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"Ditemi perché è morto Tazio". (di Massimo Vitali)

  • Scritto da PuntoG
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“Se i magistrati vogliono indagare io sono qui: non aspetto altro. Sarebbe un atto di giustizia nei confronti di Tazio e di quanti, forse, oggi rischiano di dover affrontare il suo stesso calvario”.

Ha la voce calma, Annamaria. Ma è l’abito mentale che ha deciso di imporsi per non farsi travolgere dalla rabbia di una donna che non si rassegna ad accettare il modo in cui otto anni fa ha perso un marito nel cuore degli anni. Tazio Roversi è stato, è e sempre sarà una bandiera del Bologna. Nella storia quasi secolare del club rossoblù solo Bulgarelli lo sopravanza nella classifica delle presenze ufficiali: lassù c’è Giacomo con 486 partite, Tazio lo segue a ruota, a quota 455.

Un pezzo di storia calcistica della città che se n’è andato nell’ottobre del ’99, ad appena 52 anni. “Nessun medico ci ha mai detto che il tumore al cervello potesse essere collegato alla sua attività di calciatore”, dice Annamaria, che da Tazio ha avuto una figlia, Francesca, e oggi vive a Zola Predosa. Ma il sospetto resta. Ed è un filo rosso che lega la morte del terzino biondo che per 16 anni ha vestito la maglia del Bologna ai drammi di tanti altri ex calciatori alle prese con malattie dalle cause ancora oscure. Su cui sarebbe ora che venisse fatta luce.

Lei ha mai avuto il sospetto che allora nel calcio circolassero sostanze proibite?

“Se anche fossero circolate, Tazio non le avrebbe mai assunte. Mio marito era un uomo pulito dentro, con dei valori fortissimi. Non avrebbe mai preso qualcosa per alterare le proprie prestazioni sportive, specie sapendo che avrebbero procurato danni alla sua salute. A meno che non ne fosse consapevole”.

Si sente di escludere che a sua insaputa gli venissero somministrate sostanze dannose?

“Chi può dirlo? Certo che la domenica usciva malconcio dagli scontri di gioco e il martedì era già al campo per ricominciare gli allenamenti. Ma succede anche oggi, mi dicono: e non c’è nulla di strano. Una volta rimase in ospedale per qualche giorno dopo che battè violentemente la testa scontrandosi col portiere in un derby col Cesena. Al di là di questo lui sapeva che a me il calcio non piaceva più di tanto, quindi anche se nello spogliatoio gli avessero fatto delle punture non me ne avrebbe mai parlato”.

Sta di fatto che il giudice Guariniello a suo tempo aggiunse la cartella clinica di suo marito al corposo fascicolo dell’inchiesta sulle morti bianche nel calcio.

“Vero, ma poi non ne ho saputo più niente. Invece avrei voluto sapere, per esempio, se per la malattia di mio marito e quelle di tanti suoi ex colleghi ci siano delle responsabilità precise. Quella di Tazio, purtroppo, è una storia sbagliata due volte”.

Perché?

“Perché porterò sempre dentro di me anche un altro sospetto: che mio marito non sia stato curato nel modo giusto”.

Come iniziò la malattia?

“A 37 anni aveva appena smesso di giocare e aveva iniziato a fare l’aiuto allenatore al Bologna. Un giorno, durante l’allenamento, ebbe una crisi epilettica. I medici fecero tutti i controlli e scoprirono che aveva un tumore al cervello. Dopo parecchi consulti, sia i medici del Bologna che il neurologo da cui lo feci visitare mi sconsigliarono però l’intervento chirurgico. Dissero che non avrebbe impedito al male di avanzare mentre avrebbe comportato seri rischi per la mobilità degli arti: meglio garantirgli dieci-quindici anni di vita relativamente serena. Così seguii il consiglio dei medici di non comunicargli l’esistenza del tumore”.

Per quanti anni suo marito fu consapevole di soffrire solo di crisi epilettiche?

“Fino a quando le crisi epilettiche non si intensificarono e nel ’96 decisi di rivolgermi a un chirurgo. Ci avete dormito sopra, mi disse: parole che mi fecero crollare il mondo addosso. Dal ’96 al ’99, l’anno della morte, Tazio ha subito tre interventi. Ma ormai il tumore era così esteso che non c’è stato nulla da fare”.

Che cosa vi ha aiutato di più in quei mesi bui?

“La fede. Siamo stati a Lourdes, a Fatima, da Padre Pio. Io chiedevo un miracolo o almeno la forza necessaria per resistere al dolore di dovermi rassegnare a perderlo per sempre. E quando gli chiedevo ‘non provi rabbia e vuoi ancora bene a Gesù dopo tutto quello che stai soffrendo?’, lui mi rispondeva: ‘Gesù è la persona che amo più di ogni altra’”.

Massimo Vitali


Questo articolo è stato pubblicato con l'autorizzazione dell'autore.

 

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