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LA BANDIERA.

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..."Io non l'ho visto giocare"...

Io l'ho visto giocare invece, perché quando sei tifoso immagini sempre un giocatore che faccia qualcosa di straordinario, magari vedi uno scarpazzone che fa una giocata memorabile, magari l'unica della sua carriera e sogni, come sogni da bambino giocando su un prato con due maglioni a fare da porta di vincere lo scudetto con un tuo tiro impossibile. E la maglia del Bologna addosso.
Lui l'ha fatto, ha fatto esattamente questo, ha vinto lo scudetto ed è stato leader, simbolo e bandiera della sua squadra, della squadra della sua città.
La nostra fortuna è che sia nato a Bologna, la sua fortuna è la stessa nostra.
Una cosa che sentiamo dire spesso è che "I Bolognesi fischiavano anche Bulgarelli", che è come dire una bestemmia. E' vero, ma i bolognesi si sono innamorati di Paramatti, Sussi, Fava e dopo otto sconfitte in dieci partite adottano Coehlo, la foca dell'intervallo.
Tutto torna, tutto ha senso in questa città scanzonata che fa finta di non provare emozioni e poi invece vive per quarantaquattro anni di uno scudetto, tanto mitico quanto lontano nel tempo.
Per i nostri anzianotti Bulgarelli è stato il giocatore del Bologna che vinceva, che si batteva alla pari con le milanesi e la Juventus, è stato il cinno di casa che ha tenuto per mano quel Bologna temuto e rispettato fino a quando è diventato un uomo.
Per me che sono nato due anni prima che smettesse di giocare Giacomino è stato un racconto, un rimpianto di una gioventù altrui bella al punto che anche il Bologna vinceva.
Io non ho aneddoti, conoscenze o ricordi, ma quando ho saputo che ci aveva lasciato ho pensato al gol di Valtolina a Cesena, al gol di Paramatti col Marsiglia, ad un gol di Pergolizzi a Venezia, ad un tre a due a Catanzaro nell'anno di Maifredi, al gol di Valiani a San Siro, ho pensato a me e al Bologna, ho pensato a quanto amo questa città e questa maglia, alla gioia di vedere il rossoblu in trasferta, di riconoscersi, alla sensazione di casa che provo ogni volta entrando al Dall'Ara.
Ecco perché Giacomino ha fatto qualcosa di grande, perché davvero portava su di sé il nostro amore per il rosso e il blu e lo condivideva come uno di noi che stava in posizione privilegiata, in mezzo al campo. E sapeva benissimo cosa fare del pallone e della nostra passione.
Chi non segue il calcio non capirà mai il perché di questa passione, è come venire illuminati un giorno e non riuscire più a liberarsi di un amore irrazionale e infantile. Noi abbiamo preso freddo, fatto chilometri, perso il sonno, rischiato qualcosa, rinunciato a tanto per vedere una partita, ovvero "ventidue miliardari in mutande che corrono dietro un pallone" come usano dire i non eletti.
Definire così il calcio è come definire le lasagne "una stratificazione di cereali e bovino macinato".
Dietro all'amore per il Bologna ognuno di noi ha una motivazione diversa, l'amore per la città o per le proprie origini, la passione di un nonno o di un papà, l'illuminazione di un giocatore, di una partita vista da bambini.
Giacomino indossava quella maglia sopra la sua maglia rossoblu, quella che portiamo tutti sempre, che siamo in giacca e cravatta o in pigiama.
Siamo speciali noi tifosi del Bologna?
Forse sì, forse è vero che siamo specchio di questa città ironica e profondamente giusta, una città che sa sdrammatizzare e divertirsi.
Forse no, forse ci piacciamo tanto solo perché siamo noi, ma in fondo cosa importa?
Oggi, rivedendo i visi e le immagini di quel Bologna vincente, di quel Bologna di ragazzi semplici che a distanza di quarant'anni ancora si sentono e scherzano, pensavo che davvero mi sono perso qualcosa, ma pensavo anche che fondamentalmente ho la fortuna di poter immaginare la gioia e di riviverla ad ogni gol, ogni volta che all'entrata in campo ci sono altri undici ragazzi che hanno addosso quella maglia.
Tutto passa, le retrocessioni, gli scudetti, i capitani, i giocatori, i tifosi.
Il Bologna no, il rosso e il blu no.
Giacomo era, è e sarà il Bologna, quindi Onorevole Giacomino salutaci tu, sei tu che rimani.

Forza Bologna, sempre.

Bente