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Una virgola d'amore.

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I padri, i figli, la curva Andrea Costa.

La prima volta che vidi una partita del Bologna in curva Andrea Costa, avevo otto anni. Ero un bambino timido e silenzioso, e del calcio non mi importava nulla. Accompagnai mio padre allo stadio perchè non sopportavo di perderlo inspiegabilmente ogni quindici giorni, e di doverlo poi aspettare a casa per tutta la durata del pomeriggio domenicale. Così decisi di seguirlo, una volta sola e poi più, senza la minima idea di dove stessi andando, ma solo per tentare di capire la tempesta magica e insolente che me lo portava via, due volte al mese, e me lo restituiva qualche ora dopo tutto colorito nella faccia e nella sciarpa, nervoso o sorridente, taciturno o chiacchierone. Quella domenica seguii a fatica la sua falcata imponente su per i gradoni, con gli occhi puntati sulla sua schiena e la mano stretta nella sua mano, rincuorato dalla sua compagnia e indifferente allo spettacolo che mi si preparava intorno.

Poi, però, giusto per guardare quel che guardava lo sguardo di mio padre, guardai. Della prima partita del Bologna che ho visto allo stadio, ho il ricordo come di un temporale. Un cielo nero come un orco, lampi di maglie luminose in mezzo al campo, tuoni di urla e di voci sugli spalti. Ne fui terrorizzato ed attratto, come capita da bambino con tutti i piccoli esordi di incanto e di paura che il mondo versa un po' alla volta dentro il tuo cuore e la tua sensibilità, per abituarti a vivere. Alla fine, mi rifugiai nell'abbraccio di mio padre già con l'impazienza e la voglia di sciogliermene, perchè avevo capito che qualcosa dentro di me era cambiato per sempre. L'uragano aveva finalmente preso un nome, la tempesta aveva svelato un volto, che non avrei dimenticato mai più.

Ho cominciato ad amare seriamente il Bologna, e la gente della mia curva, qualche anno dopo, da ragazzo. Lì ho compreso per la prima volta che la fede calcistica non è libertà, ma semmai la prigione più dolce che esista. Non hai il diritto di scegliere la squadra per cui tifi, perchè in realtà è lei, che sceglie te. Ti scelgono la tua storia e la tua comunità, il tuo dialetto e il tuo carattere, le mani inquiete dei tuoi amici che cercano in tasca una sigaretta o un petardo, e le rughe dei tuoi vecchi scavate in faccia come trincee, le muraglie d'ombre dei tuoi monumenti che ti parlano di notte, e i portici interminabili che ti aspettano alla fine di ogni giornata, per tornare a casa. Se scegli, diserti. Solo se ti fai scegliere, combatti davvero.

Da ragazzo, ho capito che la città e la squadra di calcio, Bologna e il Bologna, sono le formule a incastro di un unico incantesimo, che solo con entrambe è possibile sciogliere, come una strana serratura che viene aperta solo da un'unica, stranissima chiave. E mi sono reso conto che in curva, come da nessun'altra parte, non sarei mai stato al sicuro dentro me stesso, perchè quella città e quella comunità mi avrebbero chiesto in ogni istante di aprire quella porta, di trasmigrare fuori, verso gli altri, di conservare quella missione e onorare quell'impegno, piccolo ma in qualche modo immenso. Se ogni bolognese comprendesse di essere il custode di una promessa e di una poesia, di un mistero, ma anche della sua soluzione, lo stadio sarebbe pieno tutte le domeniche.

Da lì sono seguiti per me gli anni della giovinezza e della maturità, sempre fedele a quella chiamata, e a quella tempesta. In curva mi sono innamorato, ho perso sangue dal naso, ho letto romanzi, ho smarrito accendini, ho spiegato alle mie fidanzate che avevo un'amante quindicinale perché mi lasciassero in pace almeno due ore dentro lo stadio, ho beccato aeroplani di carta in testa, ho mandato a quel paese i vicini di seggiola, mi sono impregnato i vestiti del fumo delle mie 90 sigarette a partita (più recupero), raccontando a mia moglie che il fumo era quello dei vicini di seggiola che avevo appena mandato a quel paese proprio per quello.

In curva ho passato venticinque anni della mia vita. Ho cominciato al centro di quel terremoto, nel cuore dei cori e dei colori, perchè avevo l'età e i polmoni per farlo. Poi, invecchiando, mi sono pian piano allontanato verso la periferia della curva e dell'uragano, ancora pieno di nostalgia infinita per i guerrieri più giovani che ci cantano e ci ballano dentro, e che sento come fratelli minori a cui vorrei chiedere sempre in prestito un po' di incoscienza, per poi non restituirgliela più. A volte la curva mi sembra una meridiana sotto il sole, e io l'ombra che si sposta senza fretta verso l'uscita, un po' alla volta, a segnare il passaggio del giorno, degli anni, della vita.

Ogni tanto allo stadio viene ancora mio padre. Lo prendo sotto braccio e lo accompagno lentamente, gradone per gradone, come lui fece con me, trent'anni fa. Provo a ricambiargli la fiducia che mi diede la sua mano nella mia, in quel primo pomeriggio di orchi e di temporali, e provo a ringraziarlo ancora per avermi svelato il mistero magico e insolente delle sue domeniche lontane da me. Perchè quello non era un tradimento, ma solo il segreto di una futura complicità.

Oggi, che ho quasi 40 anni, dalla curva vedo alberi. Alberi veri, grandi, seminati a grano intorno allo stadio, e alberi spirituali, invisibili, che pure scorgo ondeggiare al vento, in mezzo al campo. Pascutti il pino marittimo, Legrottaglie la gramigna, Terzi la canna di bambù, Baggio il pesco fiorito, Bulgarelli la sequoia. Quegli alberi pericolanti e immortali li scuotiamo e li teniamo in vita insieme, tutte le domeniche, soffiando, pestando, spingendo ed urlando, a guardia del nostro bosco. Ecco cos'è per me la curva Andrea Costa. Un'indistruttibile virgola di cemento piena di facce e di voci, con la parte convessa chiusa a scudo contro il deserto di fuori, e quella concava aperta come una mano, ad abbracciare il suo giardino di dentro.

Ho un figlio di quattro mesi che, come suo padre, dorme poco. Così alla notte vegliamo entrambi uno sull'altro, e nel nostro modo muto e silenzioso parliamo tra noi, anche della curva e anche del Bologna. E' così che a volte gli sussurro all'orecchio storie impossibili di sequoie, di tempeste, di virgole d'amore per una fede e per una città. Mio figlio mi guarda con l'incantato stupore dei neonati, e intanto muove le mani, e poi ride. Mi piace pensare che stia battendo il ritmo di un suo tamburo interiore, come fa ogni guardiano del bosco quando sente arrivare l'uragano. Anche lui prima o poi scapperà, se ne farà attrarre, gli correrà incontro furibondo e felice, per tutto il resto della sua vita.


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