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Po, po po ro, poro po po po.

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Ma dove si respira in questo coro?

Chievo Verona-Bologna.
Ancora.
La mia trasferta nasce alle ore 17.40 della vigilia, quando un mio amico mi domanda via Skype: "Dove guardi la partita?".
"A Verona", rispondo. Di pancia e di cuore. Senza incartarmi nei blocchi mentali che spesso si sovrappongono per pigrizia e abitudine nella nostra testa, che poi ti fanno sembrare "impossibile" anche quello che in realtà è possibilissimo. E unico e indimenticabile.
"Ma come facciamo con il biglietto? Le biglietterie chiudono fra un'ora… e domani non si può andare nel settore ospiti…".
"Ollain?".
"Ollain!".

Così mercoledi sera partiamo per Verona, una trasferta oggettivamente impossibile – nella mia testa - fino a 48 ore prima.
Premessa: lavoro a circa 50 km da Bologna, nella direzione opposta del Veneto però; e non posso uscire prima delle 18.15.
Così alle 19.25 siamo davanti all'atelier della Lamborghini, alle 19.35 compiamo un ex voto nella splendida abbazia di Nonantola, depositando una ciocca di capelli di Marazzina (sentito alla radio, simpaticissimo. Ma non era odioso per molti giornalisti?); alle 8 passate entriamo in autostrada.
E alle 9 meno cinque, di corsa, siamo nel settore. Uno dei più rumorosi, dato il numero esiguo, che io ricordi. All'ingresso abbiamo lasciato tre tifosi, che saranno scortati da 40 agenti in tenuta anti sommossa nel parterre sotto di noi. Mistero.
Salgo le scale a larghe falcate e noto subito una cosa: di solito, in casa, la gente canta. Qui urla. E se il vicino di posto smette, è normale urlargli nell'orecchio, perché riprenda. E se un coro si spegne, c'è sempre un disperato rossoblu che lo rilancia, canta da solo, finché tutto il settore non lo segue. E ancora, e ancora, e ancora.

Se devo essere sincero, in un simile contesto, una lettura tecnica della partita non mi viene proprio bene, e la lascio agli altri. Che magari hanno l'istantreplei.
Io mi accorgo al 40° che Loria, il cinno, è in campo. Che non è Britos quello a sinistra. E che a destra spinge, tampona e sbuffa AustrounGarics (bentornato).
Ci sono 16-18 occasioni del Chievo, probabilmente nella nostra area piccola, ma io devo restare concentrato sulla respirazione. Sì perché cantare di continuo richiede un impegno fisico particolare. Basta un attimo, un tono più alto, una pausa strozzata e ti ritrovi senza fiato.
C'è un ragazzo giù in balaustra in t-shirt bianca che è l'archetipo di tutto quello che, in Italia, ha portato centinaia di migliaia di giovani ad appassionarsi per una maglia, per poi stringersi intorno ad essa. Aggregazione. Partecipazione. Cuore che batte.
Certo, cose che non trovi su Groupon o in saldo in qualche boutique o in un pacchetto TV.
La sua nemesi, come simbolo di tutto quello che non funziona, è un altro tifoso del Bologna. Da solo. Confinato dalle Forze dell'Ordine lontano dai suoi amici, perché non residente a Bologna e tesserato. Colpevole di vivere a Luino, vorrei sapere quale danno può arrecare non in mezzo a noi, se per prevenire incidenti lo imprigioni in tribuna.
Bene, visto che ogni domenica sentiamo delle porcherie retoriche e ipocrite sull'ordine pubblico, io da questa roba DISSENTO PALESEMENTE.
Ma torniamo alla partita.

Un sms stampa mi dice, testuale. "Siete stupendi. Non mollate un cazzo".
Ripenso a quello che ho ascoltato poco prima durante La Curva al Centro: un futuro con gli stadi semi deserti e silenziosi. Che appeal avrà questo spettacolo? Non sarà un aborto?
L'amico mi desta con un buon bicchiere di sangria brulè, tipica bevanda scaligera.
Evidentemente hanno fatto un giro anche i nostri in campo perché la rumba è diversa. Dai uno, dai due, l'inutile, irritante, sgodevole, dannoso Ramirez (tutti aggettivi letti su Stadio nelle settimane precedenti), dopo averci provato da solo, pesca Sciacquafresh con una pennellata millimetrica.
Gol. Gol?
Le nostre facce mischiano gioia e incredulità. Le grida si fanno ancora più alte.
Poi è il 20°. Poi è il 20°. Poi è il 20°. Al 22° ci accorgiamo che è dal 35° che è il 22°.

In campo le maglie del Bologna diventano centinaia di angeli che si sovrappongono, si buttano in scivolata, saltano. Sono certo che sulla spalla di Mudingayi passeggino alcuni ragazzi della Curva, di quella curva che si vuole – sì, si vuole – far morire, che ricordatelo è l'unica componente che forma quel temperamento di cui tanti allenatori parlano.
Nello sbandierare pare che i nostri si divorino 3 occasioni d'oro per chiudere il match. "Biscotto" per farci palpitare ancora di più, del resto i 9 euro che ho speso sono davvero troppo pochi per questo spettacolo dal vivo. Un regalo.
Poi finisce la partita. Ancora ora non conosco la classifica, quante ne abbiamo dietro.
Ma sono vivo. E felice. Come me, quei 200 (fonte: Radio uno sport) rumorosi tifosi del Bologna al seguito della propria squadra.

Una parentesi dedicata a Colantuono, mister dell'Atalanta, prossima avversaria. Sulla via di casa, in radio, afferma. "Siamo in simbiosi con il nostro pubblico. È la nostra gente. Noi li rappresentiamo. Senza di loro allo stadio, non so dove saremmo".
Le stesse parole di un "vecchio" ultras bolognese, poche ore prima, su Futurshow Station.


JDM