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Ricapitolando.

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Grazie ragazzi, grazie Lele.

L’ultima partita di campionato mi piace sempre.
Non per il risultato, che da alcuni anni a questa parte sembra non interessi a nessuno (a parte per chi paga, cioè NOI tifosi che paghiamo).
Ma per l’atmosfera e paradossalmente l’intimità in cui mi ritrovo sventolando una bandiera rossoblu a partita finita, sugli spalti che vanno svuotandosi o camminando lungo la strada, verso l’auto parcheggiata.
La guardo con il prato e il cielo sullo sfondo, è bellissima, mai come in quel momento.
In essa sono sublimati un milione di storie, significati e ricordi che, se ci penso ancora adesso, mi fanno sorridere. E allargare il cuore.
Sono solo, anche se circondato da un fiume umano; ma in realtà solo non mi sento, con quella bandiera.

Per nulla al mondo mi sarei perso l’ultima partita.
Io, non tesserato, non associato, non imbazzato, sempre presente in casa quindi con il bonus 4*5 esaurito, ho speso 21,50 euro (oltre 40 mila lire, visto che a noi bolognesi piace fare sempre di conto) per godermi uno spettacolo speciale, che molto mi avrebbe dato.
Non pago della spesa, ho preso un secondo biglietto, perché volevo che a quello spettacolo assistesse una seconda persona.
Totale: 33 euro. Quasi sessantacinque mila lire.
"Eh, metticeli tu i soldi nel Bologna!". Ce li metto.

Ma proviamo a spiegarlo, questo spettacolo, per il quale ho sborsato una cifra non indifferente, che nessun "premio salvezza" potrà mai risarcire.

Allo spettacolo c’erano, leggo, ventimila persone. Colorate, sorridenti, palpitanti. Molte di queste raccolte in un santuario moderno, una "curva"; settore più caldo degli altri. E sulle balaustre di questa, degli eroi.
Sì, degli eroi, visto che questo termine va tanto di moda.
Capaci di rispettare un patto "fino alla fine", forse violato dalla controparte.
Capaci di cantare e sventolare le bandiere; quelle vere però, di stoffa (non quelle che si battono la mano sul petto e alla fine non sono capaci di alzare lo sguardo verso la "loro" curva).
Capaci di accendere dei fumogeni (quanto mi mancano).
Capaci di coinvolgere decine, centinaia, migliaia di altre persone, raccoglierle in un coro.

Questi ragazzi, che hanno aspettato il pullman sotto una bufera di neve, che hanno seguito la squadra a Catania e Cagliari, che sono andati a Parma con il timore, reale, che fosse l’ultima volta, che per troppo amore – e confuse informazioni, ricordiamocelo – hanno sostenuto Porcedda, solo perché aveva promesso di portare il Bologna in alto, erano lo spettacolo.
Mi si dirà che per come loro vivono il calcio, sono fuori dal tempo: beh, se il calcio di oggi è quello che ho visto in campo, quello che si dice sia successo – e succederà? - fuori (squadra e soci) io sono orgoglioso di essermi fermato nella loro epoca. E lo sarò sempre.
Ingenuo? Sì, grazie!
Sognatore? Vero!

Mi sono chiesto come sarebbe lo stadio senza questa gente. Ho guardato dietro la mia fila, in piedi c’era un bimbo di 5 anni, rossoblu e agitatissimo, che cercava con lo sguardo i ragazzi lanciacori per cantare a squarciagola, "Forza Bologna! Vinci per noi!". Per lui era importantissimo non perdere il ritmo. Nemmeno guardava la partita. Mi è tornato subito il sorriso, momentaneamente oscurato da qualcuno che passeggiava sul prato.  

Ps. Due parole per Vangelis Moras. Nazionale greco, l’unico presente dalla serie B, quel ragazzone che dopo la promozione, con un italiano ancora stentato, gridò "Grande squadra, grande città, grandi tifosi". In bocca al lupo qualunque sia la tua scelta, Lele. Quando ci si comporta bene, non ci si deve vergognare di nulla. E il bene poi ti torna indietro.


JDM