L'elmo di Valdir Peres
La partita più importante della nostra vita.
Poche storie. Delle partite di calcio Italia-Brasile, a quelli della mia generazione non è mai importato nulla.
Ci ha fatto modestamente ribrezzo, per cominciare, l’amichevole in passerella di qualche giorno fa, tutta leccata e patinata e allampadata, priva di senso e ragionevolezza come un’assoluzione di Davide Lippi o un congiuntivo di Matarrese.
Non ci smuove il sangue la finale messicana del 1970, perché la radiolina in culla non prendeva bene, e onestamente non abbiamo mai saputo il risultato finale. Perché Valcareggi rinverdì il genio italico di quelli che affrontarono la campagna di Russia con Rivera in panchina, e Pelè con le baionette (o viceversa, non mi ricordo). E perchè comunque i più forti della terra allora eravamo noi (loro, infatti, venivano da Saturno).
Abbiamo già rimosso da tempo lo spareggino di consolazione del mondiale argentino del 1978, perchè il coito interrotto di una finale mancata rese inutile ogni ulteriore avance alla femmina carioca, e la sciabolata conclusiva con cui il povero Dirceu trafisse il povero Zoff valse più o meno come piantare un paletto di frassino tarlato nel cuore di un vampiro senza denti.
E non ci tange neppure troppo la finale in America del 1994, giocata dentro al Sahara Square Garden alle due di pomeriggio tra i cammelli, i beduini e gli scorpioni, perché ci siamo rifiutati per sempre di attaccare alle pareti del nostro museo calcistico la crosta postmoderna di Dunga, e schiodarci invece l’affresco delicato e michelangiolesco di Baggio. E perché tutte le bottigliette d’acqua che allora guizzavano come salmoni bianchi dalla panchina a idratare i nostri esausti guerrieri, prima e dopo i rigori, le avremmo dovute prendere noi, da casa, al volo, prosciugati come eravamo di umori acquei e di adrenalina, oltre che dagli orari al calor bianco della fifa, e della FIFA (quelli erano i tempi in cui si dava ancora da bere alle persone assetate).
Poche storie. Di partite di calcio Italia-Brasile, a quelli della mia generazione, non ne interessa nessuna. Nessuna, voglio dire, tranne una. Quella che si è giocata il 5 luglio 1982 allo stadio de Sarrià di Barcellona, campionato mondiale di Spagna, ultimo incontro del girone eliminatorio. La partita più importante della nostra vita.
Diciamo subito che a quell’appuntamento arrivammo con l’eterno pedigree nazionale del patema, con le stimmate sportive del sangue del sudore e delle lacrime, che nessuno ci lava più via dalle mani dai tempi di Dorando Pietri. E infatti, gnomi pallidi, storti e nervosi, ci toccò in sorte, al crocicchio fondamentale di quel torneo, l’armata splendente e in ottima salute dei fortissimi giganti brasiliani. Con in più un carico da undici capace di schiantare Gulliver, e figurarsi un lillipuziano: l’obbligo per noi di vincere la partita, perché, col pareggio, alla semifinale sarebbero passati i nostri avversari.
Strano destino, quello degli italiani dello sport. Quando partono per la festa da favoriti, si perdono subito per strada, piagnucolano, si rintanano in camerino, si fermano in albergo a litigare con le maestranze, i raccattapalle, le donne di malaffare. Esitano, recalcitrano, scuotono la testa, poi si ritirano per un mal di gola, un difetto della divisa, un ingorgo del traffico, una scusa qualsiasi per mascherare l’atavica pavidità da papabili vincenti: cocchi di mamma, piezzi de core e de corea, che levano presto le tende e rincasano a testa bassa all’aeroporto, dove in genere li aspettano uova e pomodori, oltre che naturalmente il conto dell’albergo.
Quando invece non se li degna nessuno, quando sembrano solo passeri invitati per sbaglio a un ballo di aquile, ecco che d’improvviso rialzano la testa, mandano fumo dalle narici, e danno il meglio di sé. Perché per vincere hanno bisogno di correre la maratona di Nairobi il 15 di agosto all’una di pomeriggio, con indosso il cappotto, il colbacco, i guanti di lana e due palle di ferro legate ai piedi, braccati da leoni che non mangiano da tre giorni, da caimani col verme solitario e da miliziani daltonici del Ku Klux Klan che sparano a vista su tutto quel che si muove.
Il giorno di quella partita del 1982, io avevo poco più di dodici anni. Ero in quell’età impaziente e indecisa in cui hai terminato da un pezzo di essere bambino, e per un pezzo ancora dovrai aspettare a diventare uomo. Stai per lasciare alle spalle il confortevole porto della casa e dei genitori, e già intravedi all’orizzonte il mare bellissimo e feroce della vita, delle donne, degli altri. Il tempo è ancora un cavallo a dondolo che ti culla placido in un immobile presente, ma già avverti la smania di scendere, di aprire la porta, di andare a piedi.
In effetti, tra i soldatini di plastica del giorno prima, e le ragazzine di carne che già ti agitano qualche sogno e qualche veglia, il calciatore, per l’immaginazione campale dei tuoi dodici anni, è un compromesso onorevole. Soldatino di carne schierato in veglia per il campo, ancora capace di un magnetismo occulto e di una misteriosa sensualità, a lui affidi il compito di vincere in tuo nome, e una volta per tutte, le ultime battaglie all’arma bianca della tua fantasia e della tua infantile emotività.
Il Brasile di quel giorno, dicevo, era di imponenti Uomini d’Oro apparentemente invincibili. L’algida compostezza geometrica di Socrates. L’implacabile genio esecutivo di Zico. La faccia impunita da guappo paulista di Eder. I calzettoni fintamente svampiti di Cerezo. L’esperienza sapiente di Junior. L’efebica agilità di Falcao. Bel quadretto divino in cima all’Olimpo, in cui scorgevi in foto, da sinistra a destra, Giove Marte ed Apollo, e stupendamente accosciate in basso Venere, Giunone e Minerva.
A guardare bene il ritratto, però, come in quei disegni della settimana enigmistica a cui giocavi da ragazzino, a un certo punto sospettavi l’intruso, o le dodici piccole differenze rispetto all’originale.
La prima enigmatica differenza, da irrisolvibile quesito con la Susi, era Serginho, improbabile centravanti brasiliano con la permanente e le scarpe ortopediche, che sembrava il passante col cane che arruolavi all’ultimo minuto nella tua squadra ai giardini, quando dovevi pareggiare per forza il numero di dopolavoristi che giocavano contro di te.
Il secondo inconcepibile intruso, la cui soluzione non trovavi nemmeno alla pagina quarantasei della settimana enigmistica, era invece il portiere, Valdir Peres, (familiarmente ribattezzato dai suoi estimatori Valeadire Perdi), un lungagnone insensato e calvo, che più che un passante ai giardini assomigliava direttamente alla cartella che usavi come palo.
Nell’Iliade, Omero racconta che, prima di ogni battaglia, Achille indossava un elmo dalla frontiera alta e lucente: e questo perché, una volta che il sole vi battesse sopra, i nemici troiani ne scorgessero subito il bagliore, e si tenessero ben lontani da lui, sapendo quale guerriero invincibile fosse.
In effetti, anche Valdir Peres montava in capo una stupenda frontiera spelacchiata, o fresca di barbiere. Ma a fissarla dritta, chissà come mai, non riuscivi né a scapparla, né a combatterla, perchè ti veniva da fermarti subito a bordo campo a ridere come un ebete, quasi avessi appena visto un soldato greco con l’elmo montato alla rovescia.
Gli gnomi nervosi che allora contrapponemmo a quell’armata di giganti, ce li ricordiamo tutti, uno per uno, ed è superfluo snocciolarne i nomi. Basti raccontarne le facce, allora: smunte, tetre, con gli occhi sbarrati, la bocca che supplicava ossigeno fin dai primi minuti di riscaldamento, la voglia di essere altrove di un peso piuma che sta per affrontare un peso massimo, e guarda verso l’uscita sperando nell’arrivo della polizia che sgomberi i locali, perché qualcuno ha telefonato che c’è una bomba.
Giganti contro gnomi. Mike Tyson contro il ministro Brunetta. Enzo Bearzot che ha appena telefonato alla polizia da bordo ring, trovando occupato. Il concetto è chiaro, la giornata è limpida e poco ventosa, e allora si parte.
Dopo appena cinque minuti, l’Italia è in vantaggio. Apertura orizzontale di Conti per Cabrini, cross al centro dalla trequarti, e Paolo Rossi, l’ultimo gnomo attardatosi in territorio nemico dopo la ritirata, si fa largo col machete tra i fili d’erba, incrocia di testa a tre metri dalla porta, e fa secca la cartella Valdir Peres, che nel frattempo si era buttato dall’altra parte perché stava cercando il libro di educazione tecnica.
Uno a zero per noi, e via andare. I giganti non fanno una piega, sbadigliano, sorseggiano un tè, hanno altro a cui pensare. Nessuno da casa si fa illusioni, come quando una bella donna ti guarda, e sai che è solo perché sul colletto della camicia ti è rimasto attaccato lo scontrino della lavanderia. Presagiamo già l’inaudita sofferenza, e sappiamo che i miliziani daltonici del Ku Klux Klan stanno solo ricaricando i fucili.
Infatti, nel lampo deflagrante di uno sparo, il Brasile pareggia. Solita fitta trama di passaggi a centrocampo, apertura smarcante di Zico per Socrates (oggi si direbbe “assist telefonato”, ma non rende ancora l’idea. Suona meglio così: assist recapitato a domicilio con un piccione viaggiatore cieco da Sidney a Stoccolma, con scalo intermedio a Città del Capo). Socrates, che ha la freschezza atletica di Ironside, ma in compenso è molto più lento, entra in area, avanza con la palla tra i difensori azzurri, dondola, si ferma, fuma una sigaretta, prosegue, si ferma ancora, detta a Platones la stesura dell’Eutifrone, si allaccia le scarpe, si rialza, si guarda intorno, e uccella Zoff con un tiro rasoterra e imparabile (vabbè…) piazzato di giustezza sul suo palo. Il nostro portiere resta attonito e butta la testa all’indietro, come una spaccata di nuca della Carrà.
Ebbene sì, è accaduto. Abbiamo tolto lo scontrino dal colletto, e la bella donna non ci guarda più. Abbiamo preso un gol in velocità da Socrates. Come farsi ingravidare da un eunuco. Come subire scacco matto alla prima mossa di pedone. So di non sapere, e dunque so. Ironia socratica, appunto.
Qui, però, soccorre ancora l’Olimpo, e la sua imprevedibile magia. Le Parche erano antiche divinità pagane. Erano in tre, ed erano le artefici di ogni destino umano. Una distendeva il filo della vita di ogni individuo, l’altra lo svolgeva sul fuso, la terza lo tagliava, quando era venuto il momento di abbassare il sipario. Dee crudeli e intoccabili, erano temute persino da Giove, che non poteva mettere becco nei loro orditi.
Sembravano proprio le tre Parche, i brasileri Junior, Cerezo e Leandro, intorno al venticinquesimo del primo tempo, mentre ricamavano tranquilli un innocuo disimpegno col pallone, qualche metro fuori dalla loro area di rigore. E ne avevano ben donde, d’altra parte: l’unico filo che non dovrebbe interrompersi mai, è proprio quello che le dee tessono per sé stesse, trattandosi di creature infallibili e destinate a vivere per sempre.
Ma a volte, imprevedibilmente, il mito si rovescia, gli dèi muoiono, e gli uomini conquistano l’eternità. Nella fattispecie, è il piccolo mortale Paolo Rossi, vindice di miliardi di consanguinei già scuciti a suo tempo dalle tessitrici, a insinuarsi nell’infernale meccanismo del filato, e a mandarne all’aria gli ingranaggi. Con le sue forbicine da unghie, Rossi trancia di netto il cavo d’acciaio che teneva in vita il trio difensivo della filanda brasiliana, intercetta la palla, s’invola verso la porta, fredda Valeadire Perdi con un tirino secco e preciso, e per la seconda volta porta in vantaggio gli azzurri.
Quarantacinquesimo. Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata. Oppure no. Al riposo si va pur sempre sul due a uno per noi, e la serata potrebbe rivelarsi non così inutile, anche perché è pomeriggio.
Secondo tempo. Gli dèi verdeoro non cambiano passo, e non cambiano stile. Hanno già l’albergo prenotato per la semifinale, figurarsi se possono farsi impaurire dal capomastro lombardo Gaetano Scirea, dall’indio di Nettuno Bruno Conti, dall’anemico abatino toscano Paolo Rossi.
Le marcature sono larghe, le squadre si dilatano, il ritmo langue, quella è l’ultima frontiera di un calcio arioso, alberato, senza smog. Allora c’era ancora il west, e il campo era una prateria infinita da cavalcare adagio, tutti insieme, a passo d’uomo. Di lì a poco arriveranno la locomotiva a vapore e il palo del telegrafo, cioè il pressing, i tatticismi asfissianti, l’aggressione a mano armata degli spazi. Ma in quell’afoso luglio del 1982 si poteva ancora giocare in pace ai cowboy e agli indiani, senza sapere bene se all’Italia fosse toccata in sorte l’ascia, o la carabina.
La partita, in effetti, sembra pian piano addormentarsi. Il Brasile si sta lentamente consumando di presunzione, i suoi esterni non quagliano, Zico sembra sempre sul punto di tuffarsi in acqua come un Narciso innamorato di se stesso, e Serginho, in mezzo all’area, è pronto da un pezzo a rincasare, perché il cane ha già fatto pipì. Ma come sempre, l’inghippo è dietro l’angolo.
Paulo Roberto Falcao, che fino a quel momento aveva sonnecchiato in mezzo al campo in attesa di scappare a Brindisi con gli americani (per questo lo chiamavano il re di Roma), ha un improvviso sussulto di dignità, impugna la bandiera nazionale, e fa il provvisorio miracolo. Conquista un pallone a centrocampo, si avvicina all’area azzurra senza troppi contrasti, e finta di andare alla sua destra. I suoi diretti avversari beccano come bambini, si producono in una brillante performance da nuoto sincronizzato su prato e si muovono all’unisono proprio in quella direzione. A quel punto però Falcao scarta improvvisamente a sinistra, punta la porta, vede spalancarsi un varco grande grande come il cuore di un ultras del Bologna, e fa partire un diagonale terrificante che si insacca nell’angolo opposto, alle spalle dello smarrito Zoff.
Due a due. Questa volta il colpo sembra proprio quello del knockout, e siamo già tutti pronti a imbarcarci sul traghetto per il nirvana (per gli orari chiedere a Cofferati, che già allora li sapeva tutti). Stavolta è davvero finita, gli dèi vincono e gli uomini perdono, rien ne va plus, e qualcuno si ricordi di dire a Valdir Peres che alla prossima partita deve girare l’elmo dall’altra parte.
Per fortuna, però, l’elmo per il momento resta al suo posto, e il Brasile, nonostante il pareggio lo qualifichi alla semifinale, continua a suonare la carica, e a cercare la vittoria. Probabilmente non ha la squadra per fare le barricate, e non ne è capace, e dunque gigioneggia, cincischia, si crede ormai il micione furbo contro il topino scemo.
Gli undici Uomini d’Oro, nella circostanza, fanno la figura del dodicesimo, cioè Goldfinger, al capezzale di James Bond. Hanno appena intrappolato l’agente segreto più furbo del pianeta, l’hanno legato, disarmato e narcotizzato, ma invece che piantargli subito un confetto di piombo in fronte, escogitano un marchingegno ben più perverso e complicato per finirlo. Un aggeggio cervellotico che funziona coi raggi Gamma, che si attiva solo con la congiunzione planetaria di Urano e Mercurio, che richiede la pronuncia di dodici formule magiche, del codice fiscale di Luca Cordero di Montezemolo e della recita a memoria di tutta la sigla di Jeeg Robot d’acciaio. Col brillante risultato per cui, dopo qualche secolo di attesa, mentre Goldfinger è ancora lì che canta “vola e vaaaaa, per la terra vola e vaaaa, tra le stelle”, James Bond si libera tagliando la corda con le unghie, che nel frattempo è riuscito a farsi crescere lunghe come un coltellino svizzero.
Dunque, nonostante il presagio di vittoria, per gli impavidi Uomini d’Oro l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare. Nemmeno il tempo di rifiatare, nemmeno il tempo, per noi, di infilare la testa sotto la mannaia e vederci calare la lama addosso, che torniamo in vantaggio per la terza volta.
Calcio d’angolo di Conti, palla che spiove al limite dell’area. Tiro di controbalzo di Graziani, la palla arriva a Rossi, che in giravolta la arpiona con l’uncino a un metro dalla porta, e invece che forarla la tiene viva, e la sbatte dentro. E i gol sono tre, e tutti suoi. Che fenomeno, ragazzi: dopo il machete, le forbicine da unghie e l’uncino, possiamo davvero insignirlo del titolo di nostro strepitoso gnomo da taglio.
Anche perché questa volta lo sfregio sulla faccia del gigante brucia, e brucia davvero. Ora il Brasile trema, barcolla, per la prima volta sembra Polifemo con la trave conficcata nell’occhio e le pecore che gli scappano fuori dalla grotta. Urla, si dibatte, si indigna, chiama a raccolta gli altri ciclopi, che invece vogliono dormire.
In effetti, visto che i ciclopi pisolano beatamente tra le braccia di Morfeo, per noi sembra fatta. Il cronometro corre, il fiato evapora, il gioco latita (quelli erano i tempi in cui tra Italia e Brasile a latitare era solo il gioco, e non Cesare Battisti).
C’è il tempo, però, di un’ultima minaccia di colpo apoplettico. Manca un minuto e mezzo alla fine, i brasiliani sono tutti avanti, alla disperata ricerca del pareggio. Eder, il guappo paulista, scodella l’ennesimo pallone in area. I nostri difensori, impietriti dalla fatica, restano immobili. O meglio, si guardano alla moviola restare immobili, mentre al centro dell’area si alza a incornare di testa Paulo Isidoro, entrato qualche minuto prima al posto dell’inutile Serginho.
Col gelo nel sangue, guardo la traiettoria di quel tiro. Quello è gol, matematico. La palla di Paulo Isidoro è bassa, angolatissima, maligna. Zoff si lancia sulla sua sinistra, così, per fare presenza, mica per provare a prenderla. Chiudo gli occhi. Si, è gol. No, non è gol. Toglietevi dal davanti che tutto mi si annebbia e non riesco a vedere bene.
A quel punto, però, accade l’impensato. A sorreggere e accompagnare in tuffo il proprio portiere sull’ultimo chilometro della propria linea di porta, come si fa con una rockstar che si lancia in mezzo al pubblico, in quell’istante si fa avanti, inaspettatamente, tutta l’Italia.
C’è il paese di sempre, quello futile e geniale, vigliacco ed eroe, infreddolito di paura e accaldato di coraggio come un impossibile maratoneta di Nairobi. C’è l’Italia stremata e terrorizzata degli anni ’70, che in quel momento ha già intravisto la fine del tunnel, e ora chiede a gran voce di iniziare la sbornia inevitabile del decennio successivo, che è appena iniziato e che non promette male. C’e anche il suo stravagante e dolcissimo presidente della Repubblica, l’uomo magro come un’acciuga e giallo come un limone, il vecchio della pipa, della resistenza, dei funerali di stato, della tremenda tragedia nazionale di Vermicino (quelli erano i tempi in cui i presidenti si stringevano intorno ai propri figli precipitati dentro un buco nero, e lo facevano per salvarli, e non per perderli).
A tenere sulle spalle Zoff, ad allungarlo a dismisura, e a scaraventarlo lontano fino all’angolo più irraggiungibile della sua porta, in quell’istante c’erano tutti: politici, avvocati, casalinghe, pornoattori, frati trappisti, cuochi, accalappiacani, venditori di pentole e falegnami. Ognuno, quel giorno di luglio, ci mise del suo: uno portò gli omeri, l’altro le ulne, l’altro le braccia e gli avambracci, l’altro ancora i tricipiti delle cosce, i nervi del polpaccio, le piante dei piedi. Io, come tutti i bambini di dodici anni che in quel momento guardavano la partita, ricordo benissimo che prestai alle mani di Dino Zoff le mie falangette.
La cosa, a quanto pare, funzionò. Zoff, infatti, uomo corto e cortissimo, temprato dalla muscolatura emotiva e volontaria di un intero paese, si prodigò in un balzo lungo e lunghissimo, quasi disumano, volò ai confini del palo e del mondo, ghermì la palla come un falco col pettirosso, la inchiodò a pochi millimetri dalla linea di porta, e vi si accartocciò sopra per salvarla, e per salvarci tutti insieme a lei. Paulo Isidoro, con quel nome da gatto obeso da cartone animato, dovette rimandare la scorpacciata di cardellini, e qualche secondo dopo, la partita finì: Italia-Brasile 3 a 2, le baionette hanno sconfitto Pelè, la nostra squadra approda in semifinale.
Lo confesso. Io al fischio finale ho chiuso gli occhi, e mi sono fermato per sempre lì. Il mio calcio a colori, di sogno, di fantasia, l’ho congedato per sempre quel giorno e quell’istante, al termine di quella incredibile partita, stremato e accasciato sulla poltrona dopo un pomeriggio infinito di infinita angustia. Qualche giorno dopo, ci furono per gli azzurri le formalità della Polonia e della Germania, e poi la vittoria finale. Ma appunto, si trattò solo di cuccioli di caimano attardatisi alle nostre caviglie, perchè il traguardo vero della infernale maratona di Nairobi lo avevamo tagliato prima, il 5 luglio, contro il Brasile.
Dicevo che il mio calcio di sogni colorati, di fiabesco incanto, è finito quel giorno. Di lì in poi arrivò per me, e per tutti, il calcio in bianco e nero, sfatato, umano, miserabile, dei venticinque anni successivi. Quello che ci ha indignato e fatto arrabbiare, qualche volta ancora entusiasmato, ma molto più spesso azzittito, sfiancato, deluso, fino all’orgasmo nero di calciopoli, la cui primaria matrice delinquenziale, come noto, era anch’essa priva di colore e a due sole tinte, una chiara e una scura.
O forse, non fu colpa del calcio di prima, probabilmente uguale a quello di poi, ma fu tutta colpa nostra, e mia. Perchè con Italia-Brasile del 1982, quelli della mia generazione congedarono per sempre un’età semplice, un’integra fragilità di cristallo, un modo di vedere la realtà e il mondo da una visuale ingenua, pulita, e dunque più debole. Ce lo disse subito e piano, l’ineluttabile scoccare di quel novantesimo minuto: era ormai tempo di diventare forti, di scendere dal cavallo a dondolo, di guardare la luna, di incamminarsi senza fretta verso il mare bellissimo e feroce della vita, delle donne, degli altri, da cui non saremmo mai più tornati indietro.
Ecco perché, da allora, ogni partita Italia-Brasile, per quelli della mia generazione, resterà per sempre una partita inutile, banale, uguale a tutte le altre. Perchè l’unica partita che contava davvero l’abbiamo giocata una volta sola, con invincibili soldatini di carne a bordo di invincibili cavalli a dondolo, un afoso pomeriggio d’estate di mille anni fa. Ma non chiedeteci altro, per favore. Se l’abbiamo davvero vinta, quella partita, o se invece l’abbiamo persa, quella è l’unica cosa che non riusciamo proprio a ricordarci più.
Nessuno
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