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Ci chiamavano Jeeg Robot.

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Grazie di tutto Pres.

Con quella pettinatura ribaltata e geghegè, quella sigaretta ormai incarnata all'angolo della bocca, con la sua voce di carta vetrata, Gino Corioni è stato lo sceneggiatore calcistico dadaista dei miei diciotto anni, e del mio Bologna diciottenne. Spericolato e allegro, smargiasso e fragile, invulnerabile e ammaccato.

Fu il presidente del campionato di quando ci chiamavano Jeeg Robot, i superpoteri di un allenatore istrionico e di una squadra spavalda e invincibile. E fu quello del campionato più sgarrupato della nostra storia, il genio incompreso e incomprensibile di Lajos Detari, le ciacole filosofiche di Franco Scoglio. Fummo travolgenti e fascinosi sul trono di spade del regno piccolo della serie B, arrivammo in infradito e camicie a fiori al gran ballo artico dell’ultimo anno di A, in cui la vacanza caraibica dei quarti di finale di coppa UEFA non ci salvò dall’assideramento della retrocessione.

Dalla polvere alla polvere, e in mezzo tante birre di stelle. Come per tutte le età temerarie della nostra vita, la si pianse a tratti in tempo reale, la si rimpianse per sempre in seguito. Perché come diceva il mio poeta preferito, la memoria è ciò che si dimentica. Corioni fu l’avanguardista di talento, tra la via Emilia e il west, di stagioni indimenticabili e di altre no. Ma l'avere accompagnato le nostre valchirie rossoblù da Ospitaletto a Lisbona, cavalcando di notte a piedi per truffare la malinconia, per me vale da solo il prezzo del biglietto. Compreso quello per entrare in paradiso.

Non permetterò mai a nessuno di dire che quando Gino Corioni era presidente del Bologna, noi non fummo felici. Grazie di tutto Pres, e levati quella sigaretta dalla bocca, che in paradiso non ci sono estintori.


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