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LUCIO E BOLOGNA.

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Conoscere a memoria mille sue canzoni, e un anno dopo improvvisamente chiedersi: quanto di Bologna c’è davvero, nelle canzoni di Lucio Dalla? In quali canzoni la città ci passa dentro, ci esiste attraverso, ci lascia ancora tracce, odori, sensazioni, idee e possibilità di sé?


Bologna non c’è, intanto, nell’unica canzone di Dalla in cui, che io sappia, vorrebbe esserci sul serio, dall’inizio alla fine. La canzone si intitola "Dark Bologna", è una delle ultime del suo repertorio, ed è una canzone di plastica, artificiosa, poco convincente. Una panoramica da cartolina rapida e scolastica, che non funziona né per chi è bolognese e vorrebbe specchiarcisi dentro, né per chi viene da fuori e vorrebbe guardare in quello specchio facendo capolino da dietro.
Un giro turistico della città scorta in fretta dal vetro di un pullman, in cui vedi tutto e non capisci niente.

Bologna invece era già arrivata, piano piano e senza farsene accorgere, nelle canzoni di Dalla più raccolte e intimiste, che ti conducono lontano dal cuore dell’argomento per riaccostartici con la traiettoria più lunga, quella del ghirigoro divagante e centrifugo e che però, in termini di espressione artistica, è spesso il modo più breve per congiungere due punti. Più che un pullman piatto e ripetitivo, direi questa volta un taxi geniale e fraudolento, che con la scusa di portarti il più in fretta possibile a meta, perde tempo e nell’attesa ti fa scoprire tutto quello che le vive intorno.

“Cara”. “Quale allegria”. “Il cucciolo Alfredo”. “L’anno che verrà”. “Futura”. “Balla balla ballerino”. “Anna e Marco”. Le canzoni in cui l’anima del bolognese prende senso e nitore un po’ alla volta, come nei getti di colore progressivi di un quadro impressionista, e in cui si definisce e si precisa con calda inesorabilità, il carattere di un artista, e di una città: uno slancio carnale, esuberante verso la vita, che però nasconde sempre un lato buio e irrisolto di malinconia e solitudine.

A volte è un soliloquio primordiale e girevole da cui si entra e si esce continuamente, per rinascere e morire e rinascere ancora, senza fine (al maschile), e senza fine (al femminile). “Quale allegria” o “L’anno che verrà” sono proprio canzoni così, in cui si parte da un sospetto di infelicità, si precipita dentro un buco di disperazione, e si risale pazientemente alla luce, sorridendo tra le lacrime. E a ricantarla ancora, si ricomincia il giro-girotondo, all’infinito. In altri casi, quel colloquio circolare con le proprie allegrie e con le proprie angosce si spezza all’improvviso nel sonno rettilineo che (non) arriva al termine di un amore finito (“Cara”), nella speranza di una nuova nascita che declina al femminile tutta la residua e possibile bellezza del mondo (“Futura”), nella costruzione provvisoria di un amore labile, che da una sponda all’altra di un sentimento prova a lanciare un arcobaleno di senso sull’abisso di una vita che non ce l’ha (“Anna e Marco”). Bologna questa volta sì e per davvero, dall’inizio alla fine.

Giacomo Leopardi, soggiornando a Bologna nel 1825, scrive ai suoi familiari che la nostra città di giorno è “quietissima, allegrissima, ospitalissima”, ma che di notte è brutta, pericolosa, assassina. Chissà che, fuori dalla scorribanda ciclotimica della sua anima, a turno piena di eccitazione e di terrore, di esaltazione e di tragedia, il Poeta inarrivabile della luna gelida e delle ginestre in fiore non avesse già capito meglio di tutti questo nostro impasto di luce e di tenebra, questa nostra ambivalenza disperata e cordiale, scorbutica e amabile (e qui, ancora, Lucio Dalla, nel Grande figlio di puttana: “sotto l'ombra del cappello/non ti fa capire mai/se tira fuori il suo coltello/o ti chiede come stai”).

Nel suo sorriso immobile e affettuoso, nella sua dolcezza calorosa e lontana, Maurizio Cevenini si portò dietro un po’ di morte per tutta la vita, ma nell’ultima notte della sua morte, prima di precipitare salì verso l’alto e cercò ancora vita, aria e cielo. Giacomo Bulgarelli si portò dietro tanta vita in tutti gli assaggi di morte dei suoi ultimi anni, e con quella vita provò fino alla fine a disgustare la morte (Pasolini, ai tempi dello scudetto, gli propose di recitare in un suo film, e Bulgarelli gli rispose che doveva giocare, e non aveva tempo. Forse Bulgarelli rispose così anche alle proposte della morte, fino all’ultimo secondo: devo ancora giocare, e non ho tempo).

Bologna c’è, ancora, nel verso celeberrimo di una canzone di Dalla sconcia e scapricciata, ma anch’essa forse con un retrogusto amaro, “Disperato erotico stomp”: “gli ho detto che nel centro di Bologna/non si perde neanche un bambino”. Col che ci viene restituita, con tenerezza disarmante e semplice poesia, la bellezza architettonica della nostra città, delle sue vie romane, poi longobarde, cristiane, medievali. La logica squadrata e ritornante delle sue strade e dei suoi vicoli, l’abbraccio tranquillizzante delle sue piazze e delle sue chiese: una città che fa perdere i bambini, e poi li riporta a casa (un altro Dalla, ma forse ancora Bologna: “cosa sarà/che ti getta nel mare/e ti viene a salvare”).

Bologna, infine, esiste e palpita nelle canzoni notturne di Dalla, anche in quelle in cui il pretestuoso altrove, è ancora un modo per ritornare qui. “La sera dei miracoli”; “Il parco della luna”; “Chissà se lo sai”; “Com’è profondo il mare”. Chi è abituato a passeggiare da solo per la nostra città, nelle ore del sole e soprattutto in quelle dell’oscurità, ritrova dentro quelle canzoni, piene di pause assorte del cuore e di tagli di luna infilati di sbieco tra la maestosità delle torri e il gigantismo vanitoso dei suoi monumenti, tutto il mistero del silenzio notturno di Bologna. Quel silenzio in cui senti le muraglie di ombre che ti guardano, e i palazzi che ti invecchiano accanto. In questo senso, coi suoi portici srotolati verso l’infinito e i suoi viali alberati, Bologna di notte diventa una città psicanalitica: ti sdraia sul lettino, e ti lascia tutto il tempo del mondo per camminarla da solo e senza fretta, e intanto parlarle e parlarti di te ("attraversano la notte a piedi/per truffare la malinconia").

Umberto Eco dice che i vecchi di Bologna, che al mattino, col loro incedere incerto, a volte bloccano la corsa spazientita e affannata degli altri passanti, gli hanno insegnato il gusto e il piacere della lentezza. Forse anche la notte di Bologna è così: tutti i nostri antenati vecchi e lontani che non ci sono più, e che ritornano invisibili a popolare le nostre strade e a mettersi davanti a noi e precederci, per calmarci il passo e restituirci d’improvviso la comprensione reale delle cose. (“E la notte col suo silenzio regolare/quel silenzio che a volte sembra la morte/ mi dà il coraggio di parlare/ e di dirti tranquillamente/ e di dirtelo finalmente/che ti amo, e che di amarti non smetterò mai”).

Tornando alla mia domanda iniziale, finalmente ho trovato la risposta. Bologna c’è in tutte le canzoni più belle di Lucio Dalla. C’è soprattutto in quelle in cui non c’è, in cui si nasconde, in cui scompare all’improvviso dietro l’angolo di un vicolo buio, come un’amante sdegnosa che non ti vuole più, ma che in realtà è lì che ti aspetta fino a quando finalmente ti degnerai di andare a riprendertela. Nelle canzoni di Dalla Bologna in realtà c’è sempre, ti prende per mano, ti trattiene, ti toglie il fiato, e non ti lascia più. Come se, di lì in poi e per tutta la vita che resta o che se ne è andata all’improvviso, per Lucio e per noi tutti, “andare lontano/fosse uguale a morire”.


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