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Il Bologna è Batman.

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Sedetevi comodi, tirate il fiato e prendete nota, perchè ormai non ci sono più dubbi. Il Bologna è Batman.

L’identità è svelata, il mistero è risolto, la maschera nera è strappata per sempre. Il Bologna è Batman. Un Batman generale, lunatico, volubile, isterico e glaciale, individuale e collettivo, unico e molteplice, identico da millenni come il tronco di un baobab, diverso ogni istante come il camaleonte che ci si appoggia sopra. Il Bologna è Batman perché ha una storia lunga, antica, che si perde nella notte dei tempi e non si ritrova più. Quella di un eroe pulito, sereno, vincente, bello come un pomeriggio trionfante al Littoriale, ubriacante come un dribbling di Gino Cappello, ingenuo e disarmante come un congiuntivo sbagliato di Renato Dall’Ara. Ma il Bologna è Batman perché ha un presente incerto, altalenante, in chiaroscuro, controverso come un finale di campionato di Luciano Conti, maligno come una stretta di mano di Pasquale Casillo, indecifrabile come un bilancio creativo di Giuseppe Gazzoni. Braccato da mille nemici, abbandonato da mille ex amici, oggi Batman combatte una battaglia disperata contro tutti e contro se stesso, lanciando ancora nel cielo della sua città oscura il suo segnale di guerra, ma ancora inconsapevole di quello che lo aspetta davvero oltre il buio di Gotham City. Sindaci distratti, giudici corrotti, stampa pettegola e inconcludente, opinione pubblica volubile, stanca, ormai propensa a cedere alle lusinghe di malfattori più facili e vincenti: in quel suo mondo bastardo, Batman aspetta solo di riavere il favore delle tenebre, per ritrovare il volo dei giorni migliori. Ma le tenebre in genere non fanno favori, e il mondo rimane inchiodato alla rovescia, e non si decide a ribaltarsi. Come fosse per sempre guardato dalla incerta postazione di un pipistrello in calzamaglia con la testa all’ingiù.

Il Bologna è Batman perché la batcaverna è sempre la sua ed è sempre la stessa, da quando cominciò la lotta contro il crimine, tanti anni fa. In quel posto umido, strano, perforato e munitissimo, lui ha ritrovato ogni volta la rabbia e il riposo per imbracciare le armi, e progettare nuove imprese. Lì ha innalzato i suoi eroi, ha abbracciato i suoi nuovi alleati, ha rimesso a lucido i suoi veterani arrugginiti, ha offeso i suoi traditori, ha salutato i suoi amici caduti. Da lì è ripartito ogni volta per epiche vittorie e rovinose sconfitte, ogni volta con la silenziosa benedizione del colle, e del cielo. Una batcaverna che apparentemente cambiava colore con il tempo di fuori, ma che in realtà resisteva immutabile ad ogni tempo. Oggi pare che la batcaverna abbia perso smalto, non vada più bene, e che a Batman vogliano cambiare il luogo segreto di tutta una vita. Glielo spostano sulla cartina, glielo disegnano sui tavoli delle birrerie, glielo rigiocano ogni volta all’ultima mano nelle bische clandestine dei circoli del potere. Un pozzo, una buca, un tombino, Fossatone, Bentivoglio, i parchi delle stelle, i porci delle stalle. Una nuova grotta asettica, impermeabile, disinfestata, senza spiriti che corrono per il campo e finalmente al riparo da ogni tempo di fuori. Il posto più sicuro in cui nascondere la propria identità, proprio quando non ci sarà più nessuna identità da nascondere.

Il Bologna è Batman perché a volte sembra la performance da fumetto di miliardari in pigiama. Bruce Wayne della pianura padana, uomini fascinosi, industriali vincenti, trionfatori della vita partiti dallo zero del proprio nulla iniziale o dal centomila delle proprie fortune già facoltose, quando vengono investiti della sacra missione batmaniaca lanciano inutilmente ciechi ultrasuoni in mezzo all’oscurità, e retrocedono all’improvviso allo stadio bambino di supereroi nevrotici e un po’ coglioni. Dagli imperi dell’idrolitina ai sottoscala delle bancarotte, dai bolidi formidabili dei motorsciò a impossibili utilitarie americane con le gomme tagliate, dai faraonici gigantismi edilizi che hanno colonizzato una città, ai misteri plebei di stadi nel deserto e di Cesar spompati. Come se indossare il costume del cavaliere oscuro resettasse in un istante patrimoni, furbizie e abilità, e ai miliardari in pigiama sparissero magicamente i miliardi, e restasse solo il pigiama.

Il Bologna è Batman perché da quando corre avanti e indietro per la notte, ha pochi nemici eterni, giurati, immutabili. Il primo nemico è il Pinguino, precipitato giù dal polo nord per uno strano gioco di correnti, e finito a gracchiare i suoi “queck queck ciò ciò” qui vicino, in riva all’Adriatico. Il Pinguino ha il cappello sgualcito del passatore, il baffetto insolente di Walter Schachner, l’andatura caracollante di Piraccini e il naso acuminato di Agostini. Prova ancora a pescare pesci dragando il mare con l’ombrello aperto, ma il suo bottino si riduce ormai a un granchio morto, un’alga malata e una pappina nel sette di Valtolina. Il Pinguino è da tempo in disgrazia, boccheggia impantanato sul bagnasciuga e ormai si lancia solo all’arrembaggio dei pedalò disabitati. Ogni tanto, mentre sonnecchia sui tetti in attesa di qualche buona avventura, Batman ne sente ancora l’acido gracidio provenire da laggiù, in fondo al cortile. E allora si stira, sorride, lo compatisce. In qualche momento di pietà, come si fa con una foca vicina alla pensione, Batman lancia persino a quello scemo in frac l’elemosina di un piccolo scampo. Il Pinguino allora ingoia il dono senza ringraziare, e così rifocillato si appresta all’ultima sfida mortale contro le coriste dei Castellina-Pasi, per riprendere il controllo del racket delle cà del liscio.

Il secondo nemico, è Catwoman. La donna gatto abita purtroppo in una città secolare, incantevole, piena di storia, e l’ha presa in ostaggio. Una città dal fascino magnetico che Batman probabilmente risparmierà, nel giorno fatidico dello scontro finale. Perché la bellezza non ha colpa dei bischeri che le passeggiano accanto, e non possono interessarla o coinvolgerla le tristi decadenze delle sorti umane: dai poeti immortali ai cinematografari analfabeti, dai pittori geniali ai registi col foulard. Catwoman è profumata, suadente, vive all’attico e si picca di non conoscere il fango e la sporcizia delle gattare di borgata. Deve essere per quello che, periodicamente, Batman se ne fa ancora incantare e sedurre: ipotizza serate a lume di candela con le serenate di accompagnamento di punteros argentini, elabora strategie comuni di conquista del mondo, a suo tempo immaginò persino contese leali al fotofinish di una lotta per la retrocessione. Mentre Catwoman, che ha il passo felino dell’agguato silenzioso e l’artiglio appuntito del graffio a tradimento, quando c’è bisogno riprende i sistemi gaglioffi dello scarparo ripulito: la sua zampa felpata digita i numeri giusti, il suo grazioso musetto miagola i codici di accesso, e il pipistrello è in trappola. Dal “veni vidi mici” all’”allora Luciano siamo d’accordo?”, dalle opere d’arte della Galleria degli Uffizi, a quelle dei LecceParma3 a 3.

Il terzo nemico di Batman, è Due Facce. Un unico viso criminale tagliato a metà: la parte destra sfigurata e mostruosa, e quella sinistra avvenente ed elegante. La parte sfigurata è quella dell’impresario cafone, megalomane, coi rialzi nelle scarpe e i capelli sintetici. La parte elegante è quella del petroliere delicato, democratico, alto senza aiuti e con la chioma genuina. Due Facce fa le corna ai meeting internazionali, ma sa distinguere le posate da carne da quelle da pesce. Racconta pessime barzellette e tocca il culo alle signore, ma fa il baciamano e affabula l’uditorio con edificanti storie di educata sobrietà. Paga i giudici, ma simpatizza con gli arbitri e solidarizza coi guardalinee: e lo fa con l’arroganza spudorata del più forte, ma anche con l’ipocrita rassegnazione della persona perbene che si piega ineluttabile alle necessità della vita. Spiana gli ostacoli con la pesantezza abusiva di un caterpillar, o li strappa via delicatamente da terra con la dolcezza di un antico gentiluomo che raccoglie un geranio appassito. Spara proiettili massicci col carro armato e poi semina il sale sulle rovine, o infila nell’ombra stiletti appuntiti in mezzo alle costole dell’avversario, tenendogli la mano mentre muore. Due Facce ha la doppiezza manzoniana di un innominato che non si risolve ancora né al crimine né alla santità, e che per sicurezza ha in tasca i numeri di telefono del cardinale e quelli del sicario, e li usa entrambi.

L’ultimo nemico di Batman, il più infame, il più terribile, è Joker. Non ci sono graduatorie possibili, nella scala del male, perché lui è da diecimila settimane consecutive al primo posto della hit parade. Se gli altri sono tubi di scarico che inquinano l’aria, lui è il napalm. Se gli altri ti lanciano petardi tra i piedi mentre cammini, lui, per essere sicuro di centrarti al primo tentativo, usa la dinamite. E’ il più schifoso e il più efferato: avvelena i pozzi, droga i cavalli, rapisce i neonati. E’ il maestro di tutti i travestimenti. A volte indossa il ghigno invasato del tagliagole cecoslovacco che ti sgozza mentre dormi, a volte affetta lo stupore francescano di un bravo ragazzo che beve acqua diuretica e parla agli uccellini. A volte ostenta il sorriso immobile della presidentessa Marisa con l’alibi di ferro, altre volte delinque in diretta televisiva, davanti a tutti, come un ex ferroviere calvo che adesso si è messo in proprio, e ruba il rame dai binari. E’l’eterno ritorno della mediocrità trionfante, dell’inganno sistematico: ha l’agilità angelica di un volo in area di Zambrotta, la nonchalance indifferente di un fischio telecomandato di Pieri, la cavillosa spudoratezza di un sofisma al cianuro di Mughini. Una volta sola è rimasto detenuto nei manicomi criminali della B, ma da lì è evaso rapidamente, con l’ennesimo colpo di frode e di mano (di Zalayeta). Ogni tanto si rifà il trucco e riassetta i capelli, nella penosa illusione di ricucirsi una verginità e di non essere riconosciuto. Ma a tradirlo, ogni volta, è la risata satanica e nervosa di ogni signore delle mosche. Vendergli l’anima non servirebbe, perché sarebbe una resa all’orrore, e perché comunque te la pagherebbe con soldi bucati. Tanto vale odiarlo di un odio schietto e immortale, e godere a lungo di ogni suo inciampo e di ogni sua ferita. Del resto, lo si sa da un pezzo. Quando le vecchie signore sono streghe malefiche, il dovere di ogni valoroso Batman che le aiuta ad attraversare la strada è quello di farle schiantare contro il primo automezzo che passa, scusandosi subito dopo col guidatore per il danno alla carrozzeria.

Al netto dei nemici immutabili, dei miliardari in pigiama, delle batcaverne con sfratto esecutivo, l’uomo più importante nella vita di Batman resta il fedele assistente, Alfred. Alfred ha un’età imprecisata, ma possiamo presumerlo al fianco del suo padrone da un’eternità, come le querce e le tartarughe. Lo diresti un vecchietto sfinito ed esangue, ma a volte ti stupisce ancora per l’agilità sorprendente, i nervi di ferro, la pazienza orientale. Alfred è una folla di un uomo solo. In casa dell’uomo pipistrello, pensa a tutto lui: spolvera le credenze, fa il tagliando alla batmobile, paga l’ICI della batcaverna e le bollette del telefono rosso che collega il suo padrone alla centrale di polizia, fa le trasferte, cuce gli striscioni, lucida le bandiere, canta i cori. Ogni tanto esce di notte, e va a prelevare il suo padrone, che ha finito la benzina o si è perduto ubriaco in qualche osteria di Gotham City. Ne raccoglie gli sfoghi, ne ascolta i mirabolanti progetti, e intanto apparecchia solerte la rete, per quando le ali del pipistrello si saranno sciolte al sole e il volo pindarico si convertirà rapidamente in caduta verticale. “Sai, Alfred, pensavo. Cusin in Nazionale. Bologna all’ottavo scudetto. In finale di coppa campioni col Manchester”. “Certo signore. Gradisce un po’ di tè ?”. “Lasciami finire. Bologna come il Nantes. Il Dall’Ara pieno di negozi. Intesterò a Baggio una scuola calcio.” “Senza alcun dubbio, signore. Permette che le stiri il costume ?”. “Ma si ma si. I miliardari americani. Gli occhiali d’oro della Luxottica. Abbiamo preso il nuovo Zidane”. “Ne prendo atto, signore. Si ricordi che questo mese scade l’abbonamento all’Atlas, per i suoi allenamenti pomeridiani”.

Alfred non lo ha mai detto a nessuno, ma Batman, in realtà, non è mai esistito, o si è ritirato da un pezzo. Forse Batman è morto o non ne ha più voglia, si è stufato, passa le giornate a dormire, o a tirare sassi ai lampioni, o a giocare a tressette ai consigli di amministrazione della sua multinazionale squattrinata. Alfred lo sa, ma non può permettere che lo sappia nessun altro, perché il mondo deve continuare a tremare. Dunque, lui, devoto incredibile di tutte le età e di nessuna età, lui folla incredibile di un uomo solo, ha preso le contromisure. Ogni notte Alfred raduna tutte le sue forze. Ogni notte richiama in se stesso la memoria dei vecchi e la forza dei giovani, le frasi in dialetto e lo slang degli sms, le figurine panini e i profili di facebook, le rovesciate di Schiavio e gli autogol di Tarantino, e riparte per l’avventura. Si guarda allo specchio, si schiarisce la voce, ed apre la finestra. Poi, dopo essersi accertato che nessuno lo veda, infila la divisa da cavaliere oscuro, ignora le piccole punture di dolore della sua artrite cronica, e comincia a volare da solo nella notte, libero e leggero come una rondine, a caccia dei cattivi. Prima di partire, naturalmente, ha posizionato il riflettore verso il cielo (giusto ieri gli ha sostituito la lampadina), lo ha acceso, e per l’ennesima volta di tutta la sua vita ha provato un fortissimo sussulto di emozione, nel vedere scarabocchiato all’improvviso tra le nuvole il segno luminoso di quel grande pipistrello rossoblu. Tutto quel colore dentro tutto quel buio, gli ricorda ogni notte il faticoso farsi strada di un’alba indomabile, dentro un tramonto.


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