel milan aveva fatto bene da subito rilanciando il Diavolo ai massimi livelli.

I contatti erano stati avviati fin dagli ultimi mesi del campionato '88-'89, fra Boniperti e Corioni. Il Bologna stava portando a casa la salvezza dopo un avvio difficile nel suo primo campionato di A dopo il lungo purgatorio durato dal 1982 al 1988, con la triste parentesi della serie C. Il boss juventino disse che voleva Maifredi, legato per un altro anno al Bologna. Corioni si impuntò. Capiva che gigione era essenziale per dare stabilità a una squadra cresciuta sull'onda dell'entusiasmo di un gruppo di ragazzi affiatati e in sintonia con un tecnico emergente. Si trattava di fare il salto di qualità e il sor Gino intendeva farlo con Mainfredi al timone. Così si oppose al passaggio dell'allenatore sull'amatissima e ambitissima panchina bianconera, la più prestigiosa del nostro calcio.

Ma si trattò solo di un rinvio. L'anno successivo Gigi arrivò in pompa magna a Torino, aull'onda di un campionato quasi trionfale: 8° posto e qualificazione per la Coppa Uefa che a Bologna mancava da secoli. Quell'allenatore dai capelli argentati era proprio quello che faceva per Madama, che nel frattempo, conclusi i Mondiali, aveva al comando Luca Montezemolo, subentrato a Boniperti.

Così il Bologna si ritrovò senza uno degli artefici del miracolo. Maifredi aveva idee, intuizioni, una capacità di comunicare assolutamente di prim'ordine, sapeva guidare la squadra, rischiava solo di volare troppo alto, trasportato dall'entusiasmo e dalla convinzione che il vento della buonasorte potesse sospingerlo sempre più su, senza smettere mai di soffiare. Quello che conta è che il suo carisma gli consentiva di cavare il meglio da ognuno.

Corioni aveva commesso l'errore di privarsi malamente di Pecci. Eraldo, ammesso che non fosse più in grado di scendere in campo, sarebbe stato utilissimo come dirigente, per mantenere continuità nei rapporti con i giocatori. Ma in autunno dell'89 il discorso con Piedone si era chiuso. I risultati erano venuti. E al via della stagione '90-'91 si partì senza Maifredi, con un Corioni sicuramente meno convinto di prima. Anche perché notava l'indifferenza (se non proprio l'ostilità) dell'imprenditoria bolognese, che lo snobbava e non gli offriva quell'appoggio che lui si aspettava.

Corioni, del resto, era un buon conoscitore di calcio. Sapeva muoversi, aveva fiuto, e dimostrò di voler fare profitti cedendo alla Juve, come aveva fatto con Marocchi subito dopo la promozione in A, anche Luppi e De Marchi, due ragazzi ancora giovani ma già affidabilissimi. Squadra depauperata, guida tecnica affidata aun uomo imprevedibile come Scoglio: le basi per il fallimento erano ormai poste.

In più Corioni andava in cerca da tempo del colpaccio sul mercato straniero. Dopo l'errore nella scelta di Rubio al posto di Zamorano, ben più adatto del "pajarito" al nostro calcio, c'era stato quello di Geovani, passato senza lasciare traccia. Per il terzo anno di A puntò su Turkylmaz e Detari, oltre che sul confermato Waas. Non vide male del tutto. Ma Scoglio (e dopo di lui Radice) non disponeva di un gruppo in grado di affrontare campionato, Coppa Uefa e Coppa Italia.

Sì, anche in Coppa Italia i rossoblu erano andati avanti fino ai quarti, eliminando prima la Reggiana e poi il Modena nei turni iniziali, quasi a ristabilire la legittimità di una supremazia regionale messa in discussione negli anni precedenti con i rossoblu sempre in affanno. Poi, a febbraio, era arrivato il confronto col Napoli nei quarti e il Bologna era finito fuori.

Nella competizione europea si spesero le risorse fisiche e nervose più rilevanti. La squadra si ritrovò come prosciugata nei momenti cruciali del campionato, dopo aver superato rocambolescamente i primi turni di Coppa. Probabilmente la ribalta europea induceva i giocatori a un errore di prospettiva e di valutazione del loro effettivo valore come singoli e come gruppo. Così, mentre si gioiva per le belle prestazioni fornite in Uefa, non ci si preoccupava sufficientemente delle difficoltà che si incontrano in campionato. E quando arrivò l'eliminazione con lo Sporting nei quarti di Uefa, il Bologna si ritrovò come un sacco vuoto. La situazione precipitò rovinosamente e in tre settimane si compì il destino della seconda caduta in B.

Corioni, a quel punto, aveva sicuramente già maturato la decisione di mollare tutto. Gli industriali della sua città lo sollecitavano a prendersi il Brescia dimostrandogli quella stima e quel credito che a Bologna gli venivano negati. E così mollò la società a Gnudi e Gruppioni, fiaccato anche dalle contestazioni seguite alla retrocessione. "Finalmente il Bologna i bolognesi" si pensò improvvidamente.

In realtà dietro il volto curato di Piero Gnudi si nascondeva quello determinato di Pasquale Casillo. Il quale era interessato al Bologna per chissà quale ragione, magari economica, legata alle sue attività agricolo-industriali.

Il ritorno di Maifredi più che una sfida fu una furbata. Come se, magicamente, fosse possibile ricostruire il clima degli anni vincenti. Non fu così, infatti. Gigione era svuotato dell'entusiasmo di un tempo dopo la gran delusione patita nella stagione juventina. Non durò: lo sostituì Sonetti. Non c'erano progetti societari, gli acquisti erano di basso livello, il Bologna sembrava diventato un "cimitero di elefanti", per calciatori al capolinea della carriera. La salvezza agguantata in extremis, e per un solo punto, da Sonetti fu un campanello di allarme che nessuno volle ascoltare. E l'anno dopo si compiì il nuovo sacrificio per una società gloriosa e un pubblico appassionato e meritevole di ben altro rispetto.

Una gestione scandalosa, anche per i rappoorti con l'ambiente, da parte dei pretoriani di Casillo, che avevano letteralmente "commissariato" squadra e società. Vennero i fallimenti di Bersellini e, clamoroso, di Cerantola. Gnudi e Gruppioni che annaspavano mentre la gestione economica scricchiolava paurosamente. In campo pochissimi giocatori di levatura (Padalino, Pessotto, Iuliano e Negro, tutti ceduti alla fine, naturalmente). E alla fine un grande, insopprimibile dolore: vedere al timone del Bologna, che retrocedevaper la seconda volta in C, due autentiche glorie come Romano Fogli e Franco Janich. Non meritavano, loro come il Bologna e i bolognesi, questa umiliazione.

Ma intanto, grazie alla correttezza di un revisore, era già il tempo dei conti finali e dei libri in Tribunale per un fallimento inevitabile, come la retrocessione in C.

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