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Il mio Bologna.

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Ti parlerò d'amore, Mariù.


Nel 1997, avevo una ragazza, Maria Elena detta Mariù. Era carina, e mi piaceva molto. Aveva un modo tutto suo per guardarmi da lontano e sorridere, e poi atterrare con un balzo felino della sua intelligenza ogni mia idiozia. Ci intendevamo quasi su tutto, ma una cosa faticava a capire di me: la mia passione per il Bologna. E questo non perché non sapesse che esistono molte vie per illuminare l'anima, e che un amore sportivo potesse essere una di quelle. Ma perché, più semplicemente, non si capacitava di come potessi affidare i miei stati d'animo, la rabbia e l'esaltazione, la gioia e lo sconforto, a una vicenda così imprevedibile e imponderabile come una partita di calcio. Una vicenda, oltretutto, sul cui esito era quasi impossibile potere influire in qualunque modo. Provai in tutti i modi a spiegare a una persona così razionale, l'irrazionalità. Ma mi accorsi che era inutile: quasi come convincere uno scienziato che  l'innamoramento non è solo la linea frenetica ed irregolare di un elettrocardiogramma.

Un giorno, non ricordo più a quale proposito, stavamo parlando dell'Indio (il paranoico e geniale cattivo di un film di Sergio Leone interpretato da Gianmaria Volontè), e di Diogene, un filosofo antico che apparteneva alla cosiddetta scuola dei cinici. Era un filosofo pazzo, anarchico, solitario, che camminava tenendo sempre in mano una lanterna accesa. A chi gli chiedeva perché facesse ciò, rispondeva che stava cercando un uomo. Intendeva l'esemplare di un'umanità pulita, leale: non trovandolo mai, gli toccava girare per Atene con quel lume, giorno e notte.

Finalmente capii. Partendo, o finendo, dall'Indio e da Diogene, e passando per altri rimandi cinematografici, musicali, letterari, avrei raccontato in rima a Mariù che cosa è per me il Bologna. Qualche giorno fa, frugando tra cassetti e quaderni, ho ritrovato la poesiola un po' bolsa che le scrissi allora, nel 1997. L'ho riletta proprio ieri sera, dopo che, senza voce, tornavo a casa dall'ennesima sconfitta telecomandata contro la Juventus, eterna ape regina dell'infamia e del disonore sportivo. Tutto nuovo e tutto identico, allora come oggi. Il Bologna ci accorcia la vita, o è la nostra assicurazione sulla vita? Nemmeno Mariù, probabilmente, avrebbe saputo rispondere. Ma avrebbe sicuramente sorriso.


Il mio Bologna forse è assalto al cielo,
è dare pugni in faccia ad un ciclone,
è lucciola di rabbia scossa al vento,
è spiga di speranza stretta al gelo,
è buio lungo e amaro di stagione,
è arcobaleno dolce di un momento.

Il mio Bologna è un temporale al sole,
l'elettrica di un lampo che profuma.

Il mio Bologna prega Manitù,
dead or alive è il Mucchio che resiste,
è lo sceriffo solo a mezzogiorno,
è l'Indio con la sciarpa rossoblu.
Il mio Bologna è un pistolero triste
caduto sulla strada del ritorno.

Il mio Bologna è un grido seminole,
è il fischio di quel treno che va a Yuma.

Il mio Bologna è Martin Luther King,
è il cinese che ferma il carrarmato,
è Lech Walesa, è Salvador Allende,
è Cassius Clay che sanguina sul ring,
il mio Bologna è l'incubo indomato
di un mondo juventino che si arrende.

Non teme più le cariche spagnole,
il mio Bologna sta con Montezuma.

Il mio Bologna ruba il fuoco a Giove,
il mio Bologna a volte è un dio guerriero
che sceglie di morire coi mortali,
è Ulisse che va in cerca di altre prove,
è Circe che mi legge nel pensiero,
è Icaro che cade, senza ali.

Il mio Bologna è ninfa che non vuole,
ma il satiro la prende, nella bruma.

Il mio Bologna è troia a gambe chiuse,
è un po' farfalla e un po' tirannosauro,
è samba allegro e tragico rondò,
il mio Bologna uccide e fa le scuse,
il mio Bologna è Anna Mazzamauro,
ma il mio Bologna è Marilyn Monroe.

Il mio Bologna ha scarpe senza suole,
è un cappuccino freddo senza schiuma.

Il mio Bologna guarda l'orizzonte,
riguarda, scruta, e attende la tempesta,
e poi le corre incontro e si alza  in volo.
Il mio Bologna atterra contro un monte,
da tempo l'aspettavo alla mia festa,
e resto qui a brindàrmene da solo.

Il mio Bologna gioia di parole,
dolore di silenzio che consuma.

Il mio Bologna è estasi e tormento,
è il cuore di tenebra di un uomo,
l'implodere di stelle frantumate,
è sempre il nostro inverno di scontento,
è la facciata nuda del mio duomo,
è l'ultima canzone dell'estate.

E il giorno che riaprono le scuole,
il mio Bologna scappa in bagno, e fuma.

Il mio Bologna è solo cose buone,
il bar, la strada, il punto di contatto,
è l'illusione breve e quasi eterna,
è un mare strepitoso di persone,
e Diogene le guarda soddisfatto,
si ferma, ride, e spegne la lanterna.


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