Fuori dal tunnel.
"Parlare di mercato ora non ha senso. È troppo presto per capire cosa serve, aspettiamo almeno fino a Natale".
Così è impresso nero su bianco il 21 novembre 2011, il giorno dopo una delle più amare sconfitte del Bologna degli ultimi… un attimo, degli ultimi… degli ultimi 4 anni. Quattro anni faticosi, turbolenti, infiniti, che hanno sfiancato anche il tifoso più passionale, anestetizzato l’entusiasmo di una piazza viva e vivace, trasformato ogni pulsione in cinici conteggi economici e malinconici amarcord di quando arrivavamo ottavi in serie A (ottavi eh, oggi un miraggio).
Quando ho letto questa frase sul quotidiano più diffuso in città, quello che plasma l'opinione pubblica (e ha creato il mantra "compralo-tu-il-bologna-lode-a-voi-che-ci-avete-salvato-viva-il-bilancio-sano-speriamo-di-vendere-Ramirez-a-dieci-così-paghiamo-i-debiti"), la mia memoria è corsa a quando tentenni davanti all’acquisto di un maglione che ti piace a fine novembre, perché magari a Natale te lo regalano.
A Natale dunque, capiremo se, forse, a questa squadra manca un ritocco. Sì, un ritocco, specifica ancora il giornale (un mediano per allungare la panchina? Un jolly della difesa, magari Ariatti? Una giacca per la mezza stagione?).
No, non può essere vero che non abbiano capito in dieci partite cosa manca all'11 che scende in campo per presentare un 11 sensato…
Sarà una dichiarazione strategica, per non svelare agli squali del mercato che al Bologna occorre come minimo un terzino, un regista, un esterno alto... e ragiono di pancia senza essere un tecnico. Gente che faccia quel mestiere ora però, non un prestito in cambio dell’irritante Gaston a giugno, non un centrale riadattato, non un ex metronomo con ancora 30 buoni minuti nelle gambe e non un disoccupato del pallone che si reinventa ala per sfangarla a fine carriera. Perché di vecchie glorie ne abbiano già.
Ma facciamo un passo indietro, perché non è giusto sparare su questa società. E bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Domenica si è visto un tunnel nuovo per l'ingresso in campo delle squadre.
Sì, un tunnel nuovo.
Detto fatto, era stato annunciato come intervento prioritario, dopo la rimozione dell’erba dal tetto di Casteldebole, l'allargamento del corridoio buttando giù una parete, la ristrutturazione dei piatti doccia dello spogliatoio ospiti e una rinnovata linea di accappatoi.
Quando il tormentone dello stadio nuovo si è ormai spento, sostituito dal centro tecnico, ecco prendere forma la programmazione del Bologna. L'arduer però, quello delle società toste, non quello di chi compie voli pindarici sognando di vedere un'ala, un cross sul secondo palo, il terzino che si sovrappone (Mille anni fa si cantava allo stadio "Pergolizzi che crossa… e la curva fa festa, dai bologna olè, dai bologna olè").
Aspettando bagni di design con i porta shampoo automatizzati, nuovi infissi, forse il fotovoltaico, il tifoso martire del Bologna, dopo anni di ragioneria, analisi del bilancio, cespiti e debiti, plusvalenze e un occhio ai conti sempre, si affaccia in una nuova, affascinante era calcistica, ancora inesplorata: l'edilizia, la ristrutturazione, magari con materiali di recupero come legno, cotto, pietra, ferro battuto o ecosostenibili.
Così potremo leggere ancora che non serve un DS nuovo, basta un buon progettista. O se vorremo sognare, un posatore di ceramiche. O addirittura, se proprio proprio dovremo pensare in grande, un fabbro.
JDM
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