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Serie A – Amatori

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Amatore significa innamorato, amante.
Amatore significa anche appassionato, intenditore.
E infine (atleta) non professionista, dilettante.


Vado a Udine con lo spirito indistruttibile del primo significato.
Confido ancora che qualcuno dell'Armata Brancaleone societaria abbia qualcosa del secondo significato.
Tornerò a casa con la sensazione di aver visto una partita degna della cornice di un buon match fra i Dilettanti, dei primi anni '90. Pubblico di casa compreso.

Il Bologna sale a Udine forte di alcune certezze che temprano lo spirito.
Diamanti, preso per giocare dietro le punte, declina all'ala destra.
Kone, preso per sostituire Della Rocca in mezzo al campo, vira all'ala sinistra.
Vitale, arrivato (?) nell'operazione Britos, non è in grado evidentemente di giocare in questa serie A e in questo Bologna, tanto che Raggi (ex centrale, ex terzino destro, fra po', per disperazione, ex e basta) si sposta generosamente a sinistra tanto da liberare la sua casella per… per… un attimo che peschiamo nella profondità della rosa… per Casarini, ex interno di centrocampo.
In mezzo al campo Mudy e Perez si dovranno spartire l'onere di impostare il gioco per… per… per Gimenez, ormai oggetto misterioso, attaccante che nelle gerarchie del mister sta sperimentando con successo il ruolo di ascensore.
Non ci sono Ramirez, Cherubin, Morleo, Gillet. Perché è giusto sgomberare il cielo da nuvoloni che sanno di alibi, ricordando gli assenti, che non sono 11 fenomeni (peraltro non presi da Salvatori).

I tifosi salgono a Udine con queste certezze.
Primo, si esce a Udine sud.
Secondo, sulle pagine di Stadio la più famosa penna locale spiega la partita dicendo che lui lo dice dal '65 che siamo scarsi e che comunque dei giocatori presi da Bagni oggi ne giocheranno solo due mentre sono e saranno sempre di più quelli del Vate, Salvatori.
Terzo, Udine è famosa per il prosciutto crudo San Daniele.

Uscito a Udine Sud raggiungo una stuzzicheria tipica del posto. Al banco, la maglia di Lavezzi mi suggerisce troppo tardi di fermarmi alla seconda osteria. Ormai ho ordinato un panino col crudo, "che non è proprio il San Daniele - sussurra l'oste con un leggerissimo accento partenopeo - ma è comunque ottimo".
"Vi metto il formaggio buono?".
"Sì, grazie", rispondo pregustando chissà quale prelibatezza locale.
Mentre aspetto sbircio la TV. C'è una partita di pallone, Novara-Catania. Legrottaglie, Meggiorini, gente che ho visto anche io. Le squadre corrono. I giocatori crossano. Lodi, "non adatto alla serie A", bolla una gran pera. Prima che posso ricordarmi quando come e perché fu bocciato il suo ingaggio l'anno scorso, una ragazza tracagnotta e baffuta si avvicina al tavolo: "La mozzarella la volete tagliata?".
"La mozzarella?"
"Sì. La mozzarella! Non avete chiesto un panino col formaggio?".
"Sì, infatti col formaggio".
"Uè, e la mozzarella non è IL formaggio?".
A una battuta dall'incidente diplomatico, rinuncio con garbo alla mozzarella e mangio il panino al crudo. Uno sgarbo che pagherò alla cassa, prima di avviarmi allo Stadio Friuli.

L'Udinese è prima in classifica, gioca bene, sforna giovani giocatori la notte e arriva prima dell'ONU. Nel senso che, ancora prima che le Nazioni Unite riconoscano l'autonomia di un Paese, l'Udinese ha già preso in loco due terzini, non si sa mai.
Ci sono 30° e lo stadio è semi deserto. In più, non ci sono striscioni (avevo ancora negli occhi quelli dedicati a Zico), non ci sono bandiere. Certo, la colpa è degli ultras e per fortuna che Maroni e chi lo ha preceduto ben si muove per sradicare la vera piaga del calcio (mi viene in mente Johnny Stecchino e il traffico della Sicilia).
Da Bologna conto circa 150 persone, strette intorno a uno striscione che solo per il nome che porta – BOLOGNA – meriterebbe maggiore rispetto, a partire da chi prende le decisioni dietro una scrivania e si fregia di esserne il presidente.
Ma il rispetto si sa, come altre virtù, non è sul mercato, non si compra e non si vende.
La partita è una lenta agonia, accesa solo dai nostri cori, che rimbombano in uno stadio grottescamente silenzioso.
Quando Perez, forse memore del passato di questa terra, si avventa su un calciatore dell'Udinese come un Ardito della Grande guerra, capiamo che è finita (un mio caro amico in vacanza mi chiede per pietà di smetterla di mandargli sms con gli aggiornamenti, per dirvi come sta il tifoso medio rossoblu).
A fine gara lo stesso uruguagio, stravolto, viene a chiederci scusa, insieme a Portanova. Mostrano la faccia a un metro da noi, ricevono altro, immenso, sostegno.
Perché chi dovrebbe chiedere scusa è un'altra persona.

Ps. Visto che va di moda far di questi conti, mi ci metto anche io: dei 6 titolari o quasi dell'anno scorso, 6 li ha ceduti Guaraldi.


JDM