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LA FOTOGRAFIA DI UNA STAGIONE.

  • Scritto da jacquesdemolay
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Del Bologna scarnificato resta solo la sua tifoseria.


A Genova sono le 17 quando l'arbitro fischia la fine. I giocatori del Bologna si guardano sconsolati, alcuni si accasciano a terra, stravolti, mentre quelli del Genoa incassano il feroce disappunto dei sostenitori di casa e, dopo un fugace cenno di saluto alla Nord, riparano negli spogliatoi.
Scene già viste mille volte in una classica e mediocre partita di fine stagione nella serie A italiana.
 
Poi nel settore ospiti succede qualcosa di inedito. È un attimo brevissimo, livido, indimenticabile. Un lancia cori si alza per la cinquantesima volta e grida "Fino al 90°, siamo il 12°, Bologna alé…!". L'urlo contagia le gradinate in pochi secondi, il coro dilaga, diventa assordante, rimbomba nella pancia di un Marassi annoiato che si sta svuotando.

I giocatori del Bologna che stavano guadagnando il tunnel si fermano, si cercano: sei o sette di loro raggiungono la metà campo e indicano lo spicchio felsineo. "Hai visto quelli là?". E cominciano ad applaudire. I calciatori che applaudono i tifosi. Prima uno, poi tutti. Antonsson (mi pare, ma da lassù potrei sbagliarmi) si batte la mano sul cuore, Lazaros arriva con la tuta, Krhin è incredulo e quasi spettinato.

Il coro aumenta ancora, reso più fragoroso dai piedi che battono sulle scalette metalliche; sventolano tutte le bandiere dei gruppi e qualcuno alza la sciarpa al cielo. Sono le 17:10, la partita è finita da un quarto d'ora e forse, a decifrare le lacrime di Natali, è finito anche il campionato del Bologna.
Kone e l'accompagnatore della squadra Sanfelice sono gli ultimi a lasciare il campo, sempre con lo sguardo fisso al settore. Increduli.
C'è ancora tempo per un altro coro, mentre i genoani indugiano e osservano.

A 180 minuti dalla fine del campionato più infinito e sfiancante che io ricordi, non c'è un'istantanea più significativa di questa. Non un gol (quanti ne abbiamo segnati? 12?), non una giocata (concetto estinto dalle nostre parti), non una vampata di orgoglio, non un giocatore che meriti un posto nell'album.
Ma c'è uno spicchio di tifosi indomiti, che a fine gara ribadisce – anzi, grida – tutto il suo orgoglio di esserci, di esistere. Nonostante tutto. Nonostante Guaraldi, i soci (li intervistiamo ora?), i consiglieri, "Gilardino è nostro", "il mago dei bilanci", "dovremo cedere solo un pezzo e mezzo", "questo è il gruppo migliore da quando siamo tornati in serie A": una farsa durata tre anni, una escalation di bugie ed errori macroscopici che andrebbe raccontata in un libro.

Il leggerissimo sospetto che sarebbe finita così un gruppo di tifosi lo maturò durante l'affaire Volpi e la telenovela Ramirez. Tanti altri storsero il naso con il varo del faraonico Centro Tecnico, guarda caso sui terreni di un socio, "con perizie e stime di persone che non si possono nominare" (?). Ma non importa.

Oggi, che sembra il 24 aprile del 1945, e le condanne ai tedeschi "invasori" arrivano unanimi anche da chi per mesi li aveva sostenuti e difesi, del Bologna scarnificato resta solo la foto della sua tifoseria. Non esiste un altro motivo al mondo per seguire quella che è stata definita dai tifosi una "società edile che si è iscritta al campionato di calcio" che non sia la sua incredibile tifoseria.

"Andrò solo in trasferta", "Se resta questo presidente, smetto comunque vada", "Se il prossimo anno allo stadio ci sono 3000 persone è un impatto fragoroso" – i commenti più diffusi all'uscita di Marassi, domenica.

E se la tifoseria, nei gruppi, nelle associazioni o nei singoli, deciderà di non seguire più il prossimo anno GuaralBi – per dare un segno, perché non ne può più, perché l'asticella della pazienza è stata superata -, a prescindere dalla categoria, andrà comunque rispettata.
La maglia, quell'icona storica e blasonata che fra un mese celebrerà l'anniversario dello scudetto, oggi meritano di indossarla solo i tifosi.


JDM

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