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Gli uomini di pietra.

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Pasolini, il Bologna Football Club e Bulgarelli.

Nella vita, ci sono uomini che attraversiamo come ponti. Ci portano semplicemente da un posto ad un altro, non hanno nulla da dirci, e non abbiamo nulla da dire a loro. Li oltrepassiamo in silenzio, distratti, lasciandoli annoiare indolenti al sole. Ci sono altri uomini che ci capitano addosso nostro malgrado, a tradimento, come una malattia infettiva. Ci rubano tempo, ci tolgono energia e rabbia, ma aspettiamo con ansia il giorno in cui potremo finalmente aprire la finestra, dare aria alle nostre stanze, e liberarcene una volta per tutte. E infine, ci sono uomini, pochi, rarissimi, che non si fanno odiare e non si fanno attraversare, che sono duri come la pietra, e che come pietre segnano indelebilmente la nostra strada. Perché sono uomini irripetibili, a cui consegniamo il compito di impersonare il nostro sentimento e il nostro pensiero. Presidiano per sempre i nostri sentieri interiori e i nostri giardini dell’anima, e immobili come pietra ci indicano il cammino da percorrere. E lo fanno con sapienti dita di pietra che puntano al cielo, insegnandoci che guardare il dito, a volte, è più importante che guardare il cielo.

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Per tutti coloro che pensano il Bologna, per tutti coloro che lo amano, Pier Paolo Pasolini è un uomo di pietra. Pasolini, intellettuale geniale, spietato, sofferente, capace come pochi e come nessuno di interpretare il suo tempo e il suo paese e presagirne il futuro, aveva alcune decisive passioni irrazionali: una di queste, era il Bologna Football Club. Lo racconta in una bellissima intervista, due anni prima di morire: "Non ha importanza, non è determinante dove si è nati, quanto come e dove si sono avuti i primi approcci con il calcio, per diventare un appassionato, un tifoso. Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita. Io abitavo a Bologna. Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre". Lo scrive in un sonetto, pensando alla sua squadra e alla sua gente: "E io so come sia terso in questo ottobre il colle di San Luca sopra il mare di teste che copre il cerchio dello stadio". Lo rivela in una lettera al suo amico scrittore Paolo Volponi, anche lui innamorato dei colori rossoblu, che ha appena vinto il Premio Viareggio di letteratura, e per questo ha incassato una buona somma: "Tieni una parte del milione da spendere in partite, giacché quest'anno seguiremo felici i trionfi del Bologna: che belle domeniche pomeriggio con i risultati sicuri nei tabellini dei caffé, con la Roma travolta...". Definisce i tifosi del Bologna “suoi correligionari”, e racconta del suo cuore che palpita “fino sull’orlo della trombosi”, durante le partite della sua squadra. Pasolini è un comunista conservatore (contrariamente all’apparenza, si tratta di parole sinonime, nella loro accezione peggiore e in quella migliore). E' attaccato a un passato contadino e proletario, a valori tradizionali, a tutto ciò che ancora resiste contro la tecnica, il denaro, il mercato. Naturalmente lo è in maniera tormentata e contraddittoria, pur consapevole che la sua condizione personale, sessuale e non, avrebbe potuto trovare un giorno il suo riscatto e la sua liberazione non nei pregiudizi volgari e feroci di un'idea passatista, ma in uno slancio in avanti dei costumi e delle sensibilità. Anche il Bologna, però, in Pasolini sembra il figlio prediletto della stessa nostalgia, della stessa voglia di bruciare in fretta ogni emozione presente, per consegnarla al passato e poi rimpiangerla: il passo doppio di Biavati, le partite interminabili da ragazzino con la maglia rossoblu ai Prati di Caprara, persino la squadra irresistibile del fascista gentiluomo Leandro Arpinati. Un uomo di pietra che, in ogni sua successiva peregrinazione del corpo e della mente (il Friuli, Roma, il cinema, la televisione, la letteratura), custodirà gelosamente i suoi tesori e i suoi ricordi bolognesi, e la cui ultima poesia, scritta poco prima di morire, suggerisce a un giovane ragazzo il compimento di tre azioni antiche ed eterne, peculiari di ogni fede forte e incorruttibile e forse, chissà, persino di quella calcistica: difendi, conserva, prega.

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Pasolini è morto il 2 novembre 1975. Sei mesi prima, Giacomo Bulgarelli aveva terminato la sua carriera di giocatore con la maglia del Bologna. Bulgarelli è un altro uomo di pietra dei nostri colori, e della nostra storia. Era agli antipodi di Pasolini. Quanto questo era dubbioso, ombroso, problematico, tanto quello era allegro, pacioso, gioviale. L’uno e l’altro esemplari perfetti di una certa ambivalente bolognitudine, in cui il carnale attaccamento alla vita è spesso il rovescio di un sentimento buio, oscuro, irrisolto verso tutto. Pasolini adorava Bulgarelli, e lo considerava senza alcuna esitazione il suo idolo sportivo. Sergio Citti, uno degli amici inseparabili del poeta, racconta che, la prima volta che incontrò di persona il capitano del Bologna, Pasolini cominciò a balbettare e a confondersi, come un adolescente: “sembrava che avesse appena visto Gesù”. Lo conobbe in occasione della realizzazione di un film sugli italiani e il sesso, intitolato “Comizi d’amore”. Quell’inchiesta coinvolse anche i giocatori del Bologna, che Pasolini intervistò proprio sul loro rapporto col sesso, con le donne, con il proibito. Era il Bologna che quell’anno avrebbe vinto lo scudetto, e davanti alle telecamere sfilarono uno dopo l’altro Negri, Furlanis, Pascutti, Pavinato, e proprio Bulgarelli. Furono tutti impacciati, goffi, monosillabici. Tutti, tranne il capitano, che invece parlò a lingua sciolta di educazione cattolica, di catechismo, e di repressione (risposta in qualche modo pasoliniana, sulla carne e sulla colpa). I suoi collaboratori hanno successivamente riferito che a Pasolini quell’intervista collettiva piacque pochissimo, e che, a parte Bulgarelli, fu deluso dalle imbarazzate risposte degli altri giocatori. Può darsi che sia vero, ma giurerei che, intimamente, il giudizio di Pasolini fosse diverso. Da intellettuale che coltivava segretamente il piacere dell’ombra, e non quello della luce, che amava il sesso come autentica trasgressione giocata sul crinale del rischio e del peccato, e non come ansia e dovere sociale da celebrarsi pubblicamente come conformismo consumista, Pasolini avrà probabilmente apprezzato di più le rudi e timide parole biascicate degli altri giocatori rossoblu, che non l’ammiccamento malizioso, sapiente e persino colto del loro capitano. Fermo restando che Pasolini aveva subito individuato in Bulgarelli, uomo perspicace e dalla ruspante genialità, l’interlocutore migliore per la sua curiosità, umana e sportiva. Tanto che, a quanto risulta, gli propose persino di recitare in un suo film, I racconti di Canterbury, nella scena finale: quella dell’inferno, da girarsi alle pendici dell’Etna. Pasolini gli fece la proposta a Catania, in albergo, poco prima di un Catania - Bologna. Bulgarelli declinò gentilmente l’offerta: “risposi di no, ero preso dal calcio, non avevo tempo”. Ancora una volta, una risposta pasoliniana: uomini di pietra irreversibilmente consumati dalle loro passioni, e senza altro tempo per cambiare fede, maglia, vita.

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Giacomo Bulgarelli, dicevo, era un uomo di pietra. Il più coriaceo di tutti, perché in lui si saldavano, in modo ineguagliabile e ineguagliato, tutti i primati possibili: il capitano, il più sveglio e intelligente dei suoi compagni, il bolognese vincente con la maglia rossoblu, l’unica della sua carriera sportiva. La sua biografia era al tempo stesso mitica e quotidiana, epica e domestica. Ogni tifoso rossoblu, di generazione ultima e penultima, aveva un ricordo personale ed esclusivo, da associare a Giacomo. Io, per esempio, che non l’ho mai visto in campo e non l’ho mai incontrato di persona, lo conobbi per la prima volta nei racconti di mia nonna, medicinese come lui. Mia nonna lavorava nel negozio del padre, una rivendita di cappelli nel centro di Medicina. Conosceva molto bene la madre di Bulgarelli, che abitava in una frazione vicina e che ogni tanto arrivava a trovarla sul luogo di lavoro. Un giorno, l’amica si presentò da lei con un frugolo minuscolo, magro come un chiodo e con due occhi enormi e vivacissimi che divoravano il resto della faccia, e che guardavano e scrutavano tutto. “Quàst què l’è Giacomino”, le disse. Pur senza mai essere andata allo stadio, e senza aver mai buttato l’occhio su una cronaca sportiva, mia nonna, il suo piccolo Bulgarelli, da allora in poi lo ha sempre chiamato Giacomino. E lo faceva con l’aria sorridente e compiaciuta di chi condivideva col capitano (che probabilmente non ha mai più incontrato), un preziosissimo segreto di giovinezza fatto di occhi, di cappelli, e di amiche del cuore.

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C’è una canzone di un altro uomo di pietra, Dino Sarti, la sua più bella, che si intitola “I biassanot”. Immortale monumento a ogni bolognese malinconico e nottambulo, che si ostina, da inguaribile bastiancontrario della vita, in gesti e abitudini pieni di poesia, ma spesso privi di riscatto o di consolazione. Come ad esempio tifare per il Bologna. O come camminare senza meta tutta la notte per una città finalmente guarita e ragionevole, perché “ai srà tàmp par durmìr/quand a sràn lasò in zìl”. Il biassanot di Sarti, a un certo punto, si ferma in osteria. Chiede il risultato del Bologna, e poi canta: “Al Bulàgna l’à pèrs a un minùd da la fén / Bulgarèll dàm na man - cameriere, dal vén!”. Di nuovo Bulgarelli, l’uomo di pietra da invocare e afferrare nella tempesta di ogni partita perduta, e di tutte quelle che restano da perdere.

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Abbiamo salutato Giacomo in un bellissimo pomeriggio di sole, allo stadio, qualche giorno fa. I camerieri del cielo, la notte prima, avevano lavorato per lui in modo eccellente, mettendo a lustro una giornata dolce, luminosa, quasi primaverile. Sapevamo tutti da anni della malattia di Bulgarelli, che lo aveva da tempo smagrito, segnato in viso: i primi tocchi di pennello che dà la morte, in attesa di completare prima o poi il suo capolavoro. Col commiato di quel pomeriggio, ogni tifoso rossoblu onorava un impegno segreto preso con sé e con gli altri, e che fino a quel momento aveva sperato di potere rimandare all’infinito. Si racconta che Budda, una volta, fosse atteso in cima alla collina dai suoi discepoli, che aspettavano con ansia di ascoltare il suo nuovo discorso. Lui si presentò, non disse nulla, raccolse un fiore, e lo tenne sospeso in aria per qualche minuto, senza parlare. Poi lo posò, e se ne andò. Quello fu da allora ricordato come il suo discorso del fiore. Penso che anche la curva Andrea Costa, in quel pomeriggio di sole, abbia sussurrato il suo personale e silenzioso discorso del fiore. In alto le sciarpe, le bandiere, le mani, ognuno a tenerne un colore, un petalo, e tutti insieme piantati dritti sugli spalti uno fianco all’altro, a fare di quel fiore un’unica e indistruttibile radice. A un certo punto di quel silenzio commosso e fiorito, avrei voluto parlare, ma la voce mi si è spezzata in gola (non piangevo mica eh, era solo che smoke gets in my eyes). Avrei voluto gridare a ogni mio fratello di febbre rossoblu di non cambiare mai e di rimanere sempre così, uguale a se stesso. Un samurai stagionato e pieno di cicatrici che tiene ancora in pugno la sua spada, a proteggere senza paura il suo moribondo e vitalissimo imperatore centenario, e tutti i suoi grandi uomini di pietra che nel tempo ne hanno onorato il nome. Difendi, conserva, prega. Non guarire mai dalla tua malattia giovanile che durerà per tutta la vita. Mastica tutte le notti che rimangono da qui alla fine del mondo, seguendo la strada di quelle grandi dita di pietra, ma senza mai perdere di vista il cielo. Come se Bulgarelli dovesse ritornare giù da un momento all’altro, a dare una mano.


Nessuno