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11 PUGILI IN CAMPO.

  • Scritto da Marco Ferlini
Valutazione attuale:  / 10

Il Bologna, invece, a prendere pugni in un ring.


Calcio e pugilato. Due mondi agli opposti. Non troppo se la cosa la si guarda dal punto di vista di Delio Rossi. Scherzi a parte, se si guarda un vivace incontro di pugilato non si può non notare la differenza enorme che c'è tra i due sport. Non è questione di palla o di rete, ma di protagonisti.
Il pugile è da solo, nono può fare affidamento a compagni di squadra che lo aiutano, lo agevolano o lo fanno rifiatare. Il pugile prende pugni, e non può accasciarsi al suolo ogni volte che viene toccato. Il pugile si allena per mesi per disputare un solo unico incontro: non può permettersi di sbagliarlo, non c'è una classifica "corta" su cui fare affidamento. Se durante l'incontro al pugile viene rotto il naso o ferito allo zigomo non può avvalersi della sostituzione, combatte e si medicherà dopo. Il pugile non può permettersi nostalgie, mal di pancia e schizofrenie contrattuali.

Paladozza, 2 novembre, campionato italiano dei pesi medi.
Cosseddu è un pugile sardo, possente, tarchiato e dallo sguardo molto incazzoso. Assomiglia un po' a Brocchi, ma del calciatore ha solo la fisionomica. Il suo avversario, Rotolo, è bolognese ed è arrivato con i propri mezzi al palazzetto. Chi l'ha visto nello spogliatoio l'ha notato teso e nervoso. E' il detentore del titolo e l'avversario è di tutto rispetto. L'avversario è più esperto, sembra più grosso e perfino più muscoloso.
Dodici riprese da tre minuti. Oltre mezz'ora in cui i due pugili non si risparmiano. Verso metà incontro Rotolo subisce un dritto che gli taglia il sopracciglio. Qualche ripresa dopo è Cosseddu a subire il colpo che gli farà colare sangue dallo zigomo. All'angolo si sprecano risciacqui e vaselina. Fino all'ultimo i due pugili spremono energie nel tentativo di sopraffare l'avversario, ma l'incontro sembra in equilibrio.

Colpire e schivare. Dare e non prenderle. Impossibile a questi livelli. Ma è l'uomo più forte a vincere. E non parlo solo di forza fisica. Il pugilato è fatto anche di forza atletica, morale e astuzia. Oltre mezz'ora in cui devi dare tutto, senza riserve, senza un cedimento, senza un passaggio a vuoto. Con la consapevolezza che ogni errore può essere fatale.
Rotolo indossa con fierezza la maglia del Bologna: sopra c'è lo scudetto tricolore (lui, si, l'ha vinto), saluta il suo pubblico, la toglie e comincia il match. Anche all'angolo i suoi assistenti indossano la maglia rossoblu, sulla schiena il numero 10 e il cognome del giovane pugile. Si adoperano, ad ogni fine ripresa, tra asciugamani e cicatrizzanti. Il calcio… così lontano, eppur così vicino, almeno negli affetti.

Se i "secondi" di Rotolo entrano nel ring con la maglia del Bologna, i nostri calciatori dovrebbero entrare in campo in pantaloncini e guantoni. Almeno idealmente. Con la stessa forza d'animo, con la stessa forza atletica, con la stessa astuzia. Decisi a non lesinare neanche un briciolo di energia, pronti a prendere pugni e a darne altrettanti. A sanguinare e lottare. Come se fosse l'unica e l'ultima partita del campionato da affrontare per un verdetto da "dentro o fuori".
Al Bologna non servono calciatori. Al Bologna servono pugili.

Al centro ring l'arbitro tiene le mani di entrambi. Qui non ci sono guardalinee che non segnano fuorigioco, non ci sono gol fantasma. I tre giudici danno esito unanime, l'arbitro alza la mano del vincitore, nel tripudio generale. Rotolo ha mantenuto il titolo! Lui meriterebbe di giocare una partita a calcio, i calciatori di prendere un po' di (sani) pugni su un ring… per capire cosa vuol dire sofferenza.


Marco Ferlini

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