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CHIEDI CHI ERA HELMUT HALLER.

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Nel tempo che viviamo, sembra ormai rimasto solo lo sport, a farsi memoria civile e narrazione collettiva, filo rosso ed emozionato che trafigge il tempo e si sforza di raccogliere, in un’unica trama di ricordi e suggestioni, il senso delle cose e della vita.


Si tratta naturalmente di una forza indotta per difetto altrui, che segnala la preoccupante mancanza di più alti riferimenti condivisi e di reciproco riconoscimento sociale. Ma a volte è anche un’eccedenza virtuosa, una ridondanza felice, a ricordarci che in fin dei conti gli uomini hanno cominciato la propria storia sulla terra inventando fiabe e rappresentando eroi, prima ancora di costruire ogni altra sovrastruttura politica o comunitaria. O per meglio dire, iniziando a costruirle proprio con quelli.

Nell’epopea secolare della nostra comunità rossoblù, nelle rievocazioni dei cantastorie intorno al fuoco serale del nostro villaggio metropolitano, Helmut Haller era Ulisse, l’Orlando Furioso, l’ammiraglio Nelson. Nel racconto dei nostri nonni, e dei nostri padri, le sue imprese diventavano ogni volta pretesto conviviale, esercizio di memoria e mano tesa agli appassionati più giovani, per stabilire un contatto e un’intesa, e non cancellarli mai più. Intorno a quel fuoco serale, i nostri vecchi rianimavano ogni volta un mito, un evento, insegnandoci a ritrovarli nelle tracce e nelle ombre sfuggenti che si alzavano nel buio, e che loro ci chiedevano di ascoltare, come i loro antenati avevano chiesto di fare a loro (esistono davvero ombre che parlano, intorno ai fuochi della sera? I vecchi del nostro villaggio sostengono di sì).

Allora imparammo per la prima volta di come l’arrivo di Haller fu, per Bologna, innanzitutto una benedizione, e una riconciliazione. In una città ancora ferita e sconvolta dal ricordo dei gendarmi neri della notte crucca e assassina, Haller ci illuminava a giorno, con la sua faccia assolata. A una lingua tagliente e gutturale che avrebbe voluto colonizzare il mondo, Haller opponeva la resa mite e divertita alle cantilene sibilanti del nostro dialetto, alla cordialità rotonda delle sue frasi sconce e delle sue sentenze implacabili. E a pensarci bene, persino nel gioco calcistico Haller fu un barbaro all’incontrario, arruolato nelle legioni del console Fulvio e finito a Roma a respingere, in una memorabile battaglia campale, l’ultimo assalto delle orde longobarde, che lo consegnò per sempre all’epica e alla leggenda del nostro villaggio metropolitano (le fonti di qui in poi impazziscono e delirano, e ci raccontano dell’epilogo della sua militanza sportiva alla corte di una vecchia baldracca savoiarda. Ma deve trattarsi senz’altro di un falso storico, e di un’interpolazione successiva).

Poi, finita la guerra, Helmut era rientrato in patria, ma non aveva mai mancato di tornare e di esserci, ancora una volta e per sempre, in tutte le circostanze, sorridenti o luttuose, in cui c’era bisogno di lui, con questo regalando a se stesso il piacere filosofico di diventare ancora ciò che era stato, e a noi il privilegio di avere Ulisse a cena, e l’ammiraglio Nelson al tavolo di casa a giocare a Risiko.

Ora che Haller non c’è più, resta da chiedersi il perché di un destino così ostinatamente crudele per noi bolognesi, che ci priva ormai da troppo tempo, giorno per giorno e con una costanza infame, di tanti nostri eroi e di tanti nostri simboli della nostra storia. Come estremo omaggio alla sua faccia assolata, si potrebbe, però, provare a uscire dal dolore per la scomparsa di Helmut, e aprire la finestra. Potremmo immaginare che a Lucio e Roberto serva un baritono interstellare, che li aiuti a musicare l’universo. O che a Giacomo e a Maurizio manchi un compare a briscola, con cui stroncare finalmente il ghigno impunito di un angelo invincibile a carte.

Oppure, potremmo magari ancora allargare il campo, e immaginare semplicemente la morte come un dono luminoso e altruista, con cui le generazioni che restano adempiono alla promessa fatta a quelle che le hanno precedute: quella, cioè, di restituire a loro, che i loro eroi li affiancarono davvero a combattere contro i Troiani o contro Napoleone, la possibilità di riprendersi le persone che hanno amato, e non lasciarle mai più (e solo così, immaginando che lo spettacolo che viene smontato qui venga rimontato altrove, magari nell’erba di campo di qualche remota trincea celeste, potremmo spiegarci finalmente il perché i primi ad esserci portati via siano stati i due guerrieri più grandi di quella invincibile armata).

A noi che rimaniamo, resta affidato il compito di onorare ancora chi ci ha preceduto, che fu occhi, mani e voci, e oggi è forse sospiri tra gli alberi, silenzi della luna e danze di mare. E questo ravvivando sempre quel furibondo e bellissimo fuoco metropolitano, raccontando ai nostri figli “con tutte le cose e non solo a parole” chi era Helmut Haller, e rinnovando insieme a loro il mistero dolce di un’appartenenza che schianta i secoli, e il commovente segreto di una poesia umana che mormora nel vento (esistono davvero poesie e uomini che mormorano nel vento? I bambini del nostro villaggio sostengono di sì).


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