21 modi per dire ti amo.
Alcune cose che è utile sapere, se si tifa Bologna. Dalla A alla Z.
Bologna - Siena l’ho vista anch’io. Ho pensato di stracciare tutto quello che avevo scritto qui di seguito (e purtroppo avevo già scritto quasi tutto), e invitare gli undici scioperati in maglia rossoblu a ritemprare le forze in un centro-salute di Pol Pot. Poi ho capito che se perdiamo l’ironia, siamo perduti. Il punto non è vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Il punto è trovare ancora la forza di attaccarsi direttamente al collo della bottiglia e continuare a ubriacarsi di fantasia e speranza, nonostante lo schifo. Ho scritto questo delirante vocabolario dalla A alla Z, per riepilogare per la centesima volta a me stesso, e a chi avrà la bontà di leggermi, cosa significa, nel poco bene e nel tanto male, tifare Bologna. E ho concluso che, nonostante tutto, ne vale ancora la pena. Scuserete ancora la fluviale lunghezza del testo. Per una volta, la colpa non è mia, ma dell’alfabeto.
A. Simbolo dell’argo. Preposizione semplice. Massima serie del campionato di calcio italiano. Per i tifosi del Bologna, non conosce mezze misure. E’ la chimera colorata da raggiungere a tutti i costi, oppure l’incubo tetro da cui non ti risvegli più. La trappola per topi di Oscar Wilde: quando sei fuori ci vuoi entrare, quando sei dentro non vedi l’ora di uscirne. Dal veni vidi vici, al cupio dissolvi. Quando bazzichi i campi delle periferie inferiori, da Leffe a Crotone, da Grosseto a Cesena, è la donna irraggiungibile da conquistare, il posto esotico da sognare nei freddi sabati metropolitani del tuo tropico del cancro: verdi praterie, spiagge assolate, città incantevoli da sfidare in casa e visitare in trasferta, inebrianti pomeriggi domenicali al cospetto di Galeazzi, di Pellegatti e di Simona Ventura, la coppa Uefa non basta più, voglio la Cèmpions Lìg per fare il culo al Real Madrid. Appena la chimera si fa acchiappare, il discorso cambia. La trappola scatta, il respiro si accorcia, il sudore diventa freddo, la cravatta si allenta. Non siamo adeguati, non ce la facciamo. Ci si nota di più se restiamo qui, o se torniamo giù ? Il calendario è durissimo le prime 19 giornate, poi forse si respira. Meglio retrocedere subito e poi tentare la risalita, a costo di rimanere chiusi per sempre in ascensore. A.A.A. Cerco un centro di gravitA’ permAnente, che non mi fAcciA mAi cAmbiAre ideA sulle cose, sullA gente.
Barile. Antico soldato rossoblu. Io non gli ho mai creduto. Raccontava di epopee lontane, di giocatori invincibili, persino del Bologna che vinceva lo scudetto. A me, l’idea del Bologna che vince uno scudetto non mi ha mai convinto. Mi sembra una cosa pazza, impossibile, come i dinosauri che scompaiono per colpa dei meteoriti, o Elvis Presley che è ancora vivo e molesta le nonnine nelle balere di Pinarella. Niente, nulla, zero. Non mi viene in mente, non riesco a pensarci, sarebbe come incontrare per strada Attila il re degli Unni, e andarci insieme a prendere un caffè. Sennonché Barile, nell’esercito di Attila ci aveva combattuto davvero, ed aveva vinto. E quell’aria dondolante e ingrillita con cui ci veniva incontro, e in cui credevamo di leggere l’affanno e l’incertezza dell’età, forse era solo l’incedere di un guerriero appena sceso da cavallo, che si riadatta faticosamente alla lentezza della terra e ci viene a raccontare della battaglia di ieri, dei suoi furori e delle sue meraviglie. Solo tardi, a fatica, ho capito che Barile, stremato e impolverato da tutte le sue baruffe, con la pazienza disincantata e incantevole dei vecchi ci veniva a dire questo: che anche la nostra battaglia e la nostra polvere ci aspettano là da qualche parte, oltre il tempo e l’impossibilità, e che dunque tocca attraversare tutti insieme la notte, per provare a incontrarle ancora. E dunque, caro Barile, proprio ora che non ci sei più e mi manchi da morire, la mia nebbia, come per miracolo, si è dissolta. Ora lo so, ti credo, e dunque lo dico. Il Bologna tornerà a vincere lo scudetto, la cosa sarà normale e bellissima, e appena incontrerò Attila il re degli Unni, ti prometto che gli offrirò un caffè.
Cantanti. Curiosi animali stagionali, montagne russe del bene e del male, della ricchezza e della povertà, della buona e della cattiva sorte. La maglia del Bologna sette giorni su sette, poi all’ottavo la si leva e si indossa il tight, perché si deve partire per la tournee in Australia. Arrivano come le rondini nella primavera della A, quando la temperatura è confortevole e le cose vanno bene. Dilagano in tribuna, indossano sciarpe colorate, si guardano intorno, sorridono ai bambini e ai fotografi, catturano la fuggente ispirazione e scrivono inni, barzellette, libri e fantasie di strapaese sull’epica rossoblu. Sfioriscono d’inverno, nelle assideranti ere glaciali della B e della C, allorché smarriscono il tono muscolare e quello musicale, affettano infiocchettate disperazioni, e cercano altri palcoscenici domenicali a cui dedicare il proprio indiscutibile talento. Vai, cuore rossoblu, le mie gambe son con te, le mie mani son con te, la mia voce canterà fino a lassù. Appena torno dalla tournee in Australia.
De Coubertin. A Bologna ci sono anche quelli. Gli impassibili. Gli equidistanti. Gli educati. I distinti. Nei momenti di crisi e di difficoltà, dormono. O, per dire meglio, sonnecchiano, fingendosi assenti e fingendosi presenti, rigorosamente pronti a incassare i dividendi di un’impossibile vittoria, immancabilmente in salvo dagli schizzi di fango di una certissima sconfitta. Sono i cantori della catatonia da coma profondo, gli apologeti del nulla travestito da nulla, i prestigiatori della parola che gabellano l’ignavia per civile compostezza, l’abulia per sportività, l’indifferenza per differenza. Dormono, dicevo. Ma voi non svegliateli. E’ così bello guardarli riposare il sonno del giusto. Dormire, secondo Borges, è distrarsi dall’universo. E’ proprio così. Noi, in veglia perenne, a guardia della nostra ossessione concentrica. Loro, senza ansia e senza fretta, figli minori di un universo distratto.
Eva. Prendi nota, Adamo che ami i colori rossoblu. Il Bologna in genere sarà una febbre egoista, povera, priva di soddisfazioni persino per colei che si sforzerà di seguirti nell’Eden infernale della tua mania. Non avrai niente da regalarle. Non costole di vittorie con cui farla nascere di passione per la tua passione. Non partite memorabili da riguardare in dvd prima di fare l’amore. Non trenini alle feste per lo scudetto. Non abbracci calorosi nell’istante dei gol decisivi. Nemmeno divi da copertina che possano farla sognare, perchè i tuoi calciatori avranno sempre la pancetta prominente del commendatore, il passo stracco dei podisti domenicali, e da inestricabili rebus tecnici potranno posare al più per il paginone centrale della settimana enigmistica.
Per la tua donna il Bologna sarà l’invendibile pelliccia spelacchiata di un roditore estinto, il diamante tarocco ben nascosto dentro strati infiniti di bigiotteria, la calza smagliata alle otto di sera proprio prima della cena di lavoro più importante della sua vita. Un giorno, vicino allo stadio, lessi una scritta che diceva: “Katia, ti voglio bene come al Bologna”. Katia non capirà mai fino in fondo quella frase, ma le resterà per sempre il dubbio che tu le abbia confessato qualcosa di grande. In attesa di scoprirlo, ti fisserà immobile sugli spalti al tuo fianco, con uno strano silenzio lontano, pronto in ogni istante a frantumarsi in un precario sorriso.
Forumrossoblu. Strepitoso pavaglione informatico, talentuoso quartiere globale, virtuale agorà ateniese in cui puoi incontrare l’erbivendolo che ti parla del prezzo del sedano, e il filosofo con cui dialoghi dell’immortalità dell’anima. E spesso erbivendolo e filosofo sono la stessa persona. Scrittori, poeti, scienziati, economisti, storici, arbitri, duchi, principi, emigranti, sessuomani, cavalieri templari, rondisti padani, incantatori di serpenti, gossippari infallibili, giornalisti col passamontagna, centromediani metodisti, ogni giorno inventano il canovaccio scritto di una vita che va a braccio e recita a soggetto, senza copione. Svacchi, pernacchie, solitudini e malinconie che si parlano in verticale dai rispettivi posti di combattimento, inverando il paradosso per cui a volte occorre essere lontani, per vedersi davvero da vicino. Battendo la propria nota sul piano muto che sta sotto il monitor, ognuno riscrive ogni giorno la parafrasi di una canzone di De Andrè. E’ bello sapere che dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo incominciare una tastiera.
Gol. Puoi averne già visti quanti ne vuoi, ma non ti abitui mai. Ogni volta è un istante nuovo ed eterno di incredulità, la musica di mille monete tintinnanti che cadono tutte insieme per terra, un razzo tracciante di effimera felicità lanciato a perdifiato verso il cielo per far sapere a tutti che sei vivo. Ovvero come infilzare di sciabola il buio, per fargli sanguinare un po’ di luce. Agli psicologi lasceremo le eleganti disquisizioni sulle metafore sessuali sottese al tutto: la rete che si gonfia come un’eccitazione erotica, o la porta femmina che si lascia violare docilmente dal cannoniere fallico. Noi, in fondo, siamo più semplici. “Ciao tesoro. Urca come sei vispo. Hai una pistola in tasca, o sei contento di vedermi ?”. “La terza che hai detto, amore mio. Il Bologna ha fatto gol”.
H. Anche le lettere mute, a volte, parlano. Prendete i nomi dei giocatori rossoblu, per esempio. A sfogliare gli albi d’oro, è tutto un diagramma cartesiano di salite e di discese, di immersioni a quaranta metri di profondità e di brevissime scorribande in superficie sopra il pelo dell’acqua. Harald ed Helmut, i dioscuri del Valhalla. Herbert il biondo ed Herbert il moro, disastrosi lanzichenecchi involontari del sacco di Bologna. Hugo, l’indio sbagliato. Hidetoshi, lo shogun con le meshes. Le stelle degli scudetti, le stalle delle retrocessioni, lo stallo di anni interlocutori a metà del guado. Hero and handicap, happyness and horror, highfive and help. Anche la nuova società si sta adeguando all’andazzo. Tanto per cominciare, e in attesa di rimpinguare l’onomastica dei figuranti in maglia rossoblu con altri mirabolanti generalità piene di lettere mute, non ci stanno capendo un’acca.
Ivan. Giovane soldato rossoblu, col bel nome da cosacco del poetico comunismo emiliano. Colpito da ragazzino dall’agguato infame di ombre vigliacche, è ripartito piano per rimettere insieme i cocci del suo sogno infranto. Oggi Ivan è rimontato a cavallo da un pezzo, e nel frattempo le ombre vigliacche si sono saggiamente dileguate all’inferno. Satana di tutte le terre sommerse, infinito dittatore di tutte le anime prave, dacci dentro col forcone, e metti al massimo il livello della caldaia, che sta arrivando l’estate.
Legrottaglie. La Certosa di Parma. Il vostro agente al Dall’Ara. Diario di una carmelitana scarsa. E’ venuto con la prosopopea del presunto campione, si è sistemato al centro della difesa, nel tempo di uno battito di ciglia ha raso al suolo la speranza e il futuro di un’intera città. Nessuno ci leva più dalle orecchie il sibilo della sua disgraziata virgola d’aria, in una sventurata notte di mezza estate: un apostrofo nero tra le parole elle e apocalisse. Ultimato il lavoro e scaduta la licenza di uccidere, oggi è rientrato per demeriti sportivi alla Spectre, rifugge le donne e i cartellini gialli per superiore disposizione divina, in tutti i saloon di Bologna c’è ancora il suo manifesto, non è chiaro se per metterci una taglia o per tirarci contro le freccette intinte nel cianuro. Probabilmente entrambe.
Mosca. La rosa che non colsi. Mosca, volevamo andare a Mosca, ma il mare ci rifiutò. Da allora, quella è per noi l’Utopia irraggiungibile delle occasioni perdute. Ingrid Bergman che parte con l’aereo da Casablanca. La sliding door sbagliata che ti porta a Vidiciatico invece che a Miami. Eli Wallach che ha la pistola scarica al momento del duello finale. Vento d’estate, io vado al mare voi che fate. Non mi aspettate, forse mi perdo. O magari, al prossimo volo scappo con Ingrid Bergman, e vado a vedere il mare di Mosca.
Nessuno. No. Non. Nemmeno. Neanche. Tutte le negazioni iniziano per enne, lettera onomatopeica che sbarra la strada, scuote la testa, chiude la porta, e anche se è in casa non risponde e mette la segreteria. Come Nessuno, appunto, pronome e soprannome dell’assenza, della goffa umiltà ritrosa, dell’oplita scaltro e attendista che aspetta la notte per uscire col coltello dal grembo del cavallo di legno, a terminare il suo sporco lavoro. Nemico della sintesi, dei pubblici ministeri e della Juventus, affastella variegati tradimenti esistenziali, e oggi volteggia amaro tra Pannella, Ratzinger e Di Vaio, non necessariamente in quest’ordine. E qui De Andrè è francamente troppo, perché è sufficiente Dori Ghezzi. Margherita non lo sa, che la vita è tutta qua, e continua a non trovarsi nello specchio.
Osvaldo. Marito di Orietta Berti.
Peter Pan. Il Bologna accontenta la nostalgia di un’età che non c’è più, perché è l’unico cartone animato che hai preservato dalla tua infanzia. Lo hai trasportato in avanti adagio, con cautela, come un cristallo fragile, o come tu fossi il galoppino di un Louvre allagato che sta per mettere in salvo soltanto la Gioconda. Ma pur con tutti i frizzi, i lazzi, gli sbalzi e gli strapazzi del suo viaggio, sei riuscito a conservarlo integro e identico ad allora. E riguardandolo bene, ogni tanto, in mezzo al campo, riesci a ritrovare persino il profumo di atmosfere perdute, il mondo improbabile di mostri volanti, di principesse sdegnose e di timidi studenti con i superpoteri che si cambiano d’abito nella cabina del telefono. Cappuccetto Rosso si invola sulla fascia, Goldrake interdice a centrocampo, i Fantastici Quattro fanno la diagonale, Pippi Calzelunghe stacca di testa in area, Sandokan dalla panchina chiama alla carica i tigrotti di Mompracem, per l’ultimo assalto. Il Bologna ti presta le ali ogni domenica, e tu le infili ai piedi ogni volta e voli in direzione dell’isola che non c’è, ignaro di quale sia il finale. Ecco una buona favola di follia e di fedeltà, da raccontare a tuo figlio.
Quarantena. Quando il Bologna perde, in quarantena mi ci metto da solo. Sbuffo, ringhio, graffio, sputo, non voglio vedere nessuno. Mi recinto dentro un cordone sanitario che mi fa da hula hop immobile, e tengo tutti a distanza. Nulla di grave, naturalmente. In quei momenti, in fondo, la mia esistenza ha solo qualche innocua ricaduta. Lancio telecomandi contro il muro, squarto cuscini a morsi, mi distraggo appena sul lavoro e faccio avere l’ergastolo a clienti processati per guida in stato di ebbrezza. L’età, però, col tempo mi ha portato olimpico autocontrollo e navigata saggezza. Oggi amoreggio lieto e benevolo con la dea Sconfitta; organizzo adozioni a distanza degli arbitri orfani di Moggi; ho un contratto in esclusiva con la Meliconi, e testo la resistenza dei telecomandi contro le intemperie della vita.
Recupero. Prova schiacciante dell’esattezza della teoria della relatività di Einstein. Il tempo di recupero è un equino mutevole. Un asino zuccone che si pianta in mezzo al sentiero e non si muove di un millimetro nemmeno a frustarlo, quando stai difendendo un vantaggio. Un cavallo imbizzarrito che corre a rotta di collo verso lo strapiombo, se devi rimontare. Allo scadere di ogni partita, nel gruppo dei tuoi vicini di curva i conti dei minuti di recupero non tornano mai. Alla domanda fatidica “Quanto manca?”, sembriamo i Soliti Ignoti che tentano di sincronizzare i cronometri prima della rapina. Uno ha l’orologio fermo da venerdì sera, e allarga le braccia. Un altro sostiene che prima di rispondere bisognerebbe conoscere l’esatta longitudine di Piazza della Pace rispetto al meridiano di Greenwich. Un altro ancora conosce a menadito le fasi della luna e i calcoli astronomici degli aztechi, e pronostica che mancano appena 431 anni al ritorno del dio Quezalcoatl dal golfo del Messico. L’ultimo della compagnia conteggia il tempo rimanente sulla base di una complessa equazione aritmetica che tiene conto del segno zodiacale del quarto uomo, del numero delle sostituzioni, di quello delle scazzottate in campo, e della copertura telefonica delle schede svizzere di Moggi sulla città di provenienza dell’arbitro di turno. Una volta capitò che, mentre tutti pensavamo che la partita fosse terminata, il Bologna subisse il gol del pareggio a tempo praticamente scaduto. Quello della longitudine di Piazza della Pace esclamò tutto soddisfatto: “ve lo avevo detto io, che per i miei calcoli non era ancora finita”. Lo abbiamo impalato la sera stessa al di fuori dello stadio, e questa volta eravamo tutti d’accordo: era mezzanotte precisa, secondo ogni fottutissima longitudine del meridiano di Greenwich.
Sigaretta. E’ l’ultima, amore, ti giuro. Davvero, fumo questa, e poi più. Va bene, diciamo che è la penultima. Aspetto di vedere Adailton che brucia Usain Bolt sul traguardo dei cento metri di atletica leggera, e poi smetto. Come dici ? Non mi credi. Vabbè. Allora ti prometto che la sera in cui Meghni prenderà Terzi a testate nella finale del campionato del mondo, butto il pacchetto e mi do al badminton. Sicuro, morisse Nedved in questo momento se ti dico una bugia. E poi, pensaci un attimo. La conosci la battuta di Woody Allen, vero ? Ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più, e quella settimana pioverà per tutto il tempo. Ecco, tu sai che io odio la pioggia, vero ? Bene, e allora ti prego, lasciami fumare un altro po’, almeno finché c’è il sole. La sigaretta è fuoco salato che si mangia, carta vetrata che ti sfrega via dalla gola la raucedine con altra raucedine. Mi serve, ne ho bisogno, soprattutto allo stadio. Il Bologna di questi tempi è una tempesta di angoscia e adrenalina che mi diluvia in testa dal primo al novantesimo, e la sigaretta è il mio ombrello. Perché io, come ti dicevo, odio la pioggia.
Ti ho convinto, amore mio caro, nemica giurata e intemerata di tutte le manifatture tabacchi dell’universo ? No ? Non vuoi proprio credermi? Va bene. Amen. Me ne frego. Io continuo a fumare, poi si vedrà. Male che vada, morirò una settimana prima, e mi perderò la sconfitta in casa del Bologna contro l’Avellino, in uno splendido pomeriggio di sole.
Traghetti. Vengono. Vanno. Sostano. Ripartono. Hanno orari spartani, e dunque, anche se è giorno di festa e Atene sta celebrando la sua rinascita e ci rimarrà male, pazienza. Non si può mica fermarli sempre con uno sciopero, come ai bei tempi. Perché i traghetti vengono, vanno, sostano, ripartono. Gli orari sono spartani, le rotte un po’ meno. Una volta, per esempio, avevi promesso che attraccavi a Bologna per dieci anni, ma poi ti sei accorto che in Piazza Maggiore non c’è il mare. E allora sei ripartito. Pensavi fosse amore, e invece era un traghetto. Per Bruxelles.
Uffa. Ci sono momenti rari ed acuti in cui del Bologna ne hai abbastanza. Non ne puoi più. Lo hai difeso dappertutto, contro tutti e contro te stesso, e alla fine ti viene voglia di cambiare facce, stadio, tempo, pianeta, sistema solare. Non si può, mi ritiro, la misura è colma. Andate tutti a far quell’altro, quest’anno sto a casa e la domenica vado a vedere le partite del Medicina. Sempre così, ogni anno, fino al 14 agosto. Poi, quella sera, su Rete 7 danno in differita Bologna - Bressanone, prima amichevole di mezza stagione della tua ex squadra del cuore contro la formazione indigena del luogo di ritiro. Stai per partire per le vacanze, hai la valigia piena, i libri al loro posto e i biglietti dell’aereo pure. Ma ti fermi sulla soglia della porta di casa, così, un attimo appena, solo per curiosità. Arrivo subito, cara, aspetta solo un secondo che mi allaccio le scarpe. E intanto guardi il televisore, strabuzzi, occhieggi, esamini, di sotto, di sopra, di lato. Memorizzi i numeri di maglia, la grafia dei cognomi, il colore della pelle, gli schemi difensivi. Ti torna una lieve febbriciattola, solo alterazione, per ora una cosa da nulla.
“Andiamoooo”, fa lei, “si può sapere cosa stai aspettando?”. “Niente, cara”, le fai, “stavo solo rimirando quel meraviglioso panorama di montagna che stanno dando adesso in televisione”.
La febbre intanto cresce. “Ma da quando in qua ti piace la montagna? “, dice ancora lei, “Tu detesti la montagna! Soffri di vertigini, hai la pressione alta, hai paura delle vipere...”. “Si cara, lo so, ma non avevo ancora visto Bressanone”. “Bressanone? E che ha di speciale Bressanone ? I caprioli? Il canto degli alpini? Gli schutzen che sfilano col tritolo nello zaino ?”. “Ma quali caprioli, cara. E’ solo che Bressanone, l’italiche montagne, l’aria pulita, altissima purissima levissima, nella misura in cui...”. Sei già per strada, da solo, la febbre a 40, e stai correndo alla stazione. Primo treno per Bressanone, quest’anno sarà una stagione magica, e il Bologna mica può cominciarla senza di te. Ecco cos’è il Bologna, alla fine di tutto: la donna di una vita che hai lasciato e poi ripreso mille volte, che conosci per ogni centimetro di pelle e verso cui ti giri ancora, dopo tanti anni, a fare l’amore. E ogni volta lo fai al buio, in mezzo alle vipere e ai caprioli, con le vertigini e la pressione alta, atterrito ed inebriato dalla lieve brezza di Bressanone.
Vittoria. Moglie di David Beckham.
Zerpelloni. A Bologna l’aggettivo triste si attaglia bene sia all’impotenza pedatoria del brocco, che alla notte dell’anima del malinconico. Chissà quanti ne hai veduti e quanti ne vedrai, di giocatori tristi che non hanno vinto mai. Gli almanacchi rossoblu sono pieni dei nomi di metalmeccanici del gioco, di strangolatori del cross, di portieri coi chiavettoni ai polsi, di teorici saltatori dell’area di rigore con i piedi murati vivi nella calce vicino al dischetto. Nessuna speranza, dunque: la poesia con cui dovrai rimare i tuoi sogni e la tua fede, te la dovrai fabbricare a casa, da solo, e portartela addosso dappertutto, come un talismano. Ma dovrai sgranarli tutti con orgoglio, i nomi dei tristi tristi che hai veduto e che vedrai, come i minuscoli sassolini di un rosario di plastica. Solo allora capirai che il Bologna è il profeta senza illusioni dell’antico testamento, o un capolavoro postmoderno di Andy Warhol: vanità di tutte le vanità, il quarto d’ora di celebrità regalato a Zerpelloni. O se preferisci, il Bologna è un gigante triste e indimenticabile, portato sulle spalle da centinaia di nani tristi e dimenticati.
E’ stata una faticaccia, ma è finita. Ora finalmente posso tornare ai doveri e ai piaceri della mia vita. Questa mattina, ad esempio, mando una lettera di diffida a Lanna e Mutarelli, perché mi restituiscano immediatamente il Bologna. E’ roba mia e nostra, l’hanno avuta in comodato gratuito per troppo tempo, ne hanno fatto uno scempio, ci siamo rotti le scatole, adesso ce la restituiscono, sennò piantiamo tutto e cominciamo a seguire la pallamano. Oggi pomeriggio, invece, vado al mio corso di training autogeno. Mia moglie voleva mandarmi a quello “Come smettere di fumare in dodici lezioni”. Non mi interessava, mi sono dato assente, mi sono iscritto a un altro. “Come innamorarsi perdutamente delle vipere di Bressanone”. Ne ho scelto uno così, a caso. Magari nella vita può servire, non si sa mai.
Nessuno
A. Simbolo dell’argo. Preposizione semplice. Massima serie del campionato di calcio italiano. Per i tifosi del Bologna, non conosce mezze misure. E’ la chimera colorata da raggiungere a tutti i costi, oppure l’incubo tetro da cui non ti risvegli più. La trappola per topi di Oscar Wilde: quando sei fuori ci vuoi entrare, quando sei dentro non vedi l’ora di uscirne. Dal veni vidi vici, al cupio dissolvi. Quando bazzichi i campi delle periferie inferiori, da Leffe a Crotone, da Grosseto a Cesena, è la donna irraggiungibile da conquistare, il posto esotico da sognare nei freddi sabati metropolitani del tuo tropico del cancro: verdi praterie, spiagge assolate, città incantevoli da sfidare in casa e visitare in trasferta, inebrianti pomeriggi domenicali al cospetto di Galeazzi, di Pellegatti e di Simona Ventura, la coppa Uefa non basta più, voglio la Cèmpions Lìg per fare il culo al Real Madrid. Appena la chimera si fa acchiappare, il discorso cambia. La trappola scatta, il respiro si accorcia, il sudore diventa freddo, la cravatta si allenta. Non siamo adeguati, non ce la facciamo. Ci si nota di più se restiamo qui, o se torniamo giù ? Il calendario è durissimo le prime 19 giornate, poi forse si respira. Meglio retrocedere subito e poi tentare la risalita, a costo di rimanere chiusi per sempre in ascensore. A.A.A. Cerco un centro di gravitA’ permAnente, che non mi fAcciA mAi cAmbiAre ideA sulle cose, sullA gente.
Barile. Antico soldato rossoblu. Io non gli ho mai creduto. Raccontava di epopee lontane, di giocatori invincibili, persino del Bologna che vinceva lo scudetto. A me, l’idea del Bologna che vince uno scudetto non mi ha mai convinto. Mi sembra una cosa pazza, impossibile, come i dinosauri che scompaiono per colpa dei meteoriti, o Elvis Presley che è ancora vivo e molesta le nonnine nelle balere di Pinarella. Niente, nulla, zero. Non mi viene in mente, non riesco a pensarci, sarebbe come incontrare per strada Attila il re degli Unni, e andarci insieme a prendere un caffè. Sennonché Barile, nell’esercito di Attila ci aveva combattuto davvero, ed aveva vinto. E quell’aria dondolante e ingrillita con cui ci veniva incontro, e in cui credevamo di leggere l’affanno e l’incertezza dell’età, forse era solo l’incedere di un guerriero appena sceso da cavallo, che si riadatta faticosamente alla lentezza della terra e ci viene a raccontare della battaglia di ieri, dei suoi furori e delle sue meraviglie. Solo tardi, a fatica, ho capito che Barile, stremato e impolverato da tutte le sue baruffe, con la pazienza disincantata e incantevole dei vecchi ci veniva a dire questo: che anche la nostra battaglia e la nostra polvere ci aspettano là da qualche parte, oltre il tempo e l’impossibilità, e che dunque tocca attraversare tutti insieme la notte, per provare a incontrarle ancora. E dunque, caro Barile, proprio ora che non ci sei più e mi manchi da morire, la mia nebbia, come per miracolo, si è dissolta. Ora lo so, ti credo, e dunque lo dico. Il Bologna tornerà a vincere lo scudetto, la cosa sarà normale e bellissima, e appena incontrerò Attila il re degli Unni, ti prometto che gli offrirò un caffè.
Cantanti. Curiosi animali stagionali, montagne russe del bene e del male, della ricchezza e della povertà, della buona e della cattiva sorte. La maglia del Bologna sette giorni su sette, poi all’ottavo la si leva e si indossa il tight, perché si deve partire per la tournee in Australia. Arrivano come le rondini nella primavera della A, quando la temperatura è confortevole e le cose vanno bene. Dilagano in tribuna, indossano sciarpe colorate, si guardano intorno, sorridono ai bambini e ai fotografi, catturano la fuggente ispirazione e scrivono inni, barzellette, libri e fantasie di strapaese sull’epica rossoblu. Sfioriscono d’inverno, nelle assideranti ere glaciali della B e della C, allorché smarriscono il tono muscolare e quello musicale, affettano infiocchettate disperazioni, e cercano altri palcoscenici domenicali a cui dedicare il proprio indiscutibile talento. Vai, cuore rossoblu, le mie gambe son con te, le mie mani son con te, la mia voce canterà fino a lassù. Appena torno dalla tournee in Australia.
De Coubertin. A Bologna ci sono anche quelli. Gli impassibili. Gli equidistanti. Gli educati. I distinti. Nei momenti di crisi e di difficoltà, dormono. O, per dire meglio, sonnecchiano, fingendosi assenti e fingendosi presenti, rigorosamente pronti a incassare i dividendi di un’impossibile vittoria, immancabilmente in salvo dagli schizzi di fango di una certissima sconfitta. Sono i cantori della catatonia da coma profondo, gli apologeti del nulla travestito da nulla, i prestigiatori della parola che gabellano l’ignavia per civile compostezza, l’abulia per sportività, l’indifferenza per differenza. Dormono, dicevo. Ma voi non svegliateli. E’ così bello guardarli riposare il sonno del giusto. Dormire, secondo Borges, è distrarsi dall’universo. E’ proprio così. Noi, in veglia perenne, a guardia della nostra ossessione concentrica. Loro, senza ansia e senza fretta, figli minori di un universo distratto.
Eva. Prendi nota, Adamo che ami i colori rossoblu. Il Bologna in genere sarà una febbre egoista, povera, priva di soddisfazioni persino per colei che si sforzerà di seguirti nell’Eden infernale della tua mania. Non avrai niente da regalarle. Non costole di vittorie con cui farla nascere di passione per la tua passione. Non partite memorabili da riguardare in dvd prima di fare l’amore. Non trenini alle feste per lo scudetto. Non abbracci calorosi nell’istante dei gol decisivi. Nemmeno divi da copertina che possano farla sognare, perchè i tuoi calciatori avranno sempre la pancetta prominente del commendatore, il passo stracco dei podisti domenicali, e da inestricabili rebus tecnici potranno posare al più per il paginone centrale della settimana enigmistica.
Per la tua donna il Bologna sarà l’invendibile pelliccia spelacchiata di un roditore estinto, il diamante tarocco ben nascosto dentro strati infiniti di bigiotteria, la calza smagliata alle otto di sera proprio prima della cena di lavoro più importante della sua vita. Un giorno, vicino allo stadio, lessi una scritta che diceva: “Katia, ti voglio bene come al Bologna”. Katia non capirà mai fino in fondo quella frase, ma le resterà per sempre il dubbio che tu le abbia confessato qualcosa di grande. In attesa di scoprirlo, ti fisserà immobile sugli spalti al tuo fianco, con uno strano silenzio lontano, pronto in ogni istante a frantumarsi in un precario sorriso.
Forumrossoblu. Strepitoso pavaglione informatico, talentuoso quartiere globale, virtuale agorà ateniese in cui puoi incontrare l’erbivendolo che ti parla del prezzo del sedano, e il filosofo con cui dialoghi dell’immortalità dell’anima. E spesso erbivendolo e filosofo sono la stessa persona. Scrittori, poeti, scienziati, economisti, storici, arbitri, duchi, principi, emigranti, sessuomani, cavalieri templari, rondisti padani, incantatori di serpenti, gossippari infallibili, giornalisti col passamontagna, centromediani metodisti, ogni giorno inventano il canovaccio scritto di una vita che va a braccio e recita a soggetto, senza copione. Svacchi, pernacchie, solitudini e malinconie che si parlano in verticale dai rispettivi posti di combattimento, inverando il paradosso per cui a volte occorre essere lontani, per vedersi davvero da vicino. Battendo la propria nota sul piano muto che sta sotto il monitor, ognuno riscrive ogni giorno la parafrasi di una canzone di De Andrè. E’ bello sapere che dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo incominciare una tastiera.
Gol. Puoi averne già visti quanti ne vuoi, ma non ti abitui mai. Ogni volta è un istante nuovo ed eterno di incredulità, la musica di mille monete tintinnanti che cadono tutte insieme per terra, un razzo tracciante di effimera felicità lanciato a perdifiato verso il cielo per far sapere a tutti che sei vivo. Ovvero come infilzare di sciabola il buio, per fargli sanguinare un po’ di luce. Agli psicologi lasceremo le eleganti disquisizioni sulle metafore sessuali sottese al tutto: la rete che si gonfia come un’eccitazione erotica, o la porta femmina che si lascia violare docilmente dal cannoniere fallico. Noi, in fondo, siamo più semplici. “Ciao tesoro. Urca come sei vispo. Hai una pistola in tasca, o sei contento di vedermi ?”. “La terza che hai detto, amore mio. Il Bologna ha fatto gol”.
H. Anche le lettere mute, a volte, parlano. Prendete i nomi dei giocatori rossoblu, per esempio. A sfogliare gli albi d’oro, è tutto un diagramma cartesiano di salite e di discese, di immersioni a quaranta metri di profondità e di brevissime scorribande in superficie sopra il pelo dell’acqua. Harald ed Helmut, i dioscuri del Valhalla. Herbert il biondo ed Herbert il moro, disastrosi lanzichenecchi involontari del sacco di Bologna. Hugo, l’indio sbagliato. Hidetoshi, lo shogun con le meshes. Le stelle degli scudetti, le stalle delle retrocessioni, lo stallo di anni interlocutori a metà del guado. Hero and handicap, happyness and horror, highfive and help. Anche la nuova società si sta adeguando all’andazzo. Tanto per cominciare, e in attesa di rimpinguare l’onomastica dei figuranti in maglia rossoblu con altri mirabolanti generalità piene di lettere mute, non ci stanno capendo un’acca.
Ivan. Giovane soldato rossoblu, col bel nome da cosacco del poetico comunismo emiliano. Colpito da ragazzino dall’agguato infame di ombre vigliacche, è ripartito piano per rimettere insieme i cocci del suo sogno infranto. Oggi Ivan è rimontato a cavallo da un pezzo, e nel frattempo le ombre vigliacche si sono saggiamente dileguate all’inferno. Satana di tutte le terre sommerse, infinito dittatore di tutte le anime prave, dacci dentro col forcone, e metti al massimo il livello della caldaia, che sta arrivando l’estate.
Legrottaglie. La Certosa di Parma. Il vostro agente al Dall’Ara. Diario di una carmelitana scarsa. E’ venuto con la prosopopea del presunto campione, si è sistemato al centro della difesa, nel tempo di uno battito di ciglia ha raso al suolo la speranza e il futuro di un’intera città. Nessuno ci leva più dalle orecchie il sibilo della sua disgraziata virgola d’aria, in una sventurata notte di mezza estate: un apostrofo nero tra le parole elle e apocalisse. Ultimato il lavoro e scaduta la licenza di uccidere, oggi è rientrato per demeriti sportivi alla Spectre, rifugge le donne e i cartellini gialli per superiore disposizione divina, in tutti i saloon di Bologna c’è ancora il suo manifesto, non è chiaro se per metterci una taglia o per tirarci contro le freccette intinte nel cianuro. Probabilmente entrambe.
Mosca. La rosa che non colsi. Mosca, volevamo andare a Mosca, ma il mare ci rifiutò. Da allora, quella è per noi l’Utopia irraggiungibile delle occasioni perdute. Ingrid Bergman che parte con l’aereo da Casablanca. La sliding door sbagliata che ti porta a Vidiciatico invece che a Miami. Eli Wallach che ha la pistola scarica al momento del duello finale. Vento d’estate, io vado al mare voi che fate. Non mi aspettate, forse mi perdo. O magari, al prossimo volo scappo con Ingrid Bergman, e vado a vedere il mare di Mosca.
Nessuno. No. Non. Nemmeno. Neanche. Tutte le negazioni iniziano per enne, lettera onomatopeica che sbarra la strada, scuote la testa, chiude la porta, e anche se è in casa non risponde e mette la segreteria. Come Nessuno, appunto, pronome e soprannome dell’assenza, della goffa umiltà ritrosa, dell’oplita scaltro e attendista che aspetta la notte per uscire col coltello dal grembo del cavallo di legno, a terminare il suo sporco lavoro. Nemico della sintesi, dei pubblici ministeri e della Juventus, affastella variegati tradimenti esistenziali, e oggi volteggia amaro tra Pannella, Ratzinger e Di Vaio, non necessariamente in quest’ordine. E qui De Andrè è francamente troppo, perché è sufficiente Dori Ghezzi. Margherita non lo sa, che la vita è tutta qua, e continua a non trovarsi nello specchio.
Osvaldo. Marito di Orietta Berti.
Peter Pan. Il Bologna accontenta la nostalgia di un’età che non c’è più, perché è l’unico cartone animato che hai preservato dalla tua infanzia. Lo hai trasportato in avanti adagio, con cautela, come un cristallo fragile, o come tu fossi il galoppino di un Louvre allagato che sta per mettere in salvo soltanto la Gioconda. Ma pur con tutti i frizzi, i lazzi, gli sbalzi e gli strapazzi del suo viaggio, sei riuscito a conservarlo integro e identico ad allora. E riguardandolo bene, ogni tanto, in mezzo al campo, riesci a ritrovare persino il profumo di atmosfere perdute, il mondo improbabile di mostri volanti, di principesse sdegnose e di timidi studenti con i superpoteri che si cambiano d’abito nella cabina del telefono. Cappuccetto Rosso si invola sulla fascia, Goldrake interdice a centrocampo, i Fantastici Quattro fanno la diagonale, Pippi Calzelunghe stacca di testa in area, Sandokan dalla panchina chiama alla carica i tigrotti di Mompracem, per l’ultimo assalto. Il Bologna ti presta le ali ogni domenica, e tu le infili ai piedi ogni volta e voli in direzione dell’isola che non c’è, ignaro di quale sia il finale. Ecco una buona favola di follia e di fedeltà, da raccontare a tuo figlio.
Quarantena. Quando il Bologna perde, in quarantena mi ci metto da solo. Sbuffo, ringhio, graffio, sputo, non voglio vedere nessuno. Mi recinto dentro un cordone sanitario che mi fa da hula hop immobile, e tengo tutti a distanza. Nulla di grave, naturalmente. In quei momenti, in fondo, la mia esistenza ha solo qualche innocua ricaduta. Lancio telecomandi contro il muro, squarto cuscini a morsi, mi distraggo appena sul lavoro e faccio avere l’ergastolo a clienti processati per guida in stato di ebbrezza. L’età, però, col tempo mi ha portato olimpico autocontrollo e navigata saggezza. Oggi amoreggio lieto e benevolo con la dea Sconfitta; organizzo adozioni a distanza degli arbitri orfani di Moggi; ho un contratto in esclusiva con la Meliconi, e testo la resistenza dei telecomandi contro le intemperie della vita.
Recupero. Prova schiacciante dell’esattezza della teoria della relatività di Einstein. Il tempo di recupero è un equino mutevole. Un asino zuccone che si pianta in mezzo al sentiero e non si muove di un millimetro nemmeno a frustarlo, quando stai difendendo un vantaggio. Un cavallo imbizzarrito che corre a rotta di collo verso lo strapiombo, se devi rimontare. Allo scadere di ogni partita, nel gruppo dei tuoi vicini di curva i conti dei minuti di recupero non tornano mai. Alla domanda fatidica “Quanto manca?”, sembriamo i Soliti Ignoti che tentano di sincronizzare i cronometri prima della rapina. Uno ha l’orologio fermo da venerdì sera, e allarga le braccia. Un altro sostiene che prima di rispondere bisognerebbe conoscere l’esatta longitudine di Piazza della Pace rispetto al meridiano di Greenwich. Un altro ancora conosce a menadito le fasi della luna e i calcoli astronomici degli aztechi, e pronostica che mancano appena 431 anni al ritorno del dio Quezalcoatl dal golfo del Messico. L’ultimo della compagnia conteggia il tempo rimanente sulla base di una complessa equazione aritmetica che tiene conto del segno zodiacale del quarto uomo, del numero delle sostituzioni, di quello delle scazzottate in campo, e della copertura telefonica delle schede svizzere di Moggi sulla città di provenienza dell’arbitro di turno. Una volta capitò che, mentre tutti pensavamo che la partita fosse terminata, il Bologna subisse il gol del pareggio a tempo praticamente scaduto. Quello della longitudine di Piazza della Pace esclamò tutto soddisfatto: “ve lo avevo detto io, che per i miei calcoli non era ancora finita”. Lo abbiamo impalato la sera stessa al di fuori dello stadio, e questa volta eravamo tutti d’accordo: era mezzanotte precisa, secondo ogni fottutissima longitudine del meridiano di Greenwich.
Sigaretta. E’ l’ultima, amore, ti giuro. Davvero, fumo questa, e poi più. Va bene, diciamo che è la penultima. Aspetto di vedere Adailton che brucia Usain Bolt sul traguardo dei cento metri di atletica leggera, e poi smetto. Come dici ? Non mi credi. Vabbè. Allora ti prometto che la sera in cui Meghni prenderà Terzi a testate nella finale del campionato del mondo, butto il pacchetto e mi do al badminton. Sicuro, morisse Nedved in questo momento se ti dico una bugia. E poi, pensaci un attimo. La conosci la battuta di Woody Allen, vero ? Ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più, e quella settimana pioverà per tutto il tempo. Ecco, tu sai che io odio la pioggia, vero ? Bene, e allora ti prego, lasciami fumare un altro po’, almeno finché c’è il sole. La sigaretta è fuoco salato che si mangia, carta vetrata che ti sfrega via dalla gola la raucedine con altra raucedine. Mi serve, ne ho bisogno, soprattutto allo stadio. Il Bologna di questi tempi è una tempesta di angoscia e adrenalina che mi diluvia in testa dal primo al novantesimo, e la sigaretta è il mio ombrello. Perché io, come ti dicevo, odio la pioggia.
Ti ho convinto, amore mio caro, nemica giurata e intemerata di tutte le manifatture tabacchi dell’universo ? No ? Non vuoi proprio credermi? Va bene. Amen. Me ne frego. Io continuo a fumare, poi si vedrà. Male che vada, morirò una settimana prima, e mi perderò la sconfitta in casa del Bologna contro l’Avellino, in uno splendido pomeriggio di sole.
Traghetti. Vengono. Vanno. Sostano. Ripartono. Hanno orari spartani, e dunque, anche se è giorno di festa e Atene sta celebrando la sua rinascita e ci rimarrà male, pazienza. Non si può mica fermarli sempre con uno sciopero, come ai bei tempi. Perché i traghetti vengono, vanno, sostano, ripartono. Gli orari sono spartani, le rotte un po’ meno. Una volta, per esempio, avevi promesso che attraccavi a Bologna per dieci anni, ma poi ti sei accorto che in Piazza Maggiore non c’è il mare. E allora sei ripartito. Pensavi fosse amore, e invece era un traghetto. Per Bruxelles.
Uffa. Ci sono momenti rari ed acuti in cui del Bologna ne hai abbastanza. Non ne puoi più. Lo hai difeso dappertutto, contro tutti e contro te stesso, e alla fine ti viene voglia di cambiare facce, stadio, tempo, pianeta, sistema solare. Non si può, mi ritiro, la misura è colma. Andate tutti a far quell’altro, quest’anno sto a casa e la domenica vado a vedere le partite del Medicina. Sempre così, ogni anno, fino al 14 agosto. Poi, quella sera, su Rete 7 danno in differita Bologna - Bressanone, prima amichevole di mezza stagione della tua ex squadra del cuore contro la formazione indigena del luogo di ritiro. Stai per partire per le vacanze, hai la valigia piena, i libri al loro posto e i biglietti dell’aereo pure. Ma ti fermi sulla soglia della porta di casa, così, un attimo appena, solo per curiosità. Arrivo subito, cara, aspetta solo un secondo che mi allaccio le scarpe. E intanto guardi il televisore, strabuzzi, occhieggi, esamini, di sotto, di sopra, di lato. Memorizzi i numeri di maglia, la grafia dei cognomi, il colore della pelle, gli schemi difensivi. Ti torna una lieve febbriciattola, solo alterazione, per ora una cosa da nulla.
“Andiamoooo”, fa lei, “si può sapere cosa stai aspettando?”. “Niente, cara”, le fai, “stavo solo rimirando quel meraviglioso panorama di montagna che stanno dando adesso in televisione”.
La febbre intanto cresce. “Ma da quando in qua ti piace la montagna? “, dice ancora lei, “Tu detesti la montagna! Soffri di vertigini, hai la pressione alta, hai paura delle vipere...”. “Si cara, lo so, ma non avevo ancora visto Bressanone”. “Bressanone? E che ha di speciale Bressanone ? I caprioli? Il canto degli alpini? Gli schutzen che sfilano col tritolo nello zaino ?”. “Ma quali caprioli, cara. E’ solo che Bressanone, l’italiche montagne, l’aria pulita, altissima purissima levissima, nella misura in cui...”. Sei già per strada, da solo, la febbre a 40, e stai correndo alla stazione. Primo treno per Bressanone, quest’anno sarà una stagione magica, e il Bologna mica può cominciarla senza di te. Ecco cos’è il Bologna, alla fine di tutto: la donna di una vita che hai lasciato e poi ripreso mille volte, che conosci per ogni centimetro di pelle e verso cui ti giri ancora, dopo tanti anni, a fare l’amore. E ogni volta lo fai al buio, in mezzo alle vipere e ai caprioli, con le vertigini e la pressione alta, atterrito ed inebriato dalla lieve brezza di Bressanone.
Vittoria. Moglie di David Beckham.
Zerpelloni. A Bologna l’aggettivo triste si attaglia bene sia all’impotenza pedatoria del brocco, che alla notte dell’anima del malinconico. Chissà quanti ne hai veduti e quanti ne vedrai, di giocatori tristi che non hanno vinto mai. Gli almanacchi rossoblu sono pieni dei nomi di metalmeccanici del gioco, di strangolatori del cross, di portieri coi chiavettoni ai polsi, di teorici saltatori dell’area di rigore con i piedi murati vivi nella calce vicino al dischetto. Nessuna speranza, dunque: la poesia con cui dovrai rimare i tuoi sogni e la tua fede, te la dovrai fabbricare a casa, da solo, e portartela addosso dappertutto, come un talismano. Ma dovrai sgranarli tutti con orgoglio, i nomi dei tristi tristi che hai veduto e che vedrai, come i minuscoli sassolini di un rosario di plastica. Solo allora capirai che il Bologna è il profeta senza illusioni dell’antico testamento, o un capolavoro postmoderno di Andy Warhol: vanità di tutte le vanità, il quarto d’ora di celebrità regalato a Zerpelloni. O se preferisci, il Bologna è un gigante triste e indimenticabile, portato sulle spalle da centinaia di nani tristi e dimenticati.
E’ stata una faticaccia, ma è finita. Ora finalmente posso tornare ai doveri e ai piaceri della mia vita. Questa mattina, ad esempio, mando una lettera di diffida a Lanna e Mutarelli, perché mi restituiscano immediatamente il Bologna. E’ roba mia e nostra, l’hanno avuta in comodato gratuito per troppo tempo, ne hanno fatto uno scempio, ci siamo rotti le scatole, adesso ce la restituiscono, sennò piantiamo tutto e cominciamo a seguire la pallamano. Oggi pomeriggio, invece, vado al mio corso di training autogeno. Mia moglie voleva mandarmi a quello “Come smettere di fumare in dodici lezioni”. Non mi interessava, mi sono dato assente, mi sono iscritto a un altro. “Come innamorarsi perdutamente delle vipere di Bressanone”. Ne ho scelto uno così, a caso. Magari nella vita può servire, non si sa mai.
Nessuno
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