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Lo scoiattolo e la nuvola

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Il rosso, il blu, cento anni di battaglie.


Cento anni sono un tempo lungo, pieno, difficile da misurare. Il Bologna cominciava all’alba del secolo scorso, il 3 ottobre 1909, alla riunione di simpatici perdigiorno dentro la birreria di una città gentile. Una scommessa sussurrata in fretta, per scherzo, tra boccali pieni e risate di cuore. Che si fa oggi ? Una partita a carte ? Una passeggiata in carrozza ? Una capatina alla casa delle signore sorridenti ? Ma no valà: oggi, fondiamo il Bologna. Detta così, senza impegno e con leggerezza, fu come dare il nome a una nuvola, a una rondine, a una sconosciuta incontrata in treno.

Poi, però, quel neonato sventato e distratto ha presto trovato terra, e messo carne e coraggio. Lo ha fatto ancora una volta in modo scanzonato e irriverente, in Italia e anche in Europa. E’ arrivato alla festa, ha tirato fuori i suoi sonagli, ha messo in fuga uno dopo l’altro orchi e streghe, inglesi e austriaci, milanesi e juventini. E’ guizzato incosciente e trionfante in mezzo alle bombe di una guerra, al Signore Nero del Littoriale, alle devastazioni di un’altra guerra, alla ricostruzione. Di fronte alle pesantezze insopportabili della violenza, del fanatismo, ogni volta il Bologna ragazzino ha trattenuto il fiato, ha seguito la sua stella, è volato via come un palloncino colorato, miracolosamente intatto e incolume. Memore del fatto che quando cadono i meteoriti e infuria la fine del mondo, i dinosauri schiantano, e si salvano solo gli scoiattoli.

Quella giovinezza agile e alata, vissuta come attraversando a mille all’ora un’inebriante notte insonne che non finisce mai, ebbe il suo passo d’addio il 7 giugno 1964. Un memorabile veglione in maniche corte, una mezzanotte di pomeriggio, il fuoco d’artificio dell’ultimo scudetto sparato all’impazzata verso il cielo.

Quindi, inesorabile come un sole che si spegne, per il Bologna è a poco a poco sceso il gelo. Si è cominciato con qualche brivido alle ore del tramonto; poi col mettersi il maglione anche alla canicola di mezzogiorno; infine con l’immancabile sensazione di freddo di ogni risveglio, quando ti sembra che qualcuno ti abbia spento i termosifoni, anche ad agosto.

Il mio Bologna antico e decaduto l’ho conosciuto così, un giorno d’agosto, davanti casa, piangente e intirizzito, con le rughe e l’artrite. Ho coperto gli specchi, ho riacceso i termosifoni, l’ho accolto come si fa con un anziano reduce tornato dalla trincea, gli ho regalato un amore unico, incondizionato, senza ragione e senza età. Un amore figlio segreto di una grande fede, e di una piccola incredulità. Sei stato veramente tu, Bologna fragile e malandato, il giovane viveur di cui si favoleggia? L’omone impavido e forzuto che sgominava gli eserciti nemici con una finta di Cappello e un dribbling di Schiavio? Me la racconti davvero giusta, strano signore un po’ tremolante, sui tuoi trascorsi eroici sui campi di battaglia ? E soprattutto: mi spieghi come puoi avere attraversato con tanta allegra sfrontatezza un intero secolo di storia, se per me è così duro e difficile arrivare senza patemi anche solo al novantesimo di una partita col Chievo ?

Il Bologna non risponde mai, perchè con gli anni si è fatto malinconico, silenzioso. Ma tutte le volte che glielo chiedo, agita al vento la sua bandiera, come fa un soldato con le sue medaglie. A pensarci bene, la sua risposta è proprio lì. E’ nel sangue blu della sua nobiltà, un po’ eterna e un po’ fuori tempo, un po’ scorbutica e un po’ commovente. Ed è nel sangue rosso del suo presente, dei suoi assalti all’arma bianca contro un destino che non cambia mai, della sua furia garibaldina che resiste a tutto, al tempo, alla disillusione, al fuoco dei nemici e a quello degli amici.

E’ proprio in quei momenti, quando confondo calori e colori, passato e presente, Menarini e Garibaldi, che cento anni mi sembrano finalmente facili da capire e da raggiungere, perchè non sono solo un tempo, ma anche uno spazio. E sono anche il mio spazio, da sempre e per sempre, a giocare e a giocarsela insieme agli altri, a quelli che ci sono ancora, a quelli che se ne sono andati e a quelli che non se ne andranno mai. Tutto inutile e tutto necessario, per provare a non morire più. Come dare il nome a una nuvola, intorno al tavolo di una birreria.


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