Impressioni di settembre.
Moggi, Fellini e il sedere di Demi Moore.
Settembre è un mese prudente, indefinibile. I colori e le suggestioni dell’estate stanno piantati lì nel ricordo, a un pugno di ore di distanza, ti pare di sentire ancora i rumori della festa che provengono dalla stanza accanto, e ti viene la voglia di riaprire la porta e unirti alla compagnia. Ma la porta non si apre più. E intanto, di là dalla strada c’è l’inverno che sorveglia l’uscita, e che sembra ogni volta la fine di tutto. Le impressioni di settembre, dunque, stanno sempre a metà tra l’estasi di ieri e la malinconia di domani, con una speranza appena conclusa e un’altra che non si decide a cominciare. Come tifare Bologna, più o meno.
In effetti, a guardarlo di questi tempi, il Bologna è una girandola autunnale di personaggi felliniani che vedi avvicendarsi a scorrimento veloce uno dopo l’altro, come dal finestrino di un treno. Un clima crepuscolare e tristissimo, una decadenza da basso impero, l’ultimo ballo sul Titanic mentre la chioma spensierata di Francesca Menarini, fresca di parrucchiere e pettinata a punta di iceberg, si staglia all’orizzonte del tuo naufragio. Imprenditori disastrosi, maneggioni impresentabili, petrolieri albanesi, emiri del Dubai, uomini dei miracoli, inconcludenti cantori cittadini del “forza Bologna” che avrebbero voluto orchestrare il tutto e dettare gli schemi, ma poi hanno dato forfait perchè al loro playmaker gli si è fratturata la mano. E in tutto questo, il faro costante di istituzioni che tengono dritto il timone e non si piegano all’aria che tira: dal sindaco che dispensa imperiosa saggezza (“se non si rasserena, si rasserenerà”), al giornalista troiano che accompagna scodinzolando il cavallo di legno dentro l’accampamento, all’impeccabile politico che è già dal sarto a scegliere l’abito (è ancora incerto tra un nero suicidio e un grigio eutanasia), per potere presenziare in prima fila alla cerimonia funebre. Personaggi felliniani, appunto: pallide e intercambiabili comparse all’ingresso di Cinecittà, che aspettano la comanda del giorno col cestino sotto braccio, pronte ad aggirarsi tra gli imponenti monumenti di cartapesta di un film in costume senza sapere ancora se dovranno vestirsi da imperatori, o da schiavi.
Sono arrivati i barbari. Qualche tempo fa lo aveva annunciato, con spavaldo terrore, il padrone del vapore: lui a cena va a cena con chi vuole, e non sa mai dire di no a un amico. Figurarsi a un nemico. Uomo prodigioso nella tecnica delle costruzioni, purtroppo il patron è un po’ meno avveduto nell’arte dei telefoni. Non aveva capito, infatti, che Moggi è come una promozione Vodafone: più lo chiami più lo ricarichi, e adesso è tutto intorno a te. Infatti, inevitabili come un incremento di tariffa, sono sopraggiunti di lì a poco due impiegati del suo call center, cioè Maglione ed Anelli: che letti così, più che due cognomi sembrano gli effetti personali che lasci al secondino prima di entrare in gattabuia. Nel mirabolante consiglio dei ministri rossoblu, mancano appena un paio di posti: Barbablu alle Pari Opportunità, e Dillinger alla Giustizia. Ma non disperiamo che a breve si possa fattivamente colmare la lacuna.
E dopo i pensieri allegri (vabbè...), me ne spunta improvvisamente uno triste. Qualche giorno fa se n’è andato Patrick Swayze, bruciato al fotofinish dall’infame puntualità burocratica di un male che non perdona. Con Swayze, quelli della mia generazione hanno un debito di gratitudine. Fu solo la sua presenza muscolare e vagamente militaresca a darci l’alibi virile per guardare al fianco delle nostre fidanzate il suo film più noto, che è Ghost, senza apparire anche noi mammole impressionabili e romantiche. Non potevamo confessare, in realtà, i due motivi segreti che ci inducevano a quella scelta. Il primo era il sedere di Demi Moore, esatto e incantevole come quello di una statua greca di Fidia (“Le natiche rotonde palpitavano sfiorandosi, più fluida dell’acqua ondeggiava la carne” Rufino, poeta, II sec. d. C.). Il secondo era proprio la trama di quel film strano, impossibile, vagamente balordo, in cui un’anima candida assediata da amici assassini (mi ricorda qualcosa...) trova il modo di riparlare di nuovo col fidanzato che non c’è più grazie alle improbabili doti medianiche di Whoopi Goldberg: attrice perfettamente calata nel ruolo, il cui viso largo e clownesco seppe indossare in modo magnifico la boccaccia definitiva che l’amore fa alla morte.
A proposito di amore e di morte, ritorno infine all’impressionante settembre di questi giorni, e ripenso alla gente infaticabile della curva che con sudore, soldi e fantasia, soffia via la nebbia e prepara la festa per il centenario della nostra squadra. Uomini e donne incredibili che provano ancora una volta a volare sopra il buio, e a tracciare la rotta di una nuova via (“gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia”, Fabrizio De Andrè, poeta, XX sec. d.C.). Anche loro, a loro volta, mi sembrano disincantati e commoventi medium di una passione che resiste a tutto, e che tiene ancora in mano il filo esile e indistruttibile che ci tendono le ombre di là, pregandoci di non dimenticarle e non lasciarle andare. Grandi cuori, grandi mani e grande coraggio, come quello di un eroe disperato di Patrick Swayze: frugare senza illusioni l’oceano in tempesta, per trovarci l’unica onda felice che ti porta via.
Nessuno
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