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L'ultima difesa di Tazio Roversi (di Massimiliano Castellani)

  • Scritto da PuntoG
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L'ULTIMA DIFESA DI TAZIO ROVERSI; LA BANDIERA DEL BOLOGNA.
di Massimiliano Castellani (Avvenire)


SCHEDA - Quella di Tazio Roversi, difensore di lungo corso -dal 1963 al '79- del Bologna  è sicuramente una morte precoce di un calciatore deceduto nel 1999 all'età di 52 anni, ma dopo una lunga malattia cominciata nell'85, quando aveva appena interrotto la carriera professionistica. Tre operazioni e un calvario dietro al quale si celano le solite ombre di uno sport come il calcio, dove lo sforzo fisico eccessivo, i traumi del colpitore di testa, non possono essere trascurati. Le sue cartelle cliniche sono state accuratamente visionate dal Pm.di Torino Raffaele Guariniello e inserite nell'ormai famigerato fascicolo delle morti sospette del pallone. Per noi è l'ennesima storia, raccontataci da sua moglie Annamaria, da inserire nel triste capitolo delle morti bianche del calcio.

Doveva correre più veloce per arrivare nella vita, il putto biondo di casa Roversi. Non a caso gli avevan messo nome Tazio, come Nuvolari. Suo padre
macellaio ne sapeva poco di calcio  e ne vedeva ancora meno, chiuso nella sua bottega di Moglia, avvolto dalle nebbie del mantovano. Ma che il piccolo
Tazio fosse nato per giocare a pallone, lo sapeva bene anche quella dolce donna di Mamma Ilde che lo lasciava fare. Che potesse diventare un campione
di serie A, se ne accorsero presto persino a Roma, un'estate che era in vacanza a casa della zia Lina e si esibiva nel giardino del condominio. Sarebbe potuto diventare una colonna della difesa giallorossa, ma il suo destino era quello di sventolare come una bandiera nella squadra della "Dotta". A 16 anni era già nella rosa del Bologna "che il mondo faceva tremar", quella dei campioni d'Italia del '63, e per il suo roccioso stile difensivo in molti ipotizzavano un futuro degno di Tarcisio Burgnich. In Nazionale lo avrebbero chiamato solo una volta, il 20 novembre del '71 contro l'Austria, quando sulle spalle aveva già collezionato 8 stagioni, consecutive da titolare sotto le Due Torri. Quel numero 2 arcigno e determinato che dava tutto se stesso in campo, era amatissimo e aprrezzato dal palato fine dei calciofili bolognesi. Quello tra Tazio e Bologna fu uno di quegli amori infiniti per una bella "ragass" che sotto la luna del fortunato 13, gli anni passati ad indossare la casacca rossoblù, prese le sembianze della giovane e suadente Annamaria.
"Con Tazio ci conoscemmo una sera in un ristorante. Ci presentò un'amica, io non sapevo neanche chi fosse e di calcio non mi intendevo affatto. Mi disse
che era stato sposato e aveva avuto due figli, Matteo e Carlotta e io lì per lì cercai di non intromettermi nella vita di un uomo che comunque non era
completamente libero". L'uomo abituato a marcare stretto l'attaccante di fascia destra, cominciò a fare pressing sulla ragazza, la giovane impiegata
che alla fine cedette. Forse anche tradita dal fascino del bel giocatore in carriera e con il solito conto cospicuo in banca".
"Quando ci siamo messi insieme nel '76, è vero che lui prendeva il doppio di del mio stipendio di impiegata alla Camera di Commercio, ma non erano certo
le cifre folli dei calciatori di oggi. E poi aveva guadagnato già molto, ma non era stato in grado di sapersi amministrare, così non gli erano rimaste
neanche cinque lire da parte". Un patrimonio da ricostruire, ma potendo contare sull'amore di Annamaria, una nuova casa in campagna nella zona di Predosa e poi l'anno dopo, nel "movimentato" 1977, la nascita della più piccola dei Roversi, Francesca. "Eravamo una famiglia felice. Le cose al Bologna negli ultimi anni non andavano più bene, ma seppe concludere dignitosamente la sua carriera nel Verona e infine a Carpi in serie C. E poi in casa regnava sempre la massima serenità, perchè Tazio era un uomo di valori che sapeva ridere anche delle sconfitte e il calcio restava fuori dalla porta di casa una volta finita la partita".
L'uomo-spogliatoio per antonomasia, quando smise di giocare trovò che fosse naturale continuare quella grande passione per il calcio alla quale aveva
consacrato tutta la sua esistenza. "Ci sapeva fare con i ragazzi e quelli del Bologna lo vollero con loro. Avrebbe voluto continuare a rendersi utile come allenatore così come lo era stato per tanti anni in campo, ma  poi però arrivò la malattia...".
Le prime avvisaglie risalgono al 1985. Un giorno durante un allenamento Roversi viene colto da una crisi epilettica. "Zinetti, il portiere del Bologna, si accorse immediatamente che stava per ingoiare la lingua e si precipitò a ricacciargliela fuori. Poi lo portarono all'ospedale e i primi accertamenti sembravano scongiurare ogni problema".
Ma dopo venti giorni il fenomeno si ripetè ancora e gli ulteriori accertamenti evidenziarono una macchiolina al cervello in prossimità del centro motorio. Era l'inizio del tumore.
"Mi dissero che Tazio avrebbe avuto forse dieci-quindici anni di vita al massimo, ma che la malattia avrebbe fatto il suo corso. Non ci volevo credere e non gli dissi mai nulla". Cominciarono stagioni precarie, fatte di 3 capsule al giorno per evitare le frequenti crisi epilettiche,  che lo costringevano a ricoveri fulminei e repentini ritorni a casa, spossato. Provato come dopo una rincorsa a perdifiato ad inseguire Claudio Sala o Franco Causio su quella fascia destra dove fiero aveva sorvegliato. "Nel '96 fu operato per la prima volta. L'intervento era riuscito, ma dopo due anni cominciarono a paralizzarsi braccio e gamba destra e allora vedendo che stava sempre più male cominciai a girare come un'ossessa tutti gli ospedali d'Italia per poi farlo rioperare".
Giorni bui, come una domenica di pioggia in cui il Bologna perdeva. Giorni di solitudine del terzino destro, che era spacciato e con lui la sua famiglia che trovava l'unico conforto nella fede.
"Siamo stati a Lourdes, Fatima, da Padre Pio. Cercavamo insieme una risposta di speranza. Io chiedevo un miracolo, o almeno un pò di consolazione al
grande dolore di dover rassegnarmi a perderlo per sempre".
La resistenza fisica dell'atleta allenato e la grinta del campione ancora una volta riuscirono nell'impresa. Furono 14 anni di catenaccio alla vita e
solo negli ultimi quattro mesi il Tazio del Dall'ara si arrese ad un letto, senza più la possibilità di comunicare con il mondo.
"Quello fu il periodo più duro e anche il più amaro. Mi resi conto che in tutta quella faccenda comunque non c'era stata la stessa attenzione da parte
dei medici che invece ci sarebbe potuta essere se fosse stato ancora un calciatore in carriera. Il Bologna lo aveva abbandonato, del resto non gli
serviva più. Solo Marocchi e Pivatelli ogni tanto avevano chiesto notizie sul suo stato di salute, ma dalla società neanche una telefonata".
Storie che si ripetono, e che aumentano il peso dell'umiliazione specie quando l'indifferenza sferra colpi proibiti alla memoria dell'ultima grande
"bandiera" del Bologna. Una bandiera che dovette ammainarsi definitivamente...1999. Se ne andò in silenzio, anche perchè Annamaria amareggiata da quella scarsa attenzione che il mondo del calcio gli aveva riservato, decise di celebrare un funerale semplice e in forma quasi privata.
"Alla fine la cosa si seppe in giro e vennero comunque in tanti. Specie i tifosi, quelli mi resi conto che non lo avevano mai dimenticato E la conferma viene da quelli come Riccardo Grassilli che gli ha addirittura dedicato un sito su Internet, il Federossoblu".
I tifosi che vivono di fede, riconoscono sempre il giocatore di "fedeltà" e quella di Roversi non fu mai scalfita e non solo in campo.
"Nei giorni della malattia io spesso gli chiedevo, ma non sei un pò arrabbiato per quello che stai soffrendo, vuoi ancora bene a Gesù? "Gesù è la persona che amo più di tutti".

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